Tanti generali senza esercito, nel convegno sui rischi per l’autonomia del Fvg

C'era un che di surreale sabato pomeriggio al convegno organizzato dalla Afe (Associazione Friuli Europa). Eppure il titolo era denso di aspettative in un momento così delicato per l’assetto istituzionale futuro: “Verso una nuova autonomia e specialità del Fvg: la società civile interviene”. Clima surreale e una certa delusione, perché, a parte qualche eccezione, l’assise che si pensava partorisse qualcosa di concreto in difesa dell’Autonomia della Regione Fvg, sembrava invece una variante dotta di una sala bingo, affollata da più o meno arzilli vecchietti o quantomeno politici attempati, in vena di puntare sulla fortuna, più che sull’azione politica. E visto il preludio, di fortuna, c'è ne vorrà davvero molta per vincere qualcosa e salvare la specialità ed autonomia del Fvg. Spieghiamo meglio, non è che il problema sia l'età media dei partecipanti, spesso la nostra “migliore gioventù” politica è attempata nel fisico ma non nelle menti, visto che le nuove generazioni sono piene di arrogantelli figli del berlusconismo di destra, centro o sinistra, includendo perfino i grillini. Ma il fatto è, che tranne qualche autorevole presenza in sala e poi al microfono, di concretezza se ne è vista davvero poca. Bastava leggere il documento diffuso all’ingresso per capire l’andazzo. Al capitolo “una proposta operativa per la promozione della partecipazione a cambiamenti istituzionali del Fvg” si parlava genericamente di una metodologia e strumenti di lavoro, senza tuttavia identificarli nel concreto. Si parlava di “agenda della trattativa” e di “sintesi delle istanze” per poi affermare che ci vorrebbe un “organismo snello” ma autorevole che “garantisca flussi formativi ed informativi tra la società civile e l’istituzione regionale” senza anche in questo caso individuarlo, insomma “fuffa”. Eppure il convegno non è apparso del tutto inutile, almeno negli interventi, come quello del presidente di Confindustria Udine Matteo Tonon o del passionario Presidente regionale degli artigiani Graziano Tilatti. Per il resto l'impressione era per lo più di assistere alla saga dei rottamati. Purtroppo, speriamo di sbagliarci, è stata una poco utile passerella direlatori che svolto il proprio compito, tranne qualche virtuosa eccezione, lasciavano la sala costretti, evidentemente, dagli impellenti impegni del sabato sera. Tanti generali senza esercito e quel che è peggio, senza la consapevolezza di aver bisogno di truppe. Di un consenso popolare, che non si può creare certo elemosinando degli spazi informativi o politici a chi, la decisione sul futuro del Friuli probabilmente l’ha già svenduta. Eppure la posta in gioco è alta, si tratta di capire il futuro non solo istituzionale, ma anche economico, di questa regione. Di capire se le genti del Friuli e della Venezia Giulia avranno ruolo centrale nella gestione del proprio territorio o dovranno accontentarsi di fare le comparse, o al massimo di appaltare le scelte a logiche di area vasta, diventando ancora una volta colonia Veneta o perfino peggio, una propaggine del centralismo romano. Ma tornando ai lavori del convegno, certamente buoni sono stati gli interventi tecnici, quello dell'economista Professor Roberto Grandinetti e quelli di chi rappresenta davvero qualcuno, come i già citati Matteo Tonon e Graziano Tilatti, al quale aggiungeremmo il sindacalista della Uil Ferdinando Ceschia. Il loro contributo è stato interessante e convergente sulla necessità di mantenere l'autonomia, pur senza richiudersi a riccio. Qualcuno ha denunciato la carenza della politica Regionale che ha abiurato, è stato detto, al proprio ruolo e con questo il mandato degli elettori, alle logiche dei partiti nazionali. Per il resto degli interventi non sembra essersi colto il vero focus operativo della questione, probabilmente perchè si pensa già alle alchimie potenziali di divisione della torta di comando o perchè, anime belle, si confida che alla fine i partiti “storici” trovino lo spirito per reagire agli attacchi esterni. Ma non è stato colto il concetto che senza un movimento popolare che sostenga l'obiettivo di difendere la “specialità e l'autonomia” del Friuli Venezia Giulia non si andrà lontano. Perchè se da un lato, come qualcuno ha fatto echeggiare dal microfono in sala, chiedere che la governatrice Serracchiani vada da Renzi a perorare la specialità del Fvg, sarebbe come pretendere che i curdi vadano a chiedere ad Erdogan più libertà e autonomia pensando di ottenerla, dall'altro non si può pensare che un esercito di generali in pensione influenzino per davvero la politica dei partiti o affascino le nuove masse alle prese con tablet e telefonini. Del resto la clamorosa assenza, tranne qualche sparuta eccezione individuale, di consiglieri regionali in sala, non era di certo un caso dovuto al giorno, all'ora o alla pioggia battente, era una scelta precisa di non attenzione e forse di non esposizione. E’ chiaro infatti che per fare carriera nei partiti è più importante rispondere alle logiche nazionali che non hanno certamente l'obiettivo di mantenere un decentramento avanzato come quello del Friuli Venezia Giulia, piuttosto che rispondere al mandato di chi ha votato per loro. Un piccolo spiraglio operativo si è intravisto invece nella ricetta proposta dal Senatore Ferruccio Saro, vecchio volpone della concretezza. Creare un nuovo soggetto politico regionale, questa la sua proposta, certamente la più operativa fra quelle espresse dagli altri “generali” in sala. Lui, il senatore di Martignacco, che come ufficiale d’alto grado in trincea c’è stato spesso, ha una visione battagliera, ma la sensazione è che anche oggi intenda operare con il vecchio metodo, con vecchie armi, tutto interno ad una piccola casta di fedelissimi che oggi hanno sempre meno appeal, magari proponendo vecchi nomi d'effetto come novità. Ma Saro sa per esperienza che senza un esercito non si va da nessuna parte, ed ecco, come aveva fatto in altre occasioni, lanciare l'idea di creare un nuovo soggetto politico ma temiamo lo faccia seguendo i vecchi schemi di rete personale di conoscenze, un tempo efficaci, ma oggi nell'era della comunicazione digitale, rischia di arrivare solo ai soliti noti, e questo, come insegna la vicenda del M5S, per fare numeri, non basta più. Ma nella desolazione di sabato diciamo che Saro è apparso l’unico ad avere un idea, o almeno ad averla esposta, cercando di far diventare operative le chiacchiere, che sono tali anche se storicamente forbite.
Se poi si confida in soggetti politici già presenti in Consiglio regionale, allora si è capito poco di quanto sta avvenendo. Esiste infatti un renzismo nazionale, contagioso anche in periferia e perfino fuori dai confini del Pd, nelle altre formazioni politiche, anche in quelle d'opposizione. Un ideologia trasversale che rende allergici alla parola partecipazione. Un virus che è forse una mutazione naturale genetica del berlusconismo, ma più virulento, perchè caratterialmente più arrogante di quello del cavaliere di Arcore. Oggi, per esistere, occorre sempre maggiore centralismo del potere. Per farlo si possono condividere al massimo pezzetti di decisione con un nucleo ben selezionato di amici, nel nostro caso per di più toscani. Pochi gli “stranieri” ammessi alla corte, la Serracchiani è una di queste, ma per rimanere nelle grazie dell'uomo solo al comando della nazione e del suo partito, logica vuole che non si possa alzare la voce, neppure in difesa della proprio regione. Eppure siccome abbiamo ancora fiducia nella natura umana e perfino che esista ancora la buona politica, speriamo che la governatrice trovi la forza di fare la scelta giusta, anche se questo dovesse costarle qualcosa in termini di futuri appannaggi. Sarebbe un bel modo per far riconciliare i cittadini con la politica e dimostrare che questa non è fatta solo di ladri, profittatori e acchiappa poltrone.
Ma guardando invece con il pessimismo della ragione, invece che con l’ottimismo della speranza, c’è il rischio che in futuro, anche il ricorso alle urne, venga considerato un inutile e dispendioso esercizio di sprechi e che si vada non solo alla nomina dei Senatori come con l’Italicum, ma alla nomina diretta anche delle rappresentanze locali. Del resto perché non ritornare alle logiche dei “Prefetti” come rappresentanti dello Stato. Siamo certi che nella testa di qualcuno questa opzione alberghi e che oggi, ma in futuro chissà, solo per pudore costituzionale non viene proposta.