Putin e la sua ideologia per la Russia e per il mondo. Un’ideologia ibrida per un’autocrazia moderna

Sarebbe sbagliato disegnare il potere di Putin solo come una sistema costruito intorno alla repressione poliziesca e alla montagna di soldi derivante dalla vendita delle materie prime. Anche il miglioramento delle condizioni materiali di vita dei russi dalla fine del sistema sovietico e la loro tradizionale apatia, non possono spiegare da soli un sistema di potere ultradecennale. C’è alla sua base una profonda radice ideologica e culturale che, in qualche modo, affascina anche le opinioni pubbliche occidentali.
Quando Vladimir Putin dichiarò che “il crollo dell’Unione Sovietica è stata la più grande catastrofe geopolitica del XX secolo”, nel suo discorso alla nazione del 2005, stava delineando i contorni di un progetto politico che avrebbe ridefinito la Russia e le sue relazioni con il mondo. Un progetto che miscela nostalgia imperiale, autoritarismo politico, conservatorismo sociale e una visione della Russia come civiltà unica e assediata dall’Occidente.
L’ideologia putiniana è un ibrido: recupera elementi della storia sovietica senza abbracciare il comunismo, si richiama alla tradizione zarista, e si presenta come baluardo dei valori tradizionali in un mondo che viene visto come moralmente decadente. Lo storico Timothy Snyder, autore di “La strada verso la non libertà”, ha evidenziato come Putin abbia costruito “una politica dell’eternità” dove la Russia viene presentata come una civiltà innocente e perpetuamente minacciata, giustificando così qualsiasi azione in nome della sopravvivenza nazionale.

Le radici del putinismo: dal KGB al Cremlino

Per comprendere Putin occorre partire dalla sua formazione nel KGB, dove entrò nel 1975 dopo la laurea in legge all’Università di Leningrado. L’esperienza nei servizi segreti sovietici ha plasmato profondamente la sua visione del mondo: un universo di complotti, minacce esterne e la necessità di controllo totale dell’informazione. Putin assistette al crollo dell’URSS dalla sua postazione in Germania Est. Quella vicenda, assieme al caos degli anni di Eltsin, con la perdita del ruolo di potenza mondiale, fu per lui un trauma che lo convinse che la cosa più importante era guidare il Paese con un governo saldo e intoccabile. Quando salì al potere nel 1999, prima come primo ministro e poi come presidente l’anno dopo, Putin promise “la dittatura della legge”, un’espressione che rivelava la priorità dell’ordine sulla libertà, dove la legge la facevano lui e i suoi uomini, prevalentemente membri degli apparati di sicurezza (i cosiddetti siloviki) che occupano tutte le posizioni chiave nell’economia e nella politica; gente per cui il comando non deve sottostare al fastidio di elezioni pulite, stampa libera e opinione pubblica.

Russia, URSS, Impero: un passato da riscrivere

Il rapporto di Putin con il passato è strumentale e selettivo. Dell’Unione Sovietica rifiuta il marxismo-leninismo come sistema economico-sociale e la sua ostilità verso la religione, ma ne esalta la grandezza militare, in particolare la vittoria nella Grande Guerra Patriottica (come i russi chiamano la Seconda Guerra Mondiale) e lo status di superpotenza. Stalin è stato oggetto di una parziale riabilitazione: non più il tiranno responsabile del gulag, ma il colui industrializzò il paese e sconfisse Hitler. Dell’epoca zarista Putin recupera l’idea dell’autocrazia benevola, il ruolo centrale della Chiesa ortodossa e l’espansionismo territoriale. Spesso ha fatto riferimenti espliciti a figure come Nicola II o Pietro il Grande, e a pensatori conservatori dell’Ottocento come Nikolaj Danilevskij, che teorizzava la Russia come civiltà distinta dall’Europa.
Demetrio Volcic, lo storico corrispondente RAI da Mosca, aveva colto con anticipo le caratteristiche del putinismo: “il ritorno dell’uomo forte, del leader che promette ordine dopo il caos”, notando come “la nostalgia dell’impero non è mai morta nelle élite russe; è solo rimasta dormiente”. Lo storico Adriano Roccucci, in un’intervista a “Il Sole 24 Ore”, ha colto al meglio il rapporto tra Putin e la Chiesa ortodossa: “Putin ha capito che la Chiesa ortodossa poteva fornirgli quella legittimazione spirituale e storica che il comunismo non poteva più dare. Non è una vera fede religiosa, ma un’operazione politica”. Un altro concetto alla base del pensiero putiniano è quello di “mondo russo” (Russkij mir), uno strumento ideologico per rivendicare l’influenza su tutti i territori dove vivono gli ortodossi di tradizione russa, dall’Ucraina ai Paesi baltici.
Negli anni il discorso pubblico in Russia si è progressivamente militarizzato. Termini come ‘fortezza assediata’, ‘quinta colonna’, ‘agenti stranieri’ sono diventati parte del lessico quotidiano, creando un clima di mobilitazione permanente e un sistema repressivo sempre più capillare. Paolo Pombeni, nel suo libro “La Russia di Putin”, ha definito il sistema putiniano come “una costruzione ideologica che attinge a piene mani dalla storia russa, ma in modo del tutto strumentale. Putin non è uno zar, non è Stalin, ma usa entrambe le tradizioni quando gli servono”.

La “democrazia sovrana” e il potere verticale

La visione politica di Putin si spiega con il concetto di “democrazia sovrana”, coniato dal suo consigliere Vladislav Surkov: l’idea è che la Russia debba avere una forma di democrazia compatibile con la sua storia e cultura, non imitare i modelli occidentali. In pratica, questo ha significato lo smantellamento di ogni forma di pluralismo politico.
Il controllo dei media è diventato totale: le principali reti televisive sono in mano a persone fedeli al Cremlino. Gli oligarchi degli anni Novanta sono stati domati o esiliati e sostituiti da una nuova nomenklatura uscita dai servizi segreti. Il sistema russo è diventato una cleptocrazia dove ricchezza e potere politico sono inscindibili, e la lealtà a Putin è il prerequisito per entrambi.

La Chiesa ortodossa, i valori tradizionali, l’omofobia di Stato, l’indottrinamento delle giovani generazioni

Il Patriarca Kirill, capo della Chiesa ortodossa russa, ha descritto il regno di Putin come un “miracolo di Dio”. L’alleanza tra Cremlino e Chiesa è un pilastro del putinismo. Putin ha fatto ricostruire chiese, ha promosso una legge contro la “blasfemia”, e si presenta regolarmente in pubblico durante le festività religiose. La Chiesa fornisce una narrativa di continuità storica, legittimazione morale e identità culturale in opposizione all’“Occidente secolarizzato e decadente”. Nel 2019, Putin ha detto: “Senza i valori conservati nel cristianesimo e in altre religioni mondiali, senza standard di moralità formatisi nel corso dei millenni, le persone perderanno inevitabilmente la loro dignità umana”.
L’omofobia è diventata politica di stato nel 2013, quando la Duma approvò la legge sulla “propaganda dell’omosessualità tra i minori”, che di fatto criminalizza qualsiasi espressione pubblica di identità LGBT+. Come ha documentato Human Rights Watch, da tempo in Russia si è scatenata un’ondata di violenza contro le persone LGBT+, con gruppi paramilitari che attaccano gli attivisti con l’approvazione tacita delle autorità. In Cecenia, sotto il fedelissimo Ramzan Kadyrov, gli omosessuali sono sottoposti a torture sistematiche. Il politologo Alexander Kondakov ha definito l’omofobia “un elemento costitutivo dell’identità nazionale russa promossa dal Cremlino”, che serve a tracciare confini netti tra “noi” (russi tradizionali) e “loro” (Occidente decadente). Quando il Patriarca Kirill ha definito la guerra contro l’Ucraina una lotta metafisica contro un Occidente che promuove “gay pride” e valori anti-cristiani, ha espresso il principio che russi, bielorussi e ucraini formano una civiltà unica con a capo un Presidente diventato guida politica, militare e spirituale.
Obiettivo del Cremlino è imporre una “visione del mondo” per i giovani russi. Dal 2014, il potere ha intensificato quella che chiama “educazione patriottica” nelle scuole. La storia nazionale viene epurata da elementi “negativi” e centrata sulla grandezza russa. Le organizzazioni giovanili, come il Movimento Giovanile Russo, sono state create per mobilitare i giovani attorno a valori patriottici e anti-occidentali, militarismo, conservatorismo sociale e culto della personalità. Proprio a una folla di giovani, radunata a Mosca, Putin ha rivolto il suo primo discorso pubblico dopo l’invasione dell’Ucraina.
La Russia usa una serie di leggi sulla memoria storica per creare una narrativa nazionale monolitica; per il potere – come scriveva Orwell – “controllare il passato significa controllare il futuro”. A riprova di ciò basti ricordare la chiusura dell’associazione Memorial che, nata per ricordare le vittime del passato sovietico, era diventata un fastidio per la nuova narrazione di regime.

Aleksandr Dugin, i riferimenti culturali e gli ideologi del putinismo – La nuova la destra globale

Aleksandr Dugin, pur in un rapporto complesso con il Cremlino, è il più rappresentativo ideologo del nuovo potere russo; la sua “Quarta Teoria Politica” propone un’alternativa a liberalismo, comunismo e fascismo, e si basa su un “eurasiatismo” che vede la Russia come centro di una civiltà antagonista all’Occidente liberale. “l’obiettivo principale della geopolitica russa – secondo Dugin – è ripristinare i confini storici dell’Impero russo e dell’Unione Sovietica”. Altro riferimento è Ivan Ilyin, filosofo anticomunista dell’emigrazione russa morto nel 1954, che Putin ha citato in diversi scritti e discorsi. Ilyin teorizzava un’autocrazia russa “organica” contrapposta sia al totalitarismo sovietico che alla democrazia occidentale.
Il putinismo ha sviluppato alleanze ideologiche con movimenti di estrema destra in Europa e America. Steve Bannon, ex stratega di Trump, ha espresso ammirazione per Putin come leader “tradizionalista” che resiste al globalismo. In Europa, partiti come il Rassemblement National di Marine Le Pen in Francia, la Lega di Matteo Salvini in Italia, l’FPÖ in Austria, l’AfD in Germania, il Reform Party nel Regno Unito hanno ricevuto sostegno finanziario o politico da Mosca. Putin offre un “modello di democrazia illiberale” attraente per certi leader autoritari (l’innamoramento per il presidente russo da parte di Donald Trump ne è un esempio grottesco e illuminante): mantenere le forme della democrazia svuotandole di sostanza, consolidare il potere attraverso il controllo dei media e del sistema giudiziario. Una manna per i leader che ambiscono restare al potere a vita come il turco Erdogan o l’ungherese Orban. Attraverso una oliata macchina di propaganda, Putin – come ha osservato la politologa Anne Applebaum – “ha sfruttato abilmente le divisioni esistenti nelle società occidentali. Non ha creato il populismo europeo o lo scetticismo verso le istituzioni, ma ha amplificato questi sentimenti e li ha indirizzati verso i suoi obiettivi strategici”. La Brexit, l’euroscetticismo, perfino l’ostilità ai vaccini sono stati tutti terreni fertili per l’influenza russa. Putin offre certezze in un’epoca di incertezze, valori tradizionali contro il relativismo, forza contro la debolezza delle democrazie.

Il conflitto in Ucraina come inevitabile destino

L’invasione dell’Ucraina nel febbraio 2022 rappresenta il risultato logico dell’ideologia putiniana. Nei suoi discorsi prima e durante la guerra, Putin ha negato l’esistenza stessa di un’identità nazionale ucraina; per lui russi e ucraini sono “un solo popolo”. Nel suo primo intervento televisivo dopo l’invasione definì quel Paese: “un errore dei bolscevichi”, “creazione dell’era sovietica senza legittimità storica”. Siamo di fronte a una politica coloniale mascherata da argomento storico: negare l’identità di un popolo per giustificare la sua sottomissione. Tutta la retorica del Cremlino intorno alla guerra è – come l’ha definita il politologo Ivan Krastev – “orwelliana nella sua inversione della realtà”: la guerra non si può chiamare nemmeno con il suo nome e chi lo fa finisce in galera. Putin sta combattendo contro l’idea che gli ucraini possano scegliere il proprio destino perché questa idea rappresenta una minaccia esistenziale al suo potere in Russia; per il regime nessun cittadino dello “spazio russo” può vivere fuori dalla nazione russa e dal suo modello politico e culturale.

Un progetto totalitario per il XXI secolo

Il putinismo è un progetto ideologico coerente che combina nazionalismo imperiale, conservatorismo religioso, controllo dell’economia, culto del leader e ostilità verso l’ordine e la democrazia liberale.
La storica Françoise Thom, specialista della Russia sovietica e post-sovietica, ha definito il sistema putiniano “un totalitarismo postmoderno”, che a differenza dei totalitarismi del XX secolo non propone un’utopia universale ma una perpetua mobilitazione contro nemici esterni e interni.
È un modello che sa bene adattarsi e sopravvivere, abile nello sfruttare le debolezze e i limiti delle democrazie, capace di convogliare la rabbia di tante persone che si sentono escluse, riuscendo a ascondere i suoi tratti illiberali e classisti. Un sistema che può reprimere senza apparire completamente chiuso, può rubare mantenendo una facciata di legalità, può fare una guerra presentandola come autodifesa, e può piacere a destra perché incarna l’ideale di “Dio, patria e famiglia”, e a certa sinistra perché si pone come avversario dell’egemonia americana. La Russia di Putin dimostra che l’autoritarismo può essere stabile, popolare e aggressivo anche in un’era di interconnessione globale – altroché fine della storia e trionfo della democrazia.
Torno, per finire, a Demetrio Volcic: “L’Occidente ha sottovalutato Putin, pensando che il tempo e la modernizzazione avrebbero trasformato la Russia. Ma Putin ha usato quel tempo per consolidare un sistema che potrebbe sopravvivergli” e che potrebbe trasformare ​​​​​​​​​​​​​​lo stesso Occidente.

Stefano Pizzin