Quello strano consiglio comunale di Aquileia
Le Donne della Bassa friulana contro la guerra giudicano insufficiente il comportamento delle proprie amministrazioni comunali circa il genocidio in corso a Gaza da parte del Governo israeliano. I Comuni procedono in ordine sparso sopra un’urgenza che la coscienza umana, prima della politica, esige venga affrontata: c’è chi tergiversa e attende (cosa?), chi approva mozioni e chi non lo fa, votando contro. È questo il caso di Aquileia: nel consiglio del recente 18 luglio, la minoranza ha dato lettura di una mozione chiarissima in cui, elencando impegni internazionali fondamentali come la Risoluzione ONU 181/1947 di istituzione di due Stati, si utilizzava la ferocia dei dati numerici, e la forza di parole come genocidio e fame usata da strumento di sterminio, per esprimere ferma condanna sia dell’impunità del governo israeliano sia del genocidio in atto, compiuto con la complicità del nostro governo attraverso la sua non azione e la vendita di armi. La maggioranza tuttavia ha sollevato obiezioni stilistiche, definendo il documento freddo, incapace di far parlare la realtà dei corpi e del dolore, privo di quella emozione fisica che il dramma in atto dovrebbe suscitare: la popolazione di Aquileia non potrebbe così riconoscervi la propria sensibilità. È apparsa subito in questi rilievi una mal riuscita deformazione retorica delle nostre pratiche di donne costruite a partire dal vissuto, dal corpo sottoposto all’altrui potere, dal corpo come campo di battaglia degli accadimenti politici. È stata criticata la parola condanna intendendo che non siamo un tribunale. Ma lo siamo, siamo il tribunale della storia, della coscienza, dell’umanità, delle donne (prime vittime) che giudicano e condannano. Lo specchio stride e fa scivolare: quel che non si vuole è la chiarezza delle parole. A guidare la maggioranza appare così la volontà aprioristica di contrapposizione (di cui peraltro si accusa la minoranza) e fin di delegittimazione della minoranza attraverso battute fuori luogo sull’origine del documento, nella dimostrazione che i bimbi e le bimbe di Gaza non sono il primo pensiero. La maggioranza di Aquileia non approva la mozione. E gli altri Comuni? Palmanova e Fiumicello Villa V. hanno approvato a maggioranza una mozione, Terzo (centrosinistra) ne ha approvata una, vendendo però, per ottenere l’unanimità, la presenza della parola genocidio, che è stata tolta. E il resto della Bassa? Dateci notizie Sindaci e Sindache. Il minimo è votare mozioni, e inviarle al Governo (anche quando non approvate). Il Consiglio regionale aveva in programma poche settimane fa una discussione in merito, che è stata rimandata a settembre. Serve un moto collettivo, forza! Un minuto di silenzio, come l’adesione a voce allo scampanio, sono insufficienti. Fatevi vedere ai nostri continui presìdi di donne, che sono sempre più partecipati, in cui diciamo forte e chiara la nostra condanna del genocidio, la nostra contrarietà assoluta alla guerra come mezzo per risolvere i conflitti, la nostra ferma opposizione ad ogni politica di riarmo, il nostro grido di pace. Ci ricorda S. Weil che “è necessario un anno di fatica e di cure per far spuntare un’altra messe nel campo […], per far sorgere un uomo nuovo ci vogliono venti anni. Questa necessità, che ci incatena strettamente, si riflette nella costrizione sociale mediante il potere che essa procura a coloro che sanno bruciare i campi e uccidere gli uomini, cose rapide, nei confronti di coloro che sanno far maturare il grano ed allevare i bambini, cose lente”. La guerra è una scorciatoia facile, che arricchisce i forti e condanna le persone, lotteremo sempre per non percorrerla. Vorremmo chi ci amministra con noi. Vorremmo che la barbarie dei corpi bambini dilaniati, bruciati, uccisi in Palestina tormentasse, per costringerlo ad agire, il cervello di chi, ancora, sta in silenzio. È l’unico e ineludibile obbligo che abbiamo: far smettere questo inferno.
Donne della Bassa friulana contro la guerra




