Strage kamikaze a Istanbul, sale il bilancio, fra le “vittime” anche il turismo in Turchia

C'è qualcosa di molto subdolo nella strategia del terrore che vede la Turchia al centro di un'offensiva terroristica senza precedenti: dal luglio 2015 si sono verificati nel Paese nove attentati, causati da organizzazioni interne (curdi e anarchici) ed esterne (Isis). A pagare il prezzo di questa carneficina, oltre ovviamente alle centinaia di vittime e i loro familiari, è l'economia e primo fra tutti il comparto del turismo. Il meccanismo è lo stesso che ha messo in ginocchio la Tunisia e l'Egitto. Così mentre il governatore di Istanbul, Vasip Sahin, ha aggiornato il bilancio delle vittime dell'attacco allo scalo internazionale Ataturk con il numero dei morti che sale a 43 e forse più e quello dei feriti a 239, sono in realtà quelle 19 vittime straniere a “pesare” di più. Una strategia Isis chiara, una prova ulteriore questa che conferma i primi indizi che indicano che sull'attacco vi è l'impronta dello Stato islamico. Infatti l'altro flagello terroristico che insanguina la Turchia, quello di matrice Curda, non è oggi sul banco degli imputati, almeno oggi. Di fare vittime occidentali, non ne avrebbero alcuna convenienza. Gli strateghi del terrore dell'Is invece hanno ben chiaro che per fare male alla Turchia bisogna colpirne l'economia. Per il califfato infatti il governo di Ankara è reo di essersi irrigidito con loro dopo un lungo tempo di benevola tolleranza. La Turchia ha scelto il fronte occidentale anche perchè, osservata speciale dalla Russia, non poteva più barare. Putin dopo la vicenda dell'abbattimento del su24 da parte di jet turchi non solo aveva puntato il dito contro Erdogan accusandolo di fare il doppio gioco ma aveva cominciato a raccogliere le prove di quello che tutti sapevano. Così proprio nel giorno della annunciata telefonata di riavvicinamento fra Erdogan e Putin e di ripresa delle relazioni diplomatiche con israele, ecco che arriva puntuale l'attentato. Il giorno scelto e la scelta dell'obiettivo aeroporto è infatti simbolico e funzionale alla strategia che vuole bloccare il turismo. Già prima dell'attentato di ieri il flusso di visitatori, che nel 2015 ha contribuito al 12,9% del Pil dello Stato (pari a 91,6 miliardi di dollari), era in calo vertiginoso, ora c'è il rischio si interrompa del tutto. A maggio 2016, rivelano i dati resi noti dal ministero del Turismo, il settore ha registrato un calo degli arrivi del 34,7% rispetto allo stesso mese del 2015: da 3,8 milioni di persone a 2,4 milioni. Una diminuzione così forte non si registrava dagli anni '90. L'attentato all'aeroporto internazionale di Istanbul rischia ora di essere il colpo mortale per uno dei settori più vitali per l'economia turca. E su cui il Paese ha scommesso per sostenere la sua continua crescita. A pesare fortemente è stato il crollo dei turisti russi, scesi del 92% su base annua per effetto della 'querelle' successiva all'abbattimento a novembre scorso del jet di Mosca al confine con la Siria. Tra i grandi Paesi europei che hanno rinunciato ad andare in Turchia, quello che ha registrato il calo più brusco nelle partenze è stato l'Italia (-56,2%). Mentre lo Stato che più contribuisce al flusso internazionale di arrivi, la Germania, ha fatto segnare un crollo di partenze sceso dalle 623 mila del maggio 2015 alle 427 mila del maggio 2016 (-31,5%). Nello stesso lasso di tempo, i francesi sono diminuiti del 48,47% e i britannici del 29,46%.

Fabio Folisi

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