Trovata “finta” bomba lungo la recinzione della Base di Aviano: atto dimostrativo

I sistemi di sicurezza della base di Aviano sono scattati questa mattina quando quello che poi si è rivelato essere un falso ordigno era stato individuato nell'area all'ingresso dell'aeroporto Pagliano e Gori. L'allarme è scattato quando nell'area della base a comando italiano, è stato avvistato un involucro sospetto. Il pacco sospetto era stato individuato non lontano dalla recinzione esterna che impedisce l'accesso al personale non autorizzato. Lanciato immediatamente un allarme, sul posto sono intervenuti i carabinieri del Comando dell'Aeronautica militare italiana e il personale di sicurezza americano. Dopo accurate indagini, l'allarme è rientrato e l'accesso Sud dello stanziamento militare è stato riaperto: il gate e l'attigua strada provinciale sono rimasti interdetti ai veicoli per poco più di un’ora, per permettere i rilievi sul presunto ordigno. Subito era infatti stata attivata la procedura per mettere in sicurezza la zona, che come da protocollo, è stata interdetta per consentire di effettuare le procedure di controllo ed eventuale disinnesco di quella che poteva essere una bomba. Gli artificieri hanno presto capito che non sussistevano pericoli di esplosioni, è stato infatti accertato che la “bomba” era un involucro tubolare vuoto accoppiato ad un telefono cellulare, nessun esplosivo e quindi nulla che potesse provocare danni. L'allarme è rientrato ma resta evidentemente il fatto che quasi certamente si è trattato di un atto dimostrativo sulle cui motivazioni si indagherà. Al momento non è stata infatti esclusa la matrice terroristica. A coordinare le indagini è il sostituto procuratore Maria Grazia Zaina.
Che la base di Aviano possa essere un obiettivo sensibile è cosa nota e ovvia, nel corso della sua storia sono stati molti gli episodi. Il più eclatante l'attentato contro il dormitorio dei soldati americani era stato messo a segno nella notte del 2 settembre 1993, proprio nei giorni in cui la tensione in Bosnia era al massimo e si preparava l' intervento aereo della Nato. In quell'occasione non si trattò di atto dimostrativo, anzi subito gli inquirenti affermarono che chi aveva colpito voleva uccidere: gli attentatori avevano lanciato una bomba a mano di tipo Ananas e avevano sparato colpi di pistola. Le indagini imboccarono immediatamente la pista del terrorismo di matrice brigatista perché la rivendicazione arrivò con una telefonata che dava indicazioni precise sulle modalità dell'attentato e sull'auto utilizzata per compierlo, particolari non ancora resi noti dalla stampa. In seguito vennero inoltre fatti trovare volantini firmati dal gruppo terroristico in varie città italiane, tra cui Milano e Pisa. La prova definitiva della matrice arrivò infine, dall'irriducibile Antonio Fosso che lesse un comunicato di rivendicazione dalle gabbie dell'aula del processo Moro quater. Il volantino, firmato con la sigla "per la costruzione del partito comunista combattente Brigate Rosse" portava nell' intestazione la stella a cinque punte.