Tornano a spirare arie di secessione? Perche’ no?

E’ stato da poco inviato ai ministri Gualtieri e Boccia un documento da parlamentari del PD, del M5S e di Italia Viva a proposito dei rapporti finanziari tra lo Stato e la Regione F-VG, nel tentativo di arginare la campagna propagandistica del Presidente Fedriga sulla necessità di non versare i circa 1400 milioni previsti per gli anni 2020 e 2021 quale contributo del F-VG al risanamento della finanza dello Stato. I firmatari, oltre ad auspicare un lavoro serio congiunto di verifica delle esigenze della Regione per definire una “giusta” cifra di ristoro delle perdite che sarà costretta a subire a causa della crisi dalla pandemia, concludono con un avvertimento interessante.
Auspicano cioè che questa linea di buon senso venga adottata senza strappi con l’amministrazione dello Stato nella piena comprensione della nostra necessità dl sostegno da parte dello Stato stesso e “anche per scongiurare che prendano a circolare letture tendenziose, che si ergano opposte primarie e tornino a spirare arie di secessione”.

Lo spettro dell’autonomia agita i partiti
Per quel che riguarda il Friuli era dai tempi di “o Zico o Austria” che non girano arie di questo tipo. Anche i più accesi leghisti oggi onorano la “piccola patria” come appendice e sentinella a difesa dei confini della “grande patria”. A Trieste per la verità c’è sempre in agguato il TLT come mitica aspirazione, peraltro rilanciata (inconsapevolmente?) dallo stesso Stato italiano con il richiamo alle prerogative del Porto previste all’Allegato VIII del Trattato di Pace che istituisce proprio il TLT come entità istituzionale prevista dall’ONU. Ma, se evocare la secessione servisse ad alzare la posta nella trattativa con il Governo, nulla di male. Lo faceva anche Comelli ai suoi tempi.
Diventa però un po’ strano attribuire velleità secessioniste ad una maggioranza regionale basata su due partiti sovranisti con vene di nazionalismo italiano piuttosto spinto, tesi ad una difesa dei sacri confini. Fedriga sarà un furbastro frequentatore di “talk show” e di social, ma non è che stia lottando per fare il Patriarca della “Venetia et Historia” scalzando il Doge Zaia.
Ma allora quale strategia ispira il PD regionale e i suoi alleati nell’entrare in questa partita con una posizione di mediazione nei confronti con il governo che semmai avrebbe dovuto essere attivata in una seconda fase. A parte il M5S che non può fare a meno di stare con Roma, non si può dimenticare che questa Regione è stata governata dal PD nei 5 anni decisivi in cui la sua specialità è stata sostanzialmente distrutta a partire dal piano finanziario, in piena continuità con quanto avvenuto nella legislatura precedente retta da una maggioranza di centro destra.
Da anni ritengo che il crollo economico del F-VG, l’ultimo report della Banca d’Italia stima con una perdita del 7,8% tra il 2007 e il 2017, quantificabile nell’insieme come un passo indietro del 10% nel decennio passato (come retribuzioni e come capacità di spesa delle famiglie), sia dovuto non tanto alla caduta del sistema produttivo, che in qualche modo grazie all’esportazione è riuscita ad evitare un crollo, quanto alla mancata spesa pubblica di 10 miliardi di euro, tra contributi allo Stato per il risanamento del debito e misure varie di spending review, che ha colpito l’intero sistema degli enti territoriali.
La crisi attuale si innesta su un quadro deteriorato da un decennio in cui si sono sommate debolezze oggettive e mancanze politiche. Da questa situazione le strade di uscita possibili sono due, sempre che il sistema politico sia in grado di far emergere una scelta. La prima è un percorso di rinnovata centralizzazione statale in cui ai territori si possono concedere le frattaglie amministrative. Un po’ la linea scelta dal governo attuale, favorita da alcune necessità per affrontare la pandemia, e che forse sarebbe stata ancora più declamata da altri senza l’azzardo suicida di Salvini nell’estate del 2019. La seconda è una revisione profonda dell’autonomia regionale del F-VG per ricostituire le basi delle sue competenze, per capire il ruolo strategico nel futuro di questa area europea, e per farne quindi un organo reale di governo del territorio. Ambedue le scelte non sono a costo zero e divaricano in relazione agli interessi politici in gioco, peraltro resi instabili dal cavalcare la cronaca.

Il residuo fiscale come elemento da agitare più che da conoscere
Per capire alcune basi delle polemiche attuali vale la pena di accennare ad una questione che negli ultimi tempi ha animato scontri all’arma bianca su alcuni social e che è emersa nei due interventi su quotidiani di certificati esponenti PD quali S. Spitaleri e R. Liva, il cui spirito può leggersi anche nel documento dei parlamentari.
Da qui emerge una convinzione strutturale che, un po’ come tutte le regioni del sud, il F-VG non sia in grado di produrre risorse sufficienti che paghino i servizi pubblici di cui ha bisogno il territorio. La questione è quella del cosiddetto “residuo fiscale”, quanto cioè una determinata area contribuisce alla spesa pubblica e quanto di spesa pubblica viene immessa in quel territorio. Insomma “teniamoci stretto lo Stato che da lì non possiamo prescindere”.
Residuo fiscale. Cosa facile a dirsi, un po’ meno a calcolarsi. Lo Stato cerca di farlo con due strumenti, i Conti Pubblici Territoriali e la Spesa Pubblica Regionalizzata affidati a ministeri diversi. Molte Regioni hanno costruito propri sistemi o incaricato tecnici vari per tale calcolo. Veneto, Lombardia, Emilia Romagna basano proprio sulla presunzione di un forte attivo fiscale la domanda di competenze differenziate.
Per la nostra Regione il Report della Banca d’Italia stima, sulla base dei CPT (Conti Pubblici Territoriali) forniti dal Ministero dello Sviluppo Economico, quale media del periodo 2015-2017, un residuo fiscale pro capite negativo di 721 euro (pari a 880 milioni di euro totali). Conti che lasciano perplessi quando si scopre che il Lazio ne avrebbe uno positivo di 2714 e il Trentino uno negativo di 2836.
In passato (2015), anche in seguito a uscite giornalistiche (che peraltro vedo ancora citate), mi ero occupato di una verifica puntuale dei dati utilizzati e avevo capito che, malgrado la dichiarata autorevolezza della fonte, c’era ancora molta strada da fare per costruire una visione chiara della realtà. Una sola notazione. Per il F-VG la negatività del residuo dell’anno di riferimento proveniva da interessi pagati dallo stato in Regione per circa 2,5 miliardi di euro, scoprendo poi che l’arcano proveniva in larga misura dai titoli di stato in possesso delle Assicurazioni Generali. Non so se il calcolo dei CPT citato dalla Banca d’Italia ne tenga ancora conto come tecnicamente è giusto, forse nel frattempo il Leone di S. Marco si è liberato di parte del fardello, ma i dubbi rimangono sull’intero modello.
Forse se in Regione qualcuno si fosse preoccupato di capire seriamente l’insieme dei dati da considerare e magari avesse messo in piedi qualche struttura di carattere tecnico-scientifico, non solo potremmo capire meglio le evoluzioni storiche della questione (il decennio di crisi ha sicuramente pesato) ma anche impostare in maniera razionale il passaggio da una Regione che non ha più le competenze primarie del 1964 ed ha bisogno come il pane di definire quelle attualmente necessarie e le risorse che servono per affrontarle.
Dimenticavo. Dai conti, comunque li si giri, emerge che mettendo insieme Veneto, F-VG, Trentino e SudTirolo, c’è lo spazio finanziario per autogovernarsi. Comprese le pensioni, dove il disavanzo regionale in termini di versamenti all’INPS è di 2,5 miliardi. Che sia il caso di farci un pensierino? Le recenti esperienze, nel 1918 dopo Caporetto, e nel 1943-45 con Alpen Voreland e Adriatische Kustenland non sono state il massimo, ma c’è sempre il Patriarcato di Aquileia da riesumare.

Giorgio Cavallo