Rifiuti italiani clandestinamente seppelliti in Tunisia, scandalo internazionale taciuto

Rifiuti italiani clandestinamente seppelliti in Tunisia, la notizia, taciuta dalla maggior parte dei media italiani, non meraviglia, dato che il traffico illecito di rifiuti speciali ai paesi africani è certificato da molte inchieste giornalistiche e, citandone una su tutte, fu probabilmente la causa dell'omicidio mai chiarito della giornalista Ilaria Alpi e dell'operatore Miran Hrovatin, era il 20 marzo 1994, 25 anni fa, quando la giornalista furono uccisi a colpi di kalashnikov a poca distanza dall’ambasciata italiana di Mogadiscio, in Somalia. Come è noto Alpi e Hrovatin erano lì ufficialmente per seguire per conto del TG3 il ritiro delle truppe statunitensi dal paese, dove era in corso da anni una sanguinosa guerra civile. Ma i due stavano parallelamente indagando su un traffico internazionale di armi e di rifiuti tossici, che con la copertura della missione umanitaria avrebbe coinvolto anche società italiane. In realtà a oggi sappiamo molto poco di quello che scoprirono perchè le prove fecero fatte sparire. Ma torniamo all'oggi: un traffico clandestino ed illegale di rifiuti, provenienti dall’Italia e, in particolare dalla Campania, e che include rifiuti speciali pericolosi quali quelli ospedalieri, è stato scoperto in Tunisia dalle autorità doganali. Si tratta di ben 282 containers pieni di rifiuti italiani bloccati e sequestrati nel porto di Sousse. Sui documenti di trasporto appariva che i containers contenessero «rifiuti di plastica riciclabile» ma in realtà la natura del contenuto era molto diversa. Il portavoce della Dogana tunisina, Haythem Zannad, ha dichiarato alla stampa locale che « grazie alla sua organizzazione i rifiuti non sono stati sepolti in Tunisia».
A darne per prima notizia, lo scorso 2 novembre, l’emittente televisiva “El-Hiwar Ettounsi”, ma poi è stato il giornale online francofono Kapitalis a ricostruire la vicenda con una serie di articoli. «Un’azienda tunisina [la Soreplast, secondo quando riportato negli articoli] importava ogni anno dall’Italia quasi 120.000 tonnellate di rifiuti, violando la legislazione nazionale e internazionale, come la Convenzione di Bamako, che vieta l’importazione di rifiuti in Africa», spiega l’inchiesta giornalistica. «In cambio – spiega la fonte -, la società tunisina avrebbe ricevuto 48 euro a tonnellata» dall’azienda italiana coinvolta. In proposito, il “Forum tunisino per i diritti economici e sociali” (FTDES) ha richiesto, alle autorità competenti, di «obbligare il partner italiano [cioè la società SRA Campania] ad accettare la riesportazione di questi rifiuti».
La scoperta sarebbe avvenuta grazie alla capacità di analisi documentale della Dogana tunisina, che ha voluto vederci chiaro sul trasporto e sull’effettivo contenuto dei containers aprendone alcuni. Evidentemente la stessa cura non sarebbe stata impiegata alle frontiere italiane in partenza e forse varrebbe la pena che anche le autorità nazionali chiedessero conto di quanto avvenuto. Ma i fatti, seepre secondo quanto riportano i media di Tunisi, sarebbe non solo una questione di normale criminalità sembra infatti che la Dogana tunisina «sarebbe stata oggetto di pressioni da parte di politici e funzionari, che si dicevano vicini al proprietario della società tunisina».
In particolare si legge sempre sulla stampa tunisina la deputata Nesrine Laâmari (Réforme nationale) ha sostenuto chiaramente che la ditta campana «era stata incaricata dal governo italiano di smaltire questi rifiuti». Accusa ovviamente grave. Molte comique le reazioni politiche in Tunisia, tanto che ancora il quotidiano Kapitalis precisa che «il Ministero degli Affari Locali e dell’Ambiente ha annunciato, giovedì 12 novembre 2020, che il capo del governo, Hichem Mechichi, ha deciso di licenziare Fayçal Bedhiafi, Direttore Generale dell’Agenzia Nazionale per la Gestione dei Rifiuti (Anged)». Silenzio assordante sul fatto  sulla stampa italiana che ha sepolto la notizia esattamente come si voleva fare con i rifiuti. Eppure è notorio che dal traffico illecito di rifiuti, l’Italia “fattura” 20 miliardi annui. L'agenzia Pressenza,  che assieme ai siti web Unimondo (post di Ferruccio Bellicini) e MeteoWeek, (articolo di Chiara Ferrara), è una delle poche realtà media che hanno ripreso la vicenda tunisina, si  racconta che il giornalista Ivan Cimmarusti sulle colonne de “Il Sole 24 ore”, lo scorso giugno, in un’inchiesta, scriveva appunto di “un business criminale che solo in Italia vale 20 miliardi di euro annui per smaltite nelle megadiscariche senza regole dell’area sub-sahariana”. Il giornalista, nell’articolo, spiegava: «Camorra, mafie estere, faccendieri italiani e spedizionieri magrebini senza scrupoli hanno fiutato l’affare miliardario. Perché nei fatti il ciclo illecito dei rifiuti ha un vantaggio per l’impresa che non intende sostenere spese cospicue. Facciamo un esempio. Una tonnellata di plastiche e gomme per essere regolarmente smaltita può costare tra 200-250 euro. Seguendo la via illegale la spesa non supera 100-150 euro». L’assurdità di tali avvenimenti verterebbe sul fatto che le società italiane che commerciano illegalmente i rifiuti sarebbero regolarmente autorizzate. Sarebbero sufficienti, quindi, effettivi controlli incrociati, anche finanziari, tra i dati di chi produce i rifiuti, di chi li trasporta e si chi li smaltisce per giungere a scoprire gli illeciti. Ma, probabilmente, fa comodo anche all’Italia che continui il traffico clandestino di rifiuti con l’Africa.

Fabio Folisi