Trump e la “Salmueria” per il “Formàdi Salât.” Ognuno ha il diritto di difendere le proprie tecnologie strategiche

Secondo gli attuali esperti di geopolitica la “guerra” tra USA e Cina non nasce per motivi commerciali e per la volontà dell’Impero di Mezzo di espandersi troppo con le Vie della Seta (Belt and Road Iniziative) ma per motivi di interesse geo strategico e tecnologico, in cui il ruolo della supremazia militare è determinante.
Quando il Dipartimento della difesa di Washington si è accorto che la Cina (e spesso lo stesso governo cinese), grazie ad acquisizioni e presenze sul mercato globale con proprie imprese o controllate, era in grado di sopravanzare gli Usa in settori tecnologici considerati strategici anche per le possibili ricadute in industria bellica, è giunta l’ora di dire basta. La Cina non è più il fornitore di giocattoli a basso costo per le catene di distribuzione commerciale e non è più il fornitore di prodotti assemblati (vedi Foxcom) di cui non possiede pezzi fondamentali di tecnologia.
La questione 5G ha fatto vedere un salto di qualità che può tranquillamente ripetersi in altri campi. Quindi per chi attualmente domina il mondo grazie sostanzialmente al controllo militare dei mari e per la gran parte dell’innovazione digitale, era ora di dire basta. Trump è solo l’esecutore forse anche inconsapevole e grossolano di una linea che è destinata a durare.
Questo quadro sta rendendo evidente un cambiamento nel come oggi si sta organizzando l’economia globale. La definizione di “capitalismo politico” può essere significativa per chiarire il legame tra il mercato e gli attori politico statali che quel mercato vogliono condizionare alle proprie esigenze strategiche. Naturalmente USA e CINA sono i due principali dominus attuali, ma questo è ormai un modello che chiunque può cerca di applicare, nei limiti delle proprie capacità.
In questo quadro l’Europa (UE) se vuole continuare ad esistere nella competizione, non solo economica, deve adattarsi. Come dicono molti “esperti”, lo può fare cercando di costruire dei “campioni mondiali” in determinati ambiti, mettendo assieme, rafforzando e controllando le imprese che possono assumersi questo compito, ad esempio nel settore navale con Fincantieri e i francesi. Ma lo deve fare anche ponendosi il tema della resilienza delle proprie società e dei propri territori oggi ancora troppo fragili per reggere il continuo succedersi delle crisi di ogni tipo come quelle dei tre “cigni neri” che hanno caratterizzato gli ultimi 12 anni: default finanziario del 2008, clima e pandemia del CoVid 19.
Per ora il capitalismo politico ha messo in campo una guerra dei dazi e di divieti alla libera circolazione di tecnologie strategiche. A livello territoriale le armi vanno raffinate e pare opportuno parlare seriamente di forme di “protezionismo territoriale” finalizzate a massimizzare quei valori d’uso (sicurezza, salute, biodiversità, etc.) che servono a rendere meno fragili le comunità diffuse rispetto alle pure logiche dei valori di scambio che attualmente la legislazione europea prevede.
Per l’UE questo significa una revisione sostanziale delle politiche sulla concorrenza e sulla logica di espansione infinita del mercato in ogni spazio individuabile. Il “Green new deal” non può essere pensato come un puro mercato tecnologico innovativo fortemente digitalizzato dove si opera con le stesse regole del liberismo attualmente imperante, ma deve anche saper valorizzare tutte le risorse “green” che permettono di affrontare con meno fragilità le evenienze di questo secolo. Tanto per chiarire, per i friulani, la “salmueria” della Val d’Arzino (e dintorni) per la produzione di modiche quantità di “Formàdi Salât” è una tecnologia strategica equivalente a un sistema d’arma della marina USA. In questo caso non basta proibirne la vendita ai cinesi o ai tedeschi, ma va sostenuta anche al di fuori delle regole del mercato unico.
L’esempio portato è paradossale, ma nel territorio, non solo nel settore alimentare ma anche in quello energetico e abitativo, nelle specificità ambientali e nella loro connessione con la sicurezza e qualità di vita, ci sono produzioni, attività, servizi che possono avere un enorme valore d’uso. Sono queste azioni che hanno la capacità di ridurre l’indice di fragilità delle comunità (e quindi produrre resilienza) e che devono essere valutate e protette per il valore economico “nascosto” che in gran parte dei casi il mercato libero non può o vuole riconoscere.
L’occasione del Recovery Fund può essere il momento di affrontare anche questo tema. Per il F-VG oggi è decisiva per il futuro una ricollocazione insediativa diffusa, con una rinascita demografica e con i connessi sistemi di mobilità sostenibile e digitale. L’UE deve perciò essere in grado di costruire una nuova politica economica, e se può una nuova economia politica, capace non solo di competere a livello mondiale ma anche di guardare con occhio nuovo ai territori ed alle loro potenzialità per i valori che il mercato non sempre può sostenere.
Se a Trump è permesso difendere la propria egemonia nella produzione di semiconduttori anche a noi deve essere lecito proteggere i beni collettivi nel loro pieno significato per le comunità.

Giorgio Cavallo