Sertubi: De Monte; con via libera definitivo a marchio “Made in Italy” orizzonti positivi per i lavoratori

“E’ una buona notizia, che apre orizzonti positivi per Sertubi, tutelando numerosi posti di lavoro. Sono soddisfatta perché dietro al marchio “Made in Italy” c’è stato un lavoro lungo e per nulla scontato in Europa, che dimostra che, se si lavora con impegno e senza sbraitare in modo propagandistico, i risultati a Bruxelles si possono ottenere”. Lo afferma l’eurodeputata del Pd Isabella De Monte, commentando l’assoluzione dell’amministratore delegato di Jindal Saw, Maneesh Kumar, che di fatto dà il via libera all’export di tubi in ghisa con il marchio Made in Italy rifiniti nello stabilimento triestino. De Monte in questi anni si è interessata più volte al caso Sertubi, prima relativamente alla vicenda dei dazi e poi sulla questione del “made in”, che aveva portato all’attenzione della Commissione europea.

Secondo De Monte “dietro alla vertenza Sertubi c’è stato un lavoro importante, svolto negli anni di concerto con la giunta regionale guidata da Debora Serracchiani. Sulla questione del marchio e dell’esportazione dei tubi in Iraq avevo interrogato il commissario Moscovici, chiedendo di valutare ogni possibile intervento per permettere alla Sertubi di apporre la denominazione “made in Italy” sui tubi semilavorati in India e poi finiti a Trieste. L’utilizzo di tale denominazione era infatti indispensabile per l'esportazione dei tubi sferoidali in ghisa”.

“Nella sua risposta – sottolinea De Monte - Moscovici aveva scritto che non vi erano impedimenti normativi all’utilizzo del marchio e quindi all'export dei prodotti. Il commissario europeo scriveva infatti che, in mancanza di norme di origine non preferenziale armonizzate a livello mondiale, la determinazione dell’origine ai fini dell’apposizione del marchio di origine è effettuata in conformità alle norme pertinenti applicate dal Paese importatore. Nel caso specifico le merci dovevano essere esportate in Iraq e il commissario europeo ritenne che, secondo il contratto stipulato con il cliente iracheno, sul prodotto doveva essere apposto il marchio “made in Italy”.