Trattare la resa di un proprio protetto vuol dire che non hai saputo proteggerlo

E’ andata buca nel primo incontro tra Trump e Putin per trattare la resa dell’Ucraina. A parte i dettagli folkloristici da futuro premio Nobel che “ambedue” hanno eguale diritto di pretendere, c’è un problema tecnico che è stato trascurato: una resa c’è quando uno dei contendenti non è più in grado di combattere. Forse siamo sull’orlo per quanto riguarda l’Ucraina, e gli USA vi hanno contribuito a partire dal 2023, ma è anche vero che la neo URSS non può concedere un cessate il fuoco nel timore che di questo possa approfittare il suo contendente per evitare la rotta.
L’assenza del campo di battaglia, nei suoi componenti di guerra campale ed ibrida oltre che terroristica, appare evidente in una pseudo trattativa dove nessuno sembra sapere i limiti di resilienza dei due contendenti formali. Per Trump c’è solo l’interesse politico militare e mercantile di una ex super potenza militare non in grado di utilizzare la propria forza di fronte a situazioni che costruisce e che invariabilmente non è poi in grado di gestire. Gli USA peraltro non hanno alcun mandato per una trattativa che sembra più che altro riguardare i propri interessi nel caso della sanzione della “vittoria” post sovietica.
La domanda fondamentale a questo punto diventa la seguente: è la Russia in grado di continuare la guerra e raggiungere gli obiettivi originali che, anche per sua dichiarazione, permangono?
A) riconoscimento internazionale (o acquiscenza internazionale) per i territori ex ucraini che pretende in funzione del Ruskij Mir (Crimea, Donbas con Donesk e Lugansk, Kherson, Zapohoriza, etc. senza dimenticare Odessa) occupati o magari ancora da occupare;
B) “denazificazione” del resto dell’Ucraina con un governo simile a quello attuale della Bielorussia.
L’auto nominato mediatore Trump chiede alla Russia un qualche sconto in cambio del rilancio comune di affari tra USA e Russia, cosa che peraltro avviene in una fase dove proprio il tema degli affari sconvolge i rapporti tra USA e UE. Il gioco quindi riguarda non solo chi direttamente o indirettamente ha partecipato al risultato del campo di battaglia ma anche l’intero quadro delle relazioni mondiali in termini sia di trading che finanziario. Così come l’affidarsi al ruolo delle armi (e della forza) quale strumento sovrano nel definire le controversie, oltre a presentare la tragedia palestinese come show room (in comproprietà dell’azionista americano), può facilmente trovare adepti regionali in varie parti del mondo, dai Balcani alla Turchia, dalla Corea all’India. Senza dimenticare che anche la grande saggezza della Cina rischia di essere compromessa in questa evoluzione.

Cosa può essere fatto nell’attualità
Pur senza evocare Monaco, credo appaia evidente che a questo punto è meglio andare a vedere le carte. Una concessione alla Russia sugli obiettivi dell’aggressione è peggio di una verifica del risultato militare. Se gli USA hanno ormai deciso di lavarsene le mani, gli stati europei che ritengono di farlo (il supporto alla volontà di lotta ucraina) hanno sufficienti poteri economici per dare un contributo fattivo a questa verifica. Ed è ancora più evidente che il riarmo europeo, in un quadro di fattiva integrazione della difesa degli stati che ci stanno, deve traguardare un futuro di alleanza che non può essere subordinato ad uno stato oggi inaffidabile come gli USA. Per chi si occupa di geo politica in forma critica c’è a disposizione un bel cambio di slogan rispetto ai tempi della guerra fredda: da “fuori l’Italia dalla Nato” a “fuori gli USA dalla Nato”.
Tuttavia nell’immediato c’è un solo strumento che i paesi europei occidentali possono mettere in atto per la verifica sul campo; autorizzare giuridicamente il volontariato militare al fianco dell’Ucraina per sopperire ai suoi limiti umani. La storia della difesa della libertà e della democrazia è piena di questi esempi. Se Garibaldi tornasse di moda questa sarebbe una bella occasione.
Ho volutamente escluso dalle considerazioni la UE poiché costituzionalmente, e nella versione allargata e controversa che oggi la contraddistingue, essa si trova a dover rimettere in piedi la sua stessa struttura costitutiva ispirata unicamente ad un mercato unico di caratterizzazione neo liberista, incapace quindi di interpretare la nuova fase globale che risponde ormai a logiche economiche del tutto diverse. E dove le stesse valutazioni di rapporti internazionali non trovano sicuramente un consenso che permetta di affrontare le emergenze che giornalmente si palesano.

Il mondo va oltre USA e Russia
I commentatori si sbizzarriscono nelle interpretazioni a medio lungo termine del mutuo riconoscimento che Russia ed Usa si danno a partire dall’incontro in Alaska, anche indipendentemente dai risultati concreti per la guerra in Ucraina. E’ rinato un bipolarismo che detta le regole dell’ordine mondiale? O semplicemente c’è la presa d’atto che i rapporti internazionali e la graduatoria delle sovranità dipende unicamente dall’uso della forza? L’occidente della democrazia e del diritto non esiste più perché abbandonato dal suo leader e ad esso deve magari sostituirsi quell’Europa che ancora ci crede?
Credo sia utile offrire una ulteriore interpretazione di quanto sta avvenendo con il focus su una questione che talvolta si mette solo parzialmente in relazione con le caratteristiche della coppia di farabutti che si sono incontrati in Alaska. Sono ambedue nemici interessati della transizione energetica e sono ambedue pronti a fare affari nelle conseguenze del cambiamento climatico su propri territori o loro relazioni possibili. Canada, Groenlandia da una parte, Siberia e rotta Artica dall’altra, sono obiettivi funzionali a quelle economie che non vogliono cedere alla de carbonizzazione ed ai profitti delle ricchezze di idrocarburi. Con un occhio rivolto ai minerali attualmente determinanti soprattutto nelle tecnologie della digitalizzazione.
Il loro nemico principale non è l’UE ondeggiante ed insicura nei suoi programmi di adattamento ma la vera potenza guida della transizione energetica, dove le cose si fanno sul serio ed in tempi verificati. La Cina.
La Cina si è data una decina d’anni per una sua riconosciuta leadership in tutte le principali tecnologie di avanguardia e la sua potenza militare non è traguardata al dominio armato del mondo ma in difesa del suo modello socio economico e geografico (che comprende certamente anche Taipei) affinché nessuno possa impedirle di intralciare la sua pianificazione. Lo scontro con gli USA sarà inevitabile (in realtà è già in atto) ma con maggiori probabilità non sarà militare come invece gli stessi USA prevedono. La Russia è attualmente un puro fornitore di materie prime a basso costo di cui la Cina non può fare a meno ma nulla fa ritenere che essa sia un alleato strategico nel lungo periodo. I cinesi stimano certamente molto di più l’inventiva tedesca delle fisime imperiali e messianiche russe, a cui sicuramente prima o dopo metteranno in conto parti di Siberia che ad essi appartenevano e che andrebbero sicuramente meglio valorizzate. Per ora sono affari, ma nulla di più, anche in termini di economia e tecnologia. Sull’Ussuri si è già combattuto recentemente e l’Impero di mezzo non dimentica nulla del passato.
La Cina è quindi il mondo del futuro a partire dalla demografia asiatica e ad essa va rivolta più attenzione di quanto stiamo facendo, anche se non abbiamo chiaro quali regole ne proverranno per il futuro. Se l’Europa vuole contribuire a questo futuro segnalando quanto di buono proviene dalla sua tormentata storia è bene che ne incominci a tenere conto. Per ora vi abbiamo introdotto la birra e il socialismo che i cinesi hanno adattato a modo loro. Ma, a parte la lingua, non dovrebbe essere impossibile comprendersi.

Giorgio Cavallo