Rosatellum 2.0, il Pd chiede il voto di fiducia: per M5S è atto eversivo e anche Mdp parla di attacco alla democrazia

Va di nuovo in scena la farsa parlamentare sulla legge elettorale, farsa perchè per l'ennesima volta verrà utilizzato lo strumento della “fiducia” per far passare un testo che nel votosegreto potrebbe trovare più di un inciampo, torna di nuovo in aula parlamentare, a 4 mesi dall'incidente sull'emendamento Micaela Biancofiore, che fece saltare l'accordo tra Pd-Fi-Lega e M5S. Si tratta di un restyling del Rosatellum che scimmiottando il linguaggio dell'informatica viene ribattezzato con un 2.0 che per alcuni è anche il voto che merita. I circa 200 emendamenti e il fantasma dei circa 80 voti segreti, potrebbero riazzerare di nuovo l'iter delle regole del voto, peccato che questo fantasma si chiami democrazia un fantasma che evidentemente fa molta paura ai manovratori.
Insomma motivo della decisione di non lasciare al libero dibattito e voto la norma è che potrebbe di nuovo cadere sotto i colpi dei franchi tiratori. Il Pd quindi dopo la riunione di maggioranza spinge sul governo per blindare il testo facendo gridare allo scandalo, non solo il M5s che parla di "Atto eversivo” e chiede l'intervento del Presidente Mattarella, ma anche di Speranza di Art.! Mdp che parla di "Attacco alla democrazia". Il Rosatellum 2.0 è di fatto un Mattarellum riveduto e corretto che introduce una scheda unica. In essa il nome del candidato nel collegio è affiancato dai simboli dei partiti che lo sostengono. Il voto si esprime tracciando un segno sul contrassegno della lista prescelta ed è così valido sia per la lista sia per il candidato dell’uninominale. Qualora si tracci un segno solo sul candidato del collegio uninominale il voto è valido anche per la lista, e nel caso di più liste sarà ripartito tra tutte quelle presenti in proporzione ai voti ottenuti nel collegio. Il voto è unico e non è consentito il voto disgiunto. Non sarà possibile — per fare un esempio — scegliere un candidato del collegio uninominale del M5S e un candidato del Pd in quello plurinominale.
Si introducono così dei premi di coalizione che risultano indigesti per le forze che si presenteranno in maniera identitaria come M5s e la nascente formazione a sinistra. Del resto l'elemento di colazione si palesa ancora di più con le pluricandidature che salgono da 3 a 5. Ci si potrà dunque candidare in un collegio uninominale e in cinque plurinonimali (listino proporzionale), questo comporta che il voto sarà trascinato dai leader e a cascata, quando questi opteranno per un collegio, saranno eletti i candidati nelle posizioni subito successive. Un meccanismo che secondo gli alchimisti dell’ufficio legislativo della Camera, «aiuterà i piccoli partiti a blindare le fila parlamentare e impedirà agli elettori di conoscere chi verrà eletto».
La soglia di sbarramento è al 3% per le singole liste e al 10% per le coalizioni a livello nazionale sia alla Camera che al Senato.
Nel calcolo della soglia per le coalizioni non vengono comunque computati i voti dei partiti che non hanno superato la soglia dell’1 per cento. Sono le cosidette «liste civetta», che un emendamento di Forza Italia voleva «resuscitare»: è stato ritirato dallo stesso partito.
Sono state introdotte anche due norme sulla raccolta firme per la presentazione delle liste, la prima, già ribattezzata «Salva Mdp», estende l’esenzione della raccolta firme ai partiti che hanno un gruppo parlamentare e che si sono formati prima del 15 aprile 2017 (il testo base fissava la data al primo gennaio, tenendo così fuori Mdp). Un’altra modifica, che vale solo per le prossime elezioni servirà ad aiutare ad esempio Direzione Italia di Raffaele Fitto. In sostanza si dimezza a 750 il numero delle firme per partiti di nuova formazione o per chi non ha un gruppo in Parlamento. Sarà inoltre possibile, pure in questo caso solo per le prossime elezioni, l’autentica delle firme per la presentazione delle liste da parte di avvocati abilitati al patrocinio in Cassazione.
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