Una Kraina chiamata Friuli

Il Messaggero Veneto e il Piccolo del 15 luglio scorso intitolavano un importante articolo delle loro varie edizioni con “Le risorse per il riarmo volàno per ampliare moli, cantieri e ferrovie”. Dobbiamo esserne contenti o preoccuparci?

Un po’ di inquadramento storico
Che cosa significhi “Kraina” nelle lingue slave è ormai noto. Definisce quelle geografie di frontiera il cui spazio conteso vede contrapposizioni tra poteri territoriali diversi. I conflitti armati sono quasi di routine e l’organizzazione civile viene subordinata a compiti di difesa-offesa anche con normative specifiche che ne favoriscano l’insediamento umano. L’U-craina è l’esempio che abbiamo sotto gli occhi. Ma da queste parti ci si rammenta spesso delle “zone militari” organizzate dall’impero asburgico in quella che oggi è Croazia, con insediata popolazione serba (ad es. area di Vukovar), per fronteggiare il pericolo ottomano. La guerra serbo-croata degli anni 90 fu poi particolarmente “agitata” in quelle aree.
La mia convinzione profonda è che il Friuli possa da sempre proprio definirsi come una Kraina e che i suoi rapporti con il potere geo politico di appartenenza vengono prioritariamente gestiti su questa base. Senza andare alla storia precedente alla seconda guerra mondiale vale la pena esaminare proprio l’inquadramento della Regione Friuli-Venezia Giulia come a “statuto speciale”. Se nel momento della elaborazione della costituzione tale definizione era legata soprattutto ad una “speranza” di riottenere almeno parte delle terre “perdute” nella II guerra mondiale, nel momento della definizione delle caratteristiche della specialità prevalsero soprattutto misure di sostegno alla economia del territorio in un momento in cui il conflitto geopolitico e militare con l’est comunista significava proprio una penalizzazione sociale devastante dovuta alla invasività dell’utilizzo militare. Ed anche un rischio concreto di distruzione nucleare (“tattica”).
La storia dei 60-80 anni trascorsi da allora avevano esorcizzato questa vicenda e il Friuli assieme a Trieste sembrava ormai diventata una “normale” regione europea e la sua integrazione socio economica con le zone limitrofe (in Italia e negli altri stati confinanti) quasi scontata. Ma sembra che le cose stiano cambiando e la geo politica odierna ci sta proponendo conflitti su scala globale le cui ripercussioni sul territorio del Friuli (e di Trieste) non sono indifferenti.

Il nuovo che avanza
Non si tratta più di una decisa linea di scontro militare ma di una importante funzione di supporto alla sicurezza delle linee di rifornimento e di comunicazione. Che non riguardano particolarmente lo stato italiano ma l’intero quadro “occidentale” di articolazione della sicurezza.
Cito alcuni elementi: la efficienza della base USA di Aviano richiede garanzia di relazioni territoriali che implicano sia il Friuli che il porto di Trieste, l’oleodotto transalpino da Muggia a Ingolstadt fornisce il 40% del fabbisogno di petrolio alla Germania (dove il riarmo, in attesa dell’idrogeno, non ha per ora caratteri decisi di de-carbonizzazione!), i traffici di merci dalla penisola italiana e dal mar Adriatico verso il nord est e l’est dell’Europa (di fatto le aree oggi considerabili come “nuove frontiere dell’occidente”) passano per il Friuli sia su ferro che su gomma.
E’ di questi giorni la notizia che “I bacini Fincantieri di Monfalcone e Trieste (dovrebbero essere) inseriti tra le infrastrutture “dual use” finanziabili ReArm Europe e spesa militare al 5%, possibile leva del governo per sviluppare i porti italiani”. (Piccolo 15 luglio 2025). Di fatto è la certificazione che la “Kraina” Friuli esiste e che la città di Trieste con il suo porto e il suo sviluppo della catena logistica ne possono utilizzare le potenzialità. Qualcuno potrebbe dire che è tutta una “ammuina” per poter acquisire fondi finanziari in arrivo senza pagare lo scotto dell’incremento del debito. Ma non è così. Si deve oggi prendere sul serio il nuovo uso duale militare-civile che ci configura come una area non puramente limitata al Friuli e a Trieste che, con le diverse infrastrutture e linee di comunicazione, è il perno di una vasta area trans-statale che deve comunque essere raccordata per svolgere al meglio tale funzione.
Se nella propaganda governativa attuale la cinese “via della seta” è stata rovesciata in una improbabile “via del cotone” a trazione indiana in nome dell’attesa di commerci iperbolici, dando valore alle prospettive di un uso civile, la cosiddetta “iniziativa dei tre mari” (dei paesi che si affacciano al Baltico, al Mar Nero e all’Adriatico) non fa a meno di esaltare la strategicità militare del nostro angolo di mondo. Forse, se Putin permette, ricostruzione (civile e militare) della Ucraina compresa. Con Slovenia, Carinzia ed Istria (fino perlomeno a Fiume) facciamo parte di un sistema “duale” che deve essere reso coordinato e dialogante con continuità.
Essere area di una funzione militare di supporto nei tempi odierni non significa minor rischio rispetto alle “kraine” dei fronti diretti di confronto con il “nemico”. Ai tempi delle guerre ibride dove droni, “terrorismo”, contese digitali ed economiche sono una decisiva nuova “prima linea”, la nuova funzione duale del Friuli e di Trieste può portare soldi ma anche grane non sempre immaginabili. C’è sempre più il rischio dell’emergere di necessità di “sicurezza” oppressive nei confronti dei cittadini. Il caso banale della partita Italia-Israele di calcio da ospitare in ottobre ad Udine ne è un esempio. Ed è per questo che appare sempre più necessaria una capacità di auto governo del territorio (sociale, ambientale ed economica) che ne esalti le caratteristiche di resilienza e di reazione ad ogni evenienza.

La partita della Regione
La partita della specialità della Regione F-VG si riapre quindi con una prospettiva che non è solo legata alla prevalente presenza sul suo territorio di minoranze linguistiche come spesso riferiscono forze politiche locali di maggioranza e di opposizione. Il Friuli e Trieste vanno oggi interpretati come un luogo di accumulo di varianti complesse di livello sovra statale che nelle loro ricadute sull’economia e sul sociale possono facilmente oscillare tra opportunità e minacce, la cui interpretazione non può essere affidata unicamente alla geo politica.
Se l’esponente industriale Agrusti chiede di cogliere i tempi per una evoluzione produttiva da sostenere qualora le aziende riescano a convertirsi almeno parzialmente alla produzione “bellica” (e/o di rilievo cosiddetto strategico), non si può fare a meno di capire che questo aumenta le probabilità di forme ibride di conflitto che possano coinvolgere il territorio.
Una “kraina” del XXI secolo tutta dedita alle sub forniture ed alle comunicazioni informative e materiali di rilievo strategico deve potersi basare su una popolazione consapevole (il che vuol dire autonoma) in grado di reagire con intelligenza anche alla imprevedibilità degli eventi. La caratteristica di “territorio resiliente” deve sapersi allargare dai temi del cambiamento climatico a tutti gli aspetti della vita collettiva. Se oggi ogni nostro atto è inserito in catene relazionali quasi globali a rischio di interruzione per eventi straordinari (es. della pandemia), in caso di accentuazioni conflittuali e belliche, per ogni nuova “kraina” questo rischia di essere una situazione quasi ordinaria. Organizzare un territorio in grado strutturalmente di non subire effetti devastanti dai possibili fenomeni diventa quindi una pre condizione affinché una stessa popolazione non ne venga soffocata. Settori come l’alimentazione, la disponibilità energetica, la mobilità infra regionale, i circuiti della sanità dell’istruzione e dell’assistenza, ma anche una sicurezza digitale auto centrata, una presenza umana e “tecnologica” diffusa, sono condizioni imprescindibili proprio per un nuovo radicamento territoriale consapevole dei tempi in cui viviamo.
Per la verità le condizioni sopra descritte dovrebbero diventare un obiettivo di tutti i consorzi umani, ma l’occasione storica attuale e una riflessione sui 60 anni di autonomia speciale della nostra Regione ne determinano una urgenza non procrastinabile, anche per cogliere l’occasione di un sistema di relazioni trans frontaliere il cui rafforzamento e ulteriore integrazione ne costituisce un corollario fondamentale. Tale percorso di integrazione di prossimità deve peraltro sapersi sottrarre alla semplice logica del superamento dei confini nello spirito di Schengen ma deve permettere di configurare una unità territoriale più vasta in grado di generare decisioni democratiche comuni. Le esperienze e il proliferare dei GECT sono occasioni da non perdere nelle loro potenzialità. C’è uno spazio dell’attuale specialità regionale che deve passare dalla pura propaganda a sequenze di atti concreti.
Più in generale per la specialità della Regione F-VG si deve ragionare oggi anche a partire del nuovo uso duale militare-civile che ne configura una area non puramente limitata al Friuli e a Trieste, con le diverse infrastrutture e linee di comunicazione, ma anche come perno di una vasta area trans-statale che deve comunque essere raccordata per svolgere al meglio tale funzione.
Sarebbe quindi il caso che una volta tanto la sincronizzazione delle ricadute istituzionali sia in grado di guidare gli eventi e non di esserne pura conseguenza, magari obbligata ed autoritaria. Il che significa uno statuto speciale di autonomia rivisto (o interpretato) seriamente sulla base di una visione futura anche in funzione degli interessi della popolazione e non a spizzichi e bocconi come nel caso della rimasticazione attuale delle Province ed altre amenità collegate.

Giorgio Cavallo