Sopravvivere a Sarajevo (The art of survival) il più lungo assedio della storia contemporanea raccontato dal punto di vista dei sopravvissuti

Sopravvivere a Sarajevo , è il titolo del libro, traduzione italiana di The art of survival, che permette di leggere il più lungo assedio della storia contemporanea, quattro anni, dall’aprile 1992 al febbraio 1996, dal punto di vista degli abitanti sopravvissuti.
La città di Sarajevo subì il più lungo assedio della storia contemporanea: 1.395 giorni senza luce, senza acqua né gas. Era completamente isolata perché gli assedianti bloccarono le telecomunicazioni, distrussero l’ufficio postale e tutti gli abitanti rimasero senza telefono. Attorno alla città le truppe serbe guidate da Mladic e Karadzic bombardavano con circa 4000 bombe al giorno su ospedali, moschee, chiese, scuole, sinagoghe, biblioteca e dove per necessità si radunavano più persone: le file per prendere acqua o il pane. E poi c’erano i cecchini che consideravano tutti un potenziale bersaglio. “In questa situazione estrema per gli abitanti della città” il mantenimento di una vita normale e l’esercizio della creatività erano importanti quanto il pane, le medicine e l’acqua” dice Suada Kapic, fondatrice e direttrice di FAMA International, nell’introduzione al libro.
Per i lunghissimi 1395 giorni gli assediati dovettero trovare non solo il modo di sopravvivere fisicamente m anche di esercitare la resilienza per non soccombere e inventarono di tutto: carrelli per il trasporto dell’acqua, trasmissioni radio, spettacoli teatrali, operazioni chirurgiche al lume di candela….. Il libro racconta, con la stessa voce dei sopravvissuti, come siano riusciti a sopravvivere e a non perdere la speranza.
Vorrei aggiungere la testimonianza di una mia cara amica, Beba, che ha passato tutto questo e, seppure con una certa sofferenza, me l’ha raccontata
“Prima della guerra avevamo una bellissima vita a Sarajevo, eravamo contenti del sistema della ex Jugoslavia, non mancava il lavoro, l’istruzione e la sanità erano gratuiti, ogni famiglia aveva una casa, avevo tutto.

Beba con la figlia Maida

Sarajevo era, per tradizione, multietnica, si conviveva pacificamente tra cattolici, ortodossi, ebrei e musulmani, non esistevano differenze, si guardava solo la persona, non la religione o l’etnia. Non esisteva una famiglia in cui non ci fossero matrimoni misti, era normale.
Non lo so, ancora adesso non ho capito, come è scoppiata la guerra, non ce l’aspettavamo. i Serbi dicevano di volersi separare, i Serbi non volevano stare con musulmani e cattolici, Karadicic, che allora era leader politico dei serbi di Bosnia, sosteneva che se non fosse stata accettata la separazione, ci sarebbe stata guerra e distruzione. Si è fatto il referendum e il popolo della Bosnia ha deciso al 60% di creare una repubblica autonoma di Bosnia.
Il 6 aprile sono arrivati improvvisamente i carri armati e a maggio la città era assediata, hanno bombardato subito la posta, la centrale elettrica.
Eravamo senza luce, usavamo le candele, che ci venivano paracadutate dalle organizzazioni umanitarie, perché non ne avevamo abbastanza, ovviamente c’era l’elettricità. Il primo anno c’erano riserve alimentari, i negozi sono stati però saccheggiati, non c’era denaro, scambiavamo tutto. Una volta volevo il bicarbonato per fare il pane, ma mi hanno dato gesso e così non ho potuto farlo. Mio marito aiutava la Caritas ma non voleva andare a prendere niente, sono andata io, c’era una coda lunghissima.
Per l’acqua facevo 14 km, ne prendevo 20 litri, non avevo carretti, la portavo a spalla. Non avevo la stufa, nessuno l’aveva, perché avevamo il riscaldamento centralizzato, ne ho fatta una con una pentola di alluminio. Non c’era legna, usavamo le scarpe vecchie, facevamo piccoli orti, andavamo in un bosco a prendere legnetti, Si mangiava pochissimo, ho perso 25 kili, non stavo in piedi per la debolezza e non riuscivo a fare le scale. Ci mandavano carne in scatola talmente sgradevole che non la mangiavano neanche i cani e farmaci scaduti, alcune persone sono morte per questo. In terrazza avevo vasi di cetrioli che venivano piccolissimi. La cosa peggiore erano i cecchini, si correva sempre. Un giorno, pomeriggio, in terrazza hanno sparato e ci siamo rifugiati in cantina dove è caduta una granata che ha distrutto l’appartamento sotto il mio, tutti gli edifici erano rimasti senza vetri. Vivevamo in uno stato d’ansia continuo per la paura delle granate
Dopo il primo anno di assedio è stato costruito il tunnel che era l’unica forma di comunicazione con la zona libera. Era stretto, si passava uno alla volta, c’era un orario, si doveva fare una richiesta ai militari. Si poteva portare in città qualcosa da mangiare, ma poco, controllavano tutto. Si usciva in territorio libero, ma approfittavano tutti del bisogno di cibo e non avevamo possibilità di pagare. Dal tunnel passavano anche i feriti, i malati, era l’unico passaggio. Anche io sono andata dalle mie figlie che erano in Italia, attraversando il tunnel, ma dovevo tornare entro una data stabilita altrimenti sarei rimasta fuori, i miei parenti erano a Sarajevo, non volevo lasciare la mia casa perché l’avrei persa come è successo a molti che sono andati via
Quando sono venuta in Italia, ogni volta che sentivo un rumore forte, mi spaventavo,
Non avevamo informazioni di quello che accadeva nel mondo, qualcuno con una radio artigianale a batteria riceveva notizie, si vedeva solo la televisione serba.
Quando è iniziata la guerra si divideva quello che c’era, da fuori mandavano qualcosa, poi quando le riserve scarseggiavano, invece ognuno per sé. I pacchi arrivavano con il paracadute ed i convogli venivano taglieggiati, quello che ha mandato mia figlia non è mai arrivato.”

Loredana Alajmo

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