Velo integrale islamico vietato in luogo pubblico. Multata donna di San Vito al Tagliamento, ma il contenzioso è agli inizi

L’ostinazione nel portare il niqab in luogo pubblico costa caro a una cittadina italiana di origini albanesi, che si è rifiutata di togliere il velo integrale islamico durante una seduta del Consiglio comunale dei ragazzi di San Vito al Tagliamento, in provincia di Pordenone. La vicenda che trovò ampio spazio nella stampa alcune settimane fa era poi approdata nelle aule di giustizia. Ora la  donna è stata condannata a quattro mesi di carcere, convertiti in una multa di 30 mila euro dal gip di Pordenone Alberto Rossi. Il giudice, su richiesta del sostituto procuratore Federico Facchin, ha infatti ritenuto che la donna avesse violato la legge 152 del 1975, che disciplina il comportamento delle persone nei luoghi pubblici e rende obbligatorio il riconoscimento del volto per ragioni di sicurezza. E il niqab, a differenza dell’hijab, copre interamente il viso lasciando scoperti solo gli occhi. L’episodio risale al mese scorso quando nonostante le ripetute richieste del sindaco di San Vito al Tagliamento, Antonio Di Bisceglie (Partito democratico), la donna rifiutò di togliersi il niqab. Era quindi intervenuta la polizia locale per allontanare la donna dall’aula consiliare e provvedere alla sua identificazione. Il sindaco a quel punto per evitare che la vicenda si aggravasse davanti ai bambini aveva deciso di sospendere la seduta.  La legge 152/1975, applicata dal Gip di Pordenone è chiara, all’articolo 5, recita testualmente: «È vietato l’uso di caschi protettivi, o di qualunque altro mezzo atto a rendere difficoltoso il riconoscimento della persona, in luogo pubblico o aperto al pubblico, senza giustificato motivo. È in ogni caso vietato l’uso predetto in occasione di manifestazioni che si svolgano in luogo pubblico o aperto al pubblico, tranne quelle di carattere sportivo che tale uso comportino».
Nel 2005, tuttavia, il tribunale di Treviso stabilì che se il velo integrale è indossato per motivi religiosi e non con l’intento di violare la legge, il fatto non costituisce reato. All’epoca una donna di origine bengalese era finita nelle maglie dell’ordinanza anti-burqa, sostenuta dal vice sindaco leghista Giancarlo Gentilini. Era stata denunciata dai vigili urbani, che avevano atteso che la donna accompagnasse il figlio a scuola per poi chiederle di seguirli al comando per l’identificazione. Ora è probabile che si riaprirà il contenzioso perchè la donna  probabilmente farà opposizione alla decisione del tribunale della destra Tagliamento perchè in quel “senza giustificato motivo” nel testo di legge trova appiglio la prescrizione religiosa che impone quell’abito alle donne.

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