Ritorno a casa
Già, avercela una casa… In ogni caso, nonostante tutti gli evidenti limiti del cosiddetto piano Trump, i palestinesi di Gaza possono tirare un respiro di sollievo senza chiedersi in ogni attimo se quell’attimo stesso possa essere l’ultimo della loro vita. Sia chiaro che i bombardamenti israeliani sono continuati fino all’entrata in vigore della tregua, così, tanto per chiarire. Perché al di là della retorica, di tregua si tratta e non di definitivo cessate il fuoco. I precedenti non inducono certo all’ottimismo, ma per ora quel paio di milioni di persone avrà l’occasione di pensare ad altro. Per esempio a come tornare a quel che rimane delle loro case. Le immagini che le televisioni internazionali in lingua inglese (l’Italia spicca anche per non averne) mandano in onda mostrano un’enorme fila di esseri umani (contrariamente a quanto pensano Ben Gvir e Smotrich secondo cui i palestinesi non lo sono) che con ogni mezzo possibile, prevalentemente a piedi, prendono la via del nord della Striscia da cui sono stati costretti a suon di bombardamenti e distruzioni a scappare per non fare (almeno cercare di non farla..) la stessa fine di un indefinito numero di loro connazionali. Le cifre ufficiali parlano di 67.000 vite assassinate da Israele, quelle stimate fanno salire la cifra fino a 150.000. Non male per una strage che molti si ostinano a non definire genocidio nonostante le modalità con cui quella gente è stata fatta passare a migliore vita ed ha costretto gli altri a vivere.
Questioni di punti di vista, si dice, ma esistono già e da parecchio ricerche accurate che non hanno dubbi in merito; per esempio la Corte di Giustizia Internazionale o chi ha ricercato con meticolosità questi orrendi fatti. Certo, il nostro illustre Ministro degli Esteri (uso le maiuscole per il ruolo, non per chi lo rappresenta) dice che sì, il diritto esiste ma fino ad un certo punto. Ci definisse almeno il suo, di punto. Ma lasciamo perdere queste miserie tipicamente italianette.
In ogni caso, vedere quelle immagini, quei carretti, quelle poche auto, quei tanti somari che avrebbero diritto al premio Nobel (altro che il biondo!) per quanto hanno contribuito a mantenere in vita i loro proprietari, quei miseri mezzi che trasportano tutto ciò che rimane della vita di quella gente, mette un minimo (di più sarebbe difficile) di gioia. È ha tutto il diritto di questo malandato mondo, quella gente che esprime parole di felicità, che finalmente trova un po’ di serenità che, se non per brevissimi attimi, non viveva da due lunghissimi anni. Personalmente mi ricorda il 1999 quando dopo gli accordi di Kumanovo, i kosovari non hanno aspettato i tempi del rimpatrio immaginati dalle agenzie dell’ONU e si sono messi in marcia con auto, trattori, motozappe, i più fortunati con autobus presi a noleggio da poche ONG (tra le quali ICS per cui in quel periodo collaboravo) formando un infinito serpentone che scendeva e risaliva nella notte le impervie strade di montagna del nord dell’Albania e si dirigeva verso casa rappresentando quasi una processione. Un’immagine che non potrei scordare, una scena di una vita che era pronta a riprendere. Nonostante tutto.
Ma tornando ad oggi; c’è da chiedersi cosa troveranno questi uomini, donne, bambini portati in braccio per chilometri lungo la strada che attraversa Gaza lungo il litorale. La gran parte di loro troverà solo quello spazio in cui sarà persino difficile immaginare ci fosse la loro abitazione, ma nonostante il dolore che si possa immaginare di fronte a quella devastazione, prevarrà il desiderio di rimanere, di pensare che si potrà ricostruire sia le strutture che la comunità. Funziona così, quasi sempre e contro la volontà di chi ha cercato, e forse cercherà di nuovo, di distruggere la stessa possibilità del ritorno.
Ecco, questo è un po’ il punto, la guerra (definizione impropria per quel massacro) potrebbe tornare, per il momento non ci sono garanzie e forse Netanyahu e soci aspetteranno solo che succeda qualcosa, che ne so, un attentato, un razzo sparato verso Israele, una cosiddetta provocazione per riprendere di nuovo la mattanza da dove l’hanno lasciata. Certo, stavolta sarà più difficile, ma sarà altrettanto difficile far digerire una possibile pace al governo israeliano che si regge su almeno cinque ministri fanatici e fascisti che vorrebbero, e ci hanno provato fino a ieri, cacciare ogni palestinese dalla sua terra per poterla occupare e conglobare nello Stato ebraico.
Comunque sia, fin qui ci siamo e forse ci siamo arrivati perché a Tel Aviv qualcuno ha sbagliato qualche calcolo. Tipo quello di considerare normale andare a bombardare il Qatar, che sarà anche stato il principale sostenitore (anche o soprattutto in termini economici) di Hamas, ma che negli equilibri del Medio Oriente è capace di incidere pesantemente anche grazie alla profonda collaborazione con gli USA. Indipendentemente dal fatto che Trump fosse o meno stato informato (non lo fosse stato, la questione sarebbe anche più grave) dell’attacco mirato a far fuori i leaders di Hamas con cui ora Israele è costretto a trattare, a me pare che quella mossa sia stata azzardata. Doha non è Teheran dove tutto è stato e forse sarà concesso. Appena fuori Doha c’è la più grande base militare USA in Medio Oriente ed attaccare uno degli Emirati (anche se non sono poi così amiconi tra di loro) è un po’ come mettere in discussione la sicurezza di tutti gli altri o, ancora peggio, dell’Arabia Saudita, per arrivare all’Egitto. Tutti Paesi sunniti, non come l’Iran che era al vertice della cosiddetta ed ormai a pezzi, l’asse della resistenza sciita di cui fanno parte (facevano..) Hamas a Gaza, Hezbollah in Libano, Assad in Siria, gli Huti in Yemen. A tale proposito e a monito, sarebbe bene sottolineare come Israele stia ancora bombardando il sud del Libano nonostante gli accordi di tregua firmati circa un anno fa proprio con Hezbollah, come si prenda la briga di bombardare allegramente la parte meridionale della Siria, i dintorni di Damasco e non solo e di avere fatto a pezzi buona parte dello Yemen fulminando parte degli esponenti del suo governo.
La cosiddetta pace, sempre ammesso che tenga e che Israele la rispetti, è una pace limitata a Gaza. Tutto ciò che succede attorno è invece un totale caos in cui Tel Aviv sguazza tranquillamente protetto dal suo alleato principale (lasciamo perdere per pietà il ruolo dell’UE), gli USA che rappresentano anche il garante di quella pace. Niente male come garanzia. Forse solo la paura che Emirati e sauditi possano rivedere le loro alleanze tiene a freno Trump e quell’accozzaglia di ignoranti che gli fanno da codazzo dal concedere come al solito carta bianca a Tel Aviv.
Detto questo, pare ci stiamo dimenticando che la Palestina non è solo Gaza, anzi. In tutto questo discorrere di accordi e di tregua, non si parla affatto della Cisgiordania che sarebbe poi sede del governo di una Palestina senza Stato. Da quelle parti i coloni fanno il bello e cattivo tempo supportati dall’esercito. I cosiddetti avamposti che anche i disinformati definiscono illegali, mentre tutte le colonie lo sono secondo le decisioni del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, si allargano e di nuovi se ne impiantano cacciando dalle loro case (distruggendole) i legittimi proprietari, spesso uccidendoli. I campi profughi del nord sono stati ridotti in rovine più o meno come Gaza. I villaggi e le città palestinesi sono ridotti a enclave o “bantustan” i cui collegamenti sono interrotti da infiniti check points che rendono la vita dei residenti impossibile.
Negli accordi di tregua a Gaza si accenna ad un ipotetico governo temporaneo che dovrebbe essere gestito da Trump, da Mr. British Petroleum, tale Tony Blair e da non meglio precisati burocrati palestinesi. Si pretende di smantellare Hamas, non solo la sua componente militare, ma quella politica votata, nel bene o nel male, a stragrande maggioranza dei palestinesi. Non si parla proprio di palestinesi (a parte quelli fantomatici appena citati) coinvolti a decidere dal loro governo. Hamas si dice anche disponibile a tirarsi da parte, ma ad alcune condizioni; per esempio dietro la liberazione di Marwan Barghuthi (suo nemico), forse l’unico che sarebbe universalmente accettato, ma che invece Israele vuole far marcire nelle sue fetide galere. Sarebbe bene che chi ha finalmente riconosciuto il diritto della Palestina ad avere un suo Stato, ci informasse anche su come lo vorrebbe questo Stato. In alternativa, renderebbe palese che quella mossa era solo così, per scherzare. Coloro per cui invece, come l’Italia, ancora ritengono immaturi i tempi per il riconoscimento almeno dello Stato palestinese, dovrebbero rendersi conto dell’insostenibilità della loro posizione prima di diventare una barzelletta. Ormai più dell’80% dei Paesi del mondo lo ha già fatto.
Non si capisce bene, poi, chi dovrà gestire gli aiuti che nell’imminenza dovranno entrare nella Striscia, secondo Netanyahu l’UNRWA deve essere smantellata con tutto il suo know how e il sistema di assistenza che potrebbe essere rimesso in moto non senza difficoltà, ma in tempi decenti. Dunque?
Israele si ritirerà progressivamente in tre fasi, ma senza uscire da Gaza e controllandone dall’interno tutti i confini, incluso quelli marittimi e aerei.
Tutto ciò, si chiama davvero pace? Ai posteri l’ardua sentenza.
Docbrino




