Una pubblica amministrazione “nemica” delle imprese frena lo sviluppo e l’occupazione. Del resto i governi passano, i governativi restano.

Il tema burocrazia, potrebbe sembrare il solito tormentone lamentoso degli imprenditori piccoli e grandi, ma in realtà quando i problemi non si risolvono questi tornano come nodi al pettine ogni volta che si mette mano alla "chioma". La nostra chioma oggettivamente  è piena di nodi che si chiamano pubblica amministrazione, certo molti imprenditori vorrebbero avere mano libera e trasformare ogni idea che gli viene in mente in azione immediata, magari in barba a norme e regolamenti, ma la verità è  che, obiettivamente, troppo spesso la pubblica amministrazione diventa una insopportabile palla al piede e un centro di costo insopportabile. Del resto sembra davvero verità il detto che spiega che la burocrazia fu creata probabilmente dalla mediocrità che, impotente di dominare nel campo della libertà il vero ingegno, tenta di assoggettarlo in quello delle regole.  Una situazione che viene vissuta in maniera pesantissima soprattutto dalle piccole e medie imprese che non hanno risorse aggiuntive per gli investimenti e che spesso rimangono immobili dinnanzi alla prospettiva di non avere tempi certi per la realizzazione di un programma e magari lasciano perdere. Come lasciano perdere molti giovani che potrebbero avviare una attività magari innovativa  ma che non lo fanno perchè appena aprono la partita Iva sono investiti da una quantità tale di adempimenti e costi fissi che spesso li convince a svolgere le loro attività in nero o a non svolgerle per niente.   Insomma la burocrazia da un lato uccide l'impresa (fra l'altro  provoca morti, reali, non metaforici), intralcia il lavoro delle aziende e fa tribolare i cittadini costringendoli, per non sprofondare nel pessimismo, a  razionalizzare a trovare scorciatoie più o meno legali  giacché come è facile intuire la burocrazia inefficiente è anche molto costosa e spesso "oliare" certi meccanismi diventa strada obbligata.

"Siamo soffocati da una mala burocrazia che sottrae ai piccoli imprenditori sempre più tempo e risorse per compilare un numero debordante di adempimenti, di certificati e per onorare una moltitudine di scadenze disseminate lungo tutti i 12 mesi: questa criticità costa al sistema delle Pmi italiane 31 miliardi di euro ogni anno" spiega  l’Ufficio studi della CGIA  di Mestre che ha ripreso i dati dell’ultima rilevazione effettuata qualche anno fa dal Dipartimento della Funzione Pubblica – Presidenza del Consiglio dei Ministri.
“Una cifra spaventosa – dichiara il coordinatore dell’Ufficio studi della CGIA Paolo Zabeo - in parte imputabile anche al cattivo funzionamento della macchina pubblica che ormai sta diventando la principale nemica di chi fa impresa. Sempre più soffocate da timbri, carte e modulistica varia, questa Via Crucis quotidiana costa a ognuna di queste Pmi mediamente 7.000 euro all’anno”.
Sulla stessa lunghezza d’onda il parere del segretario della CGIA, Renato Mason: “I tempi e i costi della burocrazia sono diventati una patologia che caratterizza negativamente il nostro Paese. Non è un caso che molti operatori stranieri non investano da noi proprio per l’eccessiva ridondanza del nostro sistema burocratico. Incomunicabilità, mancanza di trasparenza, incertezza giuridica e adempimenti troppo onerosi hanno generato un velo di sfiducia tra imprese e Pubblica amministrazione che non sarà facile rimuovere in tempi ragionevolmente brevi”.
E come ha avuto modo di dimostrare l’Ocse nel Rapporto Economico sull’Italia (febbraio 2017), la produttività media del lavoro delle nostre imprese è più elevata nelle zone dove l’Amministrazione pubblica è più efficiente. In questo studio, inoltre, si dimostra che l’inefficienza del settore pubblico produce maggiori costi economici soprattutto alle piccole imprese.
Sebbene abbiamo guadagnato 4 posizioni rispetto alla rilevazione precedente, gli ultimi dati della Banca Mondiale (Doing Business 2018) ci dicono che tra i 19 paesi dell’Area Euro, l’Italia si posiziona al 14° posto della classifica generale sulla facilità di fare impresa (vedi Tab. 1). 
Segnaliamo, in particolare, che siamo però all’ultimo posto della graduatoria sia per quanto riguarda il costo per avviare un’impresa (13,7 per cento sul reddito pro capite), sia per l’entità dei costi
necessari per recuperare i crediti nel caso di un fallimento (22 per cento del valore della garanzia del debitore). Ci posizioniamo al terzultimo posto sia per quanto riguarda il numero di ore annue
necessarie per pagare le imposte (238) sia per il numero di giorni indispensabili per ottenere una sentenza a seguito di una disputa commerciale (1.120 giorni, ovvero poco più di 3 anni).
Occupiamo il quart’ultimo posto, invece, per quanto concerne il numero di giorni che sono necessari per ottenere il permesso per la costruzione di un capannone (227,5 giorni, pari a 7,5 mesi), mentre ci collochiamo al sestultimo posto per quanto concerne le spese da sostenere in una disputa commerciale (23,1 per cento del valore della
merce) (vedi Tab. 2). 
È una classifica altrettanto impietosa quella che emerge dall’ultima indagine condotta dalla Commissione Europea sulla qualità della Pubblica Amministrazione a livello territoriale. Rispetto ai 192 territori interessati dall’analisi realizzata nel 2017, le principali regioni del Centro-Sud d’Italia compaiono per 8 volte nel rank dei peggiori 20, con la Calabria che si classifica addirittura al 190° posto. L’ Indice della qualità della Pubblica Amministrazione è il risultato di un mix di quesiti posti ai cittadini che riguardano la qualità dei servizi pubblici, l’imparzialità con la quale questi vengono assegnati e la corruzione. I servizi pubblici direttamente monitorati a livello regionale sono quelli a valenza più “territoriale” (istruzione, sanità e sicurezza) ma l’indice tiene conto, a livello Paese, anche di servizi più generali, come ad esempio la giustizia, in modo da stilare altresì una classifica nazionale.
Il risultato finale è un indicatore che varia tra 100, ottenuto dalla regione finlandese Åland (1° posto), e zero che ha “consegnato” la maglia nera alla regione bulgara dello Severozapaden. Sebbene sia relegato al 118° posto a livello europeo, il Trentino Alto Adige (indice pari a 41,4) è la realtà territoriale più virtuosa d’Italia, seguono, a pari merito, altre due regioni del Nordest: l’Emilia Romagna e il Veneto (indice pari a 39,4) che si collocano rispettivamente al 127° e al 128° posto della graduatoria generale. Subito sotto troviamo la Lombardia (38,9) che è al 131° posto e il Friuli Venezia Giulia (38,7) che si attesta al 133° gradino della classifica stilata dalla Commissione Europea.
Male, come dicevamo più sopra, in particolar modo le regioni del Mezzogiorno dove si registrano le performance più preoccupanti. Se la Campania (indice pari a 8,4) è al 186° posto, l’Abruzzo (6,2) è al 189° e la Calabria, il territorio in cui la Pa funziona peggio tra tutte le nostre 20 realtà regionali, è addirittura al 190° gradino della graduatoria generale, con un indice di soli 1,8 punti (vedi Tab. 3). 

Analizzati i dati forniti in maniera impeccabile dalla Cgia di Mestre verrebbe la voglia di emigrare o di ritirarsi a vita privata, cosa per altro che molti stanno valutando e facendo.  Del resto anche il "governo del cambiamento" a cui molti hanno affidato le loro speranza  si sta occupando in maniera contraddittoria e pietosamente "antica" di soddisfare le promesse elettorali fatte, scoprendo come solo quelle a costo zero siano realmente possibile in un Paese con un debito pubblico imponente. eppure basterebbe mettere mano in maniera vera alla macchina burocratica per risolvere molti problemi del paese. Ma come spiegava Andreotti che di macchina pubblica si intendeva "I governi passano, i governativi restano". Ma allora come razionalizzare per davvero senza riempirsi solo la bocca di "semplificazioni" che spesso diventano ulteriori e nuovi adempimenti che non cancellano realmente le procedure. Ebbene la cosa più importante da fare per razionalizzare la burocrazia, è liberarsi dal pregiudizio che la specie umana sia intelligente. Del resto è provato dai fatti che buona parte delle complicazioni che subiamo come cittadini, ma anche all'interno della stessa macchina delle istituzioni come ben sanno i sindaci,  è dovuta a nient’altro che stupidità, una stupidità che andrebbe stanata e  stroncata. Certo ci sono le guerre di poltrone di  dirigenti, lasciati per decenni nei loro feudi ad accumulare privilegi e potere (soprattutto d’interdizione) in cambio di assunzioni, favori e oibò bustarelle. Una battaglia dura ma che non è nulla dinnanzi al vero problema, perchè  il grosso dei problemi della nostra burocrazia è figlio della incompetenza e della improvvisazione di chi, quando non sa, inventa pur di potersi parare, scusate il francesismo,  il culo. Del resto a chi può venire in mente, al giorno d’oggi, di concepire cose come il certificato di iscrizione alla Camera di Commercio o il DURC? Pezzi di carta che si devono sommare a file PDF (nella migliore delle ipotesi) che fanno perdere agli Italiani milioni di giorni di lavoro e comportano costi inutilmente elevati. Questo approccio medioevale alla burocrazia, basato sugli oggetti (sia pure a volte digitali) è totalmente priva di senso, come lo è  il mantenimento di strutture che proliferano burocrazia inutile per perpetrare la lor "utilità" e i cui dipendenti, anzichè essere dispensatori di vessazioni ottuse, potrebbero essere utili fluidificatori di servizi reali.