Speranza di normalità e conflitto tra istituzioni centrali e locali della Repubblica

Siamo ancora in piena crisi dovuta alla SARS-CoV-2 e nei miei padiglioni auditivi risuona l’altoparlante della Protezione Civile che ricorda le misure di “distanziamento sociale” con le conseguenti minacce per gli inadempienti.
C’è stata la stretta sulle attività manifatturiere ed il Governo ha previsto, quasi come uno strappo ai poteri costituzionali, che le regioni possano adottare ulteriori misure ancora più restrittive, giustificandole e comunque con un avvallo governativo. E’ peraltro in piedi la possibilità della tracciatura dei movimenti individuali da gestire con opportune “app” come in alcune realtà asiatiche.
Ogni giorno, chiunque non sia nemico dei numeri e non si fida unicamente della interpretazione che di essi viene data dalla comunicazione mass mediatica, ha accesso alla mole di dati sul contagio e sulle sue conseguenze messi a disposizione dal Ministero della Salute. Ulteriori informazioni. anche sulla situazione mondiale, si possono trovare su siti internet specializzati.
Purtroppo i dati non permettono di costruire con affidabilità né l’evoluzione del contagio né le prevedibili dinamiche per il futuro, soprattutto per la disomogeneità della raccolta. Ad esempio dovrebbe essere estremamente significativo rilevare i casi positivi in rapporto ai tamponi eseguiti e valutati, ma purché ci si riferisca ad universi comparabili. Un conto è effettuare i tamponi nelle reti di relazione di casi sintomatici (credo sia il caso del F-VG), un altro è farlo su un universo indifferenziato (come parzialmente è avvenuto nel Veneto). Ambedue sono modalità per determinare l’evoluzione del virus, ma non tra loro comparabili.
Malgrado ciò dai dati che fluiscono è comunque possibile valutare degli andamenti di massima e cercare di ragionare sulle diverse realtà, che sono tra loro molto diverse e non riconducibili ad un andamento univoco “nazionale”.
In altre parole appare evidente che non esiste una unica situazione italiana dell’andamento del virus ma che ci sono scenari profondamente differenti, sia per l’acutezza e dimensione del contagio sia per l’interpretazione della fase della sua evoluzione.
Ormai lo abbiamo capito: se di fronte al presentarsi del virus, quanto più rapidamente e quanto più fortemente si prendono misure di “lockdown” tanto più si hanno effetti di contenimento dell’epidemia ed anche di minore carico sul sistema sanitario. Rimane però da capire come procedere quando viene il momento dell’allentamento delle misure stesse.
Il “popolo” del F-VG pare sia stato tra i più solerti a rispettare le disposizione emanate: qui alcuni diktat di carattere non sanitario ma di puro ausilio al controllo di “polizia”, come il divieto di attività motoria solitaria o di accompagnamento dei “rari bimbi”, cominciano a pesare e trovano ben poca reale giustificazione.
Non credo vi potrà essere un radioso giorno in cui le campane suoneranno a festa e la gente si riverserà per le strade urlando “la peste è finita”, ma si dovrà far accettare ai cittadini un faticoso percorso che, nel pieno controllo della coda dell’epidemia con il permanere di misure restrittive della libertà individuale di movimento, permetta di attivare in maniera crescente una socialità possibile e le rispondenze economiche che da essa possano derivarne.
Proprio su questi aspetti dovrà concentrarsi l’azione di collaborazione tra il potere governativo dello Stato centrale e il sistema regionale che, date le caratteristiche della stessa epidemia, dovrà interpretare l’uscita dalle emergenze con tempi e modalità diverse. In un quadro peraltro di coerenza interpretativa con quanto avviene oltre i confini del nostro stato.
Nessuno si azzarda a fare previsioni e ancor meno a lanciarsi verso l’ottimismo. Siamo ancora preda della paura e l’occhio è rivolto alle carenze quasi incredibili di materiali ed apparecchiature delle filiere di cura e prevenzione. Tuttavia una analisi pur incerta dei dati attualmente disponibili porta ad individuare proprio nel F-VG (e probabilmente in parte del Veneto) l’esistenza di una area che prima delle altre possa aver imboccato una strada di contenimento e di avvio verso l’uscita dalla epidemia.
Hanno funzionato probabilmente alcune misure prese in anticipo rispetto ad altre realtà, pur con contraddizioni come l’invito a sciare gratuitamente. Forse la concentrazione urbana è meno spinta che altrove. In futuro sarà molti utile ricostruire e analizzare quanto è avvenuto. Per ora incrociamo le dita affinché i prossimi giorni non producano statistiche da ritorno al punto di partenza. Anche perché una popolazione che nella sua quasi totalità si è comportata virtuosamente, e continua a farlo, ha bisogno non solo di sproni alle “lacrime e sangue” ma anche di un riconoscimento che quanto ha fatto è stato ed è di utilità.
La gestione della crisi sanitaria ha visto l’aprirsi di un fronte di confronto anche aspro tra autorità di governo e le Regioni titolari di obblighi amministrativi di gestione della materia sanitaria. Oggi sembra avere molta udienza la contradditoria tesi che, per ridare efficienza e competenza ad una centralità statale che proprio nelle sue attuali funzioni ha rivelato limiti profondi (pianificazione delle risposte alle epidemie, recupero e distribuzione delle attrezzature necessarie, chiarezza nelle necessarie imposizioni da rispettare), bisogna attribuire alla centralità anche quanto attualmente è compito amministrativo delle Regioni.
Questo a me pare pura riproposizione della ideologia che vede la funzionalità solo nella concentrazione del potere anche molto oltre quanto è necessario nelle situazioni di emergenza. Non credo che in Italia ci sia qualche Orban pronto a dichiarare lo “stato di eccezione” ma sono molti quelli che ritengono le diatribe locali una palla al piede dell’economia e dello sviluppo.
Nello sperare che i tempi per l’avvio di disposizioni per la progressiva uscita dall’emergenza siano vicini, in particolare il riavvio di molte attività produttive richiede una seria valutazione, mi domando come sarà gestita questa fase proprio nel rapporto tra Governo, Parlamento e istituzioni Regionali.
Quali tempi e modalità è opportuno vengano decise a livello centrale e quali spazi di responsabile interpretazione saranno attribuiti ai sistemi territoriali locali? Mi pare una questione non più solo di ordine pubblico ma di una complessa fase di valutazione dei rischi che solo una adeguata conoscenza delle singole realtà può completare. Due “fabbriche” possono produrre la stessa cosa ma essere capaci o meno di fornire livelli di garanzia per la salute dei propri dipendenti. E magari il passeggio solitario in campagna e fuori dagli agglomerati urbani può ridiventare una virtù.
Per l’insieme di questi motivi ritengo sia necessario cominciare a capire dove risiedono adeguate conoscenze delle relazioni che si sviluppano nel territorio e su queste avviare un graduale percorso di ritorno alla normalità, senza mettere a rischio gli aspetti sanitari. La lezione della SARS non potrà essere esorcizzata unicamente dal numero di miliardi da mettere in campo per la ripresa del PIL, ma dovrà insegnare alle comunità a prendersi cura delle proprie relazioni di vita ed a contribuire alle scelte nello spazio della propria potenziale socialità.
La politica è l’attività che produce le decisioni, che devono essere ragionate e calibrate oltreché tempestive. Ma oggi, anche di fronte alla straordinarietà degli eventi, sembra spesso una gara di propaganda per la conquista del consenso. Se tale fase continuerà, e magari ne verranno esasperati i toni, non ne deriverà nulla di buono. E peggio ancora qualora una conseguente guerra di posizione metta in soffitta l’obbligo costituzionale della “leale collaborazione” tra poteri centrali e locali della Repubblica.

Giorgio Cavallo