Regeni, nuove rivelazioni, forse arrivano le prime ammissioni egiziane

C'è un fatto nuovo nel caso Regeni, forse un inizio di cedimento da parte delle autorità egiziane, non certo una ammissione di colpevolezza, ma almeno il fatto che il giovane ricercatore italiano fosse “attenzionato” dai servizi del Cairo. Così in attesa del vertice tra gli investigatori italiani ed egiziani del 5 aprile a Roma dopo le tante false piste e le palesi bugie circolate dal 25 gennaio in poi, stavolta si tratterebbe di indiscrezioni, diciamo positive. Il condizionale è obbligatorio trattandosi per ora di notizie di stampa, ma in quel Paese anche le indiscrezioni giornalistiche non escono a caso. Queste anticipazioni andrebbero nel senso auspicato dalle autorità italiane ed in particolare dal procuratore di Roma, Giuseppe Pignatone, e dal governo italiano.
Il quotidiano Al Akbar scrive infatti che «una delegazione della sicurezza egiziana» consegnerà martedì alle autorità italiane «un esaustivo dossier» che conterrebbe anche i risultati di indagini compiute da apparati egiziani sui numerosi incontri dal giovane ricercatore friulano con ambulanti e sindacalisti al Cairo. Insomma frammenti di una verità che farebbero pensare che si sia imboccata una pista per risalire ai torturatori e assassini del 28enne di Fiumicello. Non solo, secondo il giornale, uno di più diffusi in Egitto, nel dossier ci sarebbero «molti documenti e informazioni importanti» tra cui «foto» e «tutte le indagini su Regeni dal suo arrivo al Cairo fino alla sua scomparsa», ovvero «gli innumerevoli rapporti, i segreti dei suoi incontri con i lavoratori e i responsabili di alcuni sindacati sui quali conduceva ricerche e studi».
Ma vi sarebbero anche, scrive sempre Al Akbar, «le deposizioni dettagliate dei suoi amici sugli spostamenti durante i suoi ultimi giorni al Cairo» e quelle «dei vicini dell’appartamento in cui viveva» nella capitale egiziana. Il giornale cita anche «informazioni importanti» del ministero degli Interni egiziano sulla banda di criminali uccisi al Cairo e che avevano rapinato «l’italiano David qualche mese fa». Quest’ultima è la pista lanciata la scorsa settimana dalla polizia egiziana e già bollata come «non idonea» dai magistrati italiani, che hanno fatto invece esplicita richiesta dei tabulati telefonici di Regeni e del report delle celle agganciate dal suo telefono nei giorni successivi alla scomparsa. Cosa che chiarirebbe con chi ha avuto contatti prima del rapimento e dove è stato portato in seguito nei giorni precedenti al suo ritrovamento quando era ormai cadavere. La delegazione egiziana, riporta ancora il quotidiano, consegnerà «gli effetti» personali di Regeni, tra cui il passaporto, il bancomat e la tessera universitaria, «ricomparsi» nel blitz dei giorni scorsi durante il quale sono stati uccisi i cinque membri della presunta banda di rapinatori poi accusati del delitto, salvo la marcia indietro imposta dalle proteste italiane. Intanto in un intervista sul numero odierno del settimanale l’Espresso parla il procuratore generale di Roma Giuseppe Pignatone: "Noi possiamo solo collaborare", perchè, spiega, "la concreta possibilità di indagare pienamente sull'omicidio di Giulio Regeni è delle autorità egiziane. Non abbiamo il diritto, per il rispetto della sovranità nazionale, di disporre intercettazioni in Egitto o altre attività giudiziarie". "Il nostro team investigativo inviato al Cairo dopo la scoperta del corpo del giovane ricercatore, (già rientrato in Italia ndr) non può di propria iniziativa effettuare in un paese straniero pedinamenti o indagini autonome. Noi possiamo offrire, come stiamo facendo, la nostra piena collaborazione a sviluppare meglio le indagini".

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