Siria: Tanto tuonò che piovve

Tanto tuonò che piovve, infatti, dopo svariate minacce da parte del “sultano” turco nei confronti dei kurdi, alla fine si arrivati all’azione. Da un paio di giorni l’aviazione e l’artiglieria di Ankara stanno bombardando alcune zone di confine con la Siria sotto il controllo dell’SDF (Syrian Democratic Forces di cui le truppe kurde YPG e YPJ rappresentano la spina dorsale) e che è cnosciuta con il nome di Rojava.
La decisione di Trump di ritirare le truppe USA dalla zona ha di fatto concesso il via libera alla probabile invasione da parte dei turchi che infatti non si sono lasciati perdere la ghiotta occasione e hanno immediatamente lanciato l’operazione. Che ciò succedesse era abbastanza prevedibile, che nessuno pensi seriamente di fare qualcosa non dico per impedirlo ma almeno per bloccare una nuova e potenzialmente esplosiva guerra, risulta anche se purtroppo abbastanza scontato, davvero vomitevole.
Lasciamo perdere gli USA che ci hanno abbondantemente abituati a fottersene tranquillamente della conclamata democrazia che vorrebbero esportare, ma in Siria ci sono svariati attori che probabilmente potrebbero dire la loro per, non dico impedire, ma perlomeno tamponare una situazione che ha fortissime possibilità di creare ulteriori malanni dove certo non ce ne sarebbe bisogno. Vediamo un po’ di ragionare e fare il punto sulla questione partendo da una visione complessiva di come è messa la Siria in questo momento.
Partiamo dal fatto che questo Stato è diviso in due grosse parti, quella ad est dell’Eufrate e quella ad ovest del grande fiume. Il Nes (North East Syria) generalmente sotto il controllo (fino ad oggi) dell’SDF e all’interno del quale ci sono parecchie basi della colazione (principalmente formata da Usa, ma anche inglesi e francesi giordani e via dicendo). Solo da quaalche mese le ultime roccaforti dell’ISIS sono state riprese da queste truppe e la regione riunificata sotto un unico controllo. Naturalmente dal punto di vista militare, perchè poi la situazione reale del controllo del territorio è davvero molto più complessa. Lungo il confine con la Turchia e nei posti maggiormente strategici (Tal Abyad, Kobane, Ras el Ain) ci sono (c’erano) i posti di osservazione Usa che servivano sia a monitorare la zona, sia a d evitare che i turchi potessero entrare in NES rischiando incidenti con i loro principali alleati Nato, appunto gli Stati Uniti. Tutto ciò ovviamente garantiva ai kurdi di Rojava contro eventuali operazioni da parte di Ankara (che ha sempre rivendicato il diritto e minacciato continuamente di poterlo fare, di creare una “zona di sicurezza” all’interno della regione). Da qualche giorno gli Usa hanno ritirato i loro soldati da quelle postazioni lanciando un chiaro segnale di via lobera ad Erdogan che ha immmediatamente recepito il messaggio.
I kurdi, appunto; Rojava (letteralmente kurdistan dell’ovest) rappresenta una fetta di territorio lungo il confine con la Turchia, soprattutto ad est dell’Eufrate, abitata in stragrande maggioranza dai kurdi siriani e in cui da quando è scoppiata la “rivoluzione”nel 2011 si sta sperimentando un governo democratico basato sulle teorie e sulle idee che Ocalan (che in Siria si era rifugiato prima di esserne espulso, passato per l’Italia, e per poi essere rapito in Kenia) professava e immaginava di poter applicare. I kurdi di Rojava che storicamente hanno sempre avuto forti legami con il PKK (partito dei lavoratori kurdo in Turchia) e con Ocalan (Apo), il loro leader, rappresentano l’unica idea di governo che si basa su principi di democrazia che definiremmo “dal basso”, garantendo uguali diritti tra generi e alle minoranze, che a capo delle amministrazioni locali venissero eletti due rappresentanti con pari poteri, un uomo e una donna nonchè immaginava uno sviluppo sostenibile dal punto di vista ambientale (al momento quest’ultimo punto rimane pura fantasia..). Pilastro fondamentale poi del programma è che tutti potessero esprimere la loro fede religiosa senza che qualcuno debba imporre regole restrittive; la stragrande maggioranza delle ragazze in Rojava vestono come noi occidentali diremmo normalmente, senza veli o abiti imposti da tradizioni religiose. Insomma, vivere in Rojava per certi versi, era un po’ come sentirsi a casa.
Poi, e questo va detto, il NES non è affatto solo Rojava (che copre al massimo una fetta di una trentina di km a sud del confine); buona parte del territorio (e più si va verso sud e più il fenomeno si accentua) è abitato da arabi sunniti. La zona di Dei Ez Zor (il profondo sud della regione che arriva al confine con l’Iraq sunnita) è abitata da popolazioni governate spesso da sistemi tribali in cui le regole religiose sono duramente applicate e la totalità delle donne sono chiuse all’inerno dei loro abiti che lasciano aperto solo il pertugio per gli occhi, il nikab. È da quelle parti che l’Isis si è maggiormente radicato e ha trovato spesso collaborazione e qui il programma di Rojava non pul trovare grande sostegno.
Questo lungo pippone per avere un’idea più chiara del contesto. Rimarrebbe da sottolienare un ulteriore elemento da non sottovalutare, all’interno dell’SDF ci sono sempre più presenze di arabi provenienti dalle zone del sud e che il loro numero nell’ultimo periodo è maggiormente incisivo.
Ora cerchiamo di capire cosa potrebbe succedere in seguito all’invasione turca. Si sa che in Siria non ci sono solo le truppe, in verità solo un paio di migliaia di uomini, Usa (e della coalizione). Queste si limitano ad essere presenti in NES. Dall’altra parte del fiume ci sono gli alleati di Assad, russi, iraniani e gli Hezbollah libanesi. Alla stessa stregua dei kurdi, anche questi combattenti hanno contribuito a cacciare l’Isis, ma dalla zona ora nuovamente (quasi completamente) sotto il controllo del governo.
Al nord ovest del paese, il cantone di Afrin è stato occupato quasi due anni fa dai turchi e dalle truppe loro alleate del Free Syrian Army, i cosiddetti ribelli che in realtà include una miriade di gruppi prevalentemente salafiti. Più a sud, ad ovest di Aleppo, una grossa sacca (Idlib) è tutt’ora sotto il controllo di HTS (Hayat Tahrir al Sham), praticamente e dichiaratamente Al Qaeda. I turchi avrebbero voluto annettersi anche quella zona, ma a quanto pare russi e Damasco non sono d’accordo e hanno lanciato un’offensiva (tutt’ora in corso anche se recentemente rallentata a causa della contrarietà di Ankara) che ha già recuperato una metà dell’area e preso posizione in località strategiche che fanno presagire che la riconquista sia solo questione di tempo e, probabilmente di chiarire alcuni punti tra russi e turchi.
Perchè è importante capire il quadro generale? Perchè da questo dipenderanno le risposte possibili da dare (o da non dare) all’invasione turca. In sostanza, a parte i margini concessi (?) dalla diplomazia, chi è che realmente potrà opporsi all’operazione e in quali termini e quali saranno le conseguenze dell’occupazione.
Gli Usa, abbiamo già visto.L’Unione Europea (Unione..) e i suoi responsabili degli esteri, vien da ridere solo al pensarci. Il solo immaginare la possibillità di nuovi flussi migratori provocati dai turchi spaventa a morte gli stati dell’Unione. I russi, si potrebbe anche ipotizzare che possano aver barattato il via libera a riprendersi la sacca di Idlib contro la luce verde per l’operazione in Rojava e i recenti affari con la Turchia (il sistema missilistico di difesa S300) fanno chiudere più di un occhio. L’ Iran, a parte che non ha particolari interessi nel nord della Siria, potrebbe vedere anche di buon occhio una “passatina” ai kurdi che rappresentano una minoranza (e agli occhi di Teheran un problema) pesantemente repressa anche in Persia. L’ONU... se solo avesse una qualche credibilità......
In parole povere e ancora una volta, i kurdi si ritrovano soli ad affrontare una situazione di fronte alla quale al massimo potranno difendersi come hanno fatto a Kobane contro l’Isis, ma con estremamente minori possibilità di riuscita. Anche l’aiuto proposto da Assad, che ovviamente non può digerire facilmente un’invasione straniera in quello che fino a prova contraria è ancora territorio siriano, non trova molto senso non avendo il SAA (Syrian Arab Army) possibilità alcuna di spostare truppe da quelle parti anche ammesso che ne avesse voglia davvero.

Docbrino