Profughi: divieto di dar loro cibo. Drammatico viaggio nel volontariato udinese

Scatti tratti da un reportage della fotografa Federica Cicuttini

Scatti tratti da un reportage della fotografa Federica Cicuttini

Ospiti in arrivo. La Onlus si racconta, tra i divieti, le offese e l’indifferenza istituzionale.
«L’ostacolo principe - dicono - la Prefettura, che non sta attivando le misure di supporto previste dalla legge»

Dal vice Questore arriva un monito: proibito fornire viveri ai profughi nel sottopasso di viale Europa Unita. Come si fa con i colombi.

A informarci sono i volontari dell’associazione Onlus “Ospiti in arrivo”, tra i destinatari della recente disposizione. Motivo del divieto? La società “Centostazioni”, azionista di maggioranza dello spazio occupato sotto ai binari, pare abbia espresso un fermo “niet” agli slanci dei buoni samaritani.
Risultato?
«Siamo costretti ad accogliere i nuovi arrivati in strada – spiega una dei portavoce della Onlus, Francesca Carbone, antropologa e specializzata in psicanalisi transculturale – fornendo loro bevande calde, biscotti e coperte davanti al piazzale della stazione. Creando, a nostro avviso, maggiore disagio alla cittadinanza, causa il via vai di persone e auto di assistenza».
Un traffico quotidiano, in effetti, perché i richiedenti asilo arrivano in città costantemente, scendendo ogni sera alle 21.15 sulla banchina riservata al treno OBB delle ferrovie austriache. Cinque, dieci alla volta, di media. E poi qualche affluenza speciale.
Ma tutti i disagi segnalati e i controsensi, purtroppo, sorprendono sempre meno. E non è una novità che, in città, nel vortice dell’indifferenza e dell’inerzia istituzionale, vengano travolti, oltre che gli stranieri in attesa dello status di rifugiati, anche i volontari disposti a rendere dignitoso il loro soggiorno temporaneo.
Volontari che, stando a quanto ci dicono, troppo spesso vengono ostacolati o dileggiati dai vertici degli organismi statali.
«Dalla Prefettura – commenta amaramente la Carbone - siamo stati accusati di essere una realtà che tira a campare sulla vita dei profughi».
Che dire? Fermo restando che il volontariato non è certo la via maestra verso la ricchezza a sbafo, chi è senza peccato scagli la prima pietra.
Da una testimonianza arrivata ieri al nostro giornale, ad esempio, domenica delle Palme e delle famigliole, al parco del Cormor quattro bambini stranieri stavano giocando a pallone con il padre. Vicino a loro, da un “mazzetto” di ragazzotte friulane con il primo fumo in bocca, si alza una dai capelli lillà che grida: «tornatevene a casa vostra, stranieri di merda!».
Ecco, dunque, la sintesi perfetta del nostro fallimento. Poiché in quella ragazzina, che poi rappresenta il nostro futuro, si annida tutta la volgarità, l’ignoranza, la stupidità e il desiderio di potere della nostra cultura decadente. Una cultura tramandata per via orale di padre in figlio, custode però, non di sapere, ma di sconfitta a imperitura memoria.
Guai a chi si sente innocente, tra noi. Guai a chi punta il dito e scaglia la prima pietra. Non c’è esistenza che, barricata, preservata e protetta, possa credersi virtuosa paladina del giusto. Poiché tutto ciò che ci rende benestanti, illusi di un progresso che sta dilaniando ambiente e valori, è in realtà una spietata sottrazione a popoli abusati e ridotti in miseria.
Per ogni ricco c’è un povero, la medietà non esiste, la logica è cartesiana. Senza considerare che il prezzo che noi stessi pagheremo a questo pseudo progresso, sarà altissimo.
Qui a Udine non abbiamo a che fare con terroristi, ma con uomini in difficoltà. La xenofobia che sta dilagando in città è allarmante. Un meccanismo perverso fomentato da una certa politica e una stampa irresponsabile. Una stampa troppo spesso acriticamente adesa a veline e diktat del potere di turno, e troppo spesso condiscendente e corriva rispetto al sentire e “alla pancia” della gente.
E allora ecco i cittadini barricati, ossessionati dagli immigrati e dal disordine sociale. Ed ecco gli “ominicchi” di turno farsi strada con il pugno di ferro, a caccia di consensi da una popolazione illusa d’essere protetta attraverso la violenta esclusione dell’altro.
Fioccano i divieti, in città, perfino quello di dare un tozzo di pane. Come se ignorare il problema dei rifugiati, lasciarli senza aiuto e ricovero, senza conforto e diritti, senza interesse per la loro storia, potesse risolvere il problema del flusso migratorio.
Come se costringere questi uomini alla disperazione e all’illegalità, potesse essere una soluzione. Scusate, ma soltanto un’ “anima bella” può credere in questa logica.
Inutile strombazzare a gran voce il desiderio di sicurezza, poiché questo tradisce soltanto la nostra cattiva coscienza.
Quello che gli udinesi dovrebbero iniziare a fare, dunque, è di necessità virtù, chiedendo con fermezza a chi di dovere, partendo dalla Prefettura, di intervenire in modo sensato ed efficace nell’organizzazione dell’accoglienza. Affinché accoglienza non sia una parola che mette i brividi o, peggio, un sinonimo privo di senso, se non quello di creare scandali, di fronte a uomini ridotti a spazzatura in recinti di ambigua e fatiscente destinazione d’uso.
Quello che dovrebbero fare i cittadini, è opporsi al potere degli uffici, il potere del nulla e di nessuno, e che dovrebbe essere di tutti, come la burocrazia, che lasciata a se stessa e fine a se stessa ci rende iniqui.
«Il nostro punto di vista è chiaro. - continua la volontaria Francesca Carbone - Le persone in strada non devono stare, e il degrado non piace nemmeno a noi, la chiusura del sottopasso benvenga purché, in altrettanta rapidità, vengano predisposte queste famose strutture di prima accoglienza che, secondo l’art. 11 del decreto legislativo 142 dell’agosto 2015, rientrano nelle mansioni del Prefetto. Perché gli arrivi continuano senza posa e in città mancano le strutture di assorbimento. E se ci sono, che ci vengano indicate, perché saremo i primi ad indirizzarvi i profughi».
E la Cavarzerani?
«L’ex caserma, che pare abbia ancora pochissimi posti liberi, è un punto interrogativo. Non si è ancora capito se si tratta di una struttura di prima accoglienza o se sia un Centro di Accoglienza Straordinario (C.A.S). E’ tutto molto vago. A noi volontari non è stato ancora autorizzato l’accesso all’area, né la visione della convenzione che regola il rapporto tra la Prefettura e la Croce Rossa, ente gestore dell’immobile. Insomma, nonostante l’obbligo di trasparenza da parte delle istituzioni, il sito della Prefettura non è stato ancora aggiornato e la convenzione sembra sommersa, tenendo all’oscuro degli accordi non soltanto noi volontari, ma anche la cittadinanza. Ad ogni modo - concludono da “Ospiti in arrivo” - Non amiamo alimentare polemiche, perché il fulcro del problema non deve essere perso di vista, e al momento il problema è dato dalla Prefettura, che non sta attivando le misure di supporto che la legge prevede».
Insomma, la questione accoglienza è spinosa e delicata, e le responsabilità rimbalzano all’impazzata da un muro all’altro dei Palazzi, dalla capitale ai piccoli comuni. Ma quello che noi cittadini potremmo fare, bando a pericolosi preconcetti, è aiutare l’ordine attraverso un no deciso a tutti questi rimpalli, riconoscendo dei valori comuni e irriducibili da perseguire. Opporre un no deciso ai “crimini contro l’ospitalità”, così come li ha definiti la giornalista Donatella Di Cesare in un suo saggio. Un no “agli effetti perversi sulla società di una politica che fa appello alla paura”; un no “ai pericoli di una democrazia che non conosce il valore della coabitazione”.
Ma un barlume di speranza, in questo tragico scenario, per fortuna esiste. E sono tutti quei giovani volontari udinesi che, spesso offesi e osteggiati, sono i primi in città ad accorrere in aiuto ai profughi in arrivo, a fare il così detto “lavoro sporco”, cercando di aiutare questi uomini a superare, alla meno peggio, il loro viaggio “al termine della notte”.

Lucia Burello