Abbiamo “visto un Re”. Faceva “umile” cabaret

JannacciEdIoNomiUdinestate. Il 10 agosto in corte Morpurgo, serata “Jannacci Edio”. Intrattenimento nella migliore tradizione con Rocco Burtone alla chitarra e Arno Barzan al piano per ripercorrere le tappe più importanti del cantautore milanese rivissute con intrecci di parole e musiche.

Era verso sera che stavo andando...che si è aperta la portiera e ho cacciato giù... pardon: è caduto giù l'Armando. Commissario ho l'alibi! A quell'ora sono quasi sempre via».

Amante del delitto quale sono, quando in tenera età ascoltai la canzone l' “Armando”, fu una vera rivelazione. Giorgio Gaber alla chitarra ed Enzo Jannacci alla voce, cantavano di un delitto passionale con paradossale ironia. Fu un’esperienza e, dunque, un insegnamento: imparai la sostanziale differenza tra ironici e buffoni.
E’ con grande piacere, dunque, che segnalo la serata: “Jannacci eDio” di e con Rocco Burtone assieme al virtuoso Arno Barzan alla tastiera, appuntamento nell’ambito di “UdinEstate” e previsto il 10 agosto in Corte Morpurgo a Udine, alle ore 21.
Si prospetta una serata intelligente e piacevole. L’ironia di Burtone, quella di Barzan, che corre sotto traccia lungo i tasti, e quella del grande Jannacci fuse assieme.

Humour a più non posso.

C’è chi dice che l’ironia sia un atto di benevolenza nei confronti di noi stessi, o forse di pudore; il pudore della coscienza di fronte alla consapevolezza della miserabilità. O forse ancora di accondiscendenza ai nostri limiti, l'estrema astuzia della politica dello spirito. C’è forse tutto questo nei testi del grande Jannacci, ma purificato da ogni corruzione e malafede.
La sua voce cantava, no... recitava. Anzi no cantava… o no? Sicuramente aveva un tono spezzato e stranito, in quel microcosmo che, grazie ad essa, usciva dall’anonimato nobilitando anche il suo timbro dialettale.
Surreale e dissacrante, assieme a Gaber, certo, ma soprattutto grazie alla compagnia di sua signoria Dario Fo, Enzo Jannacci ci ha raccontato, elevandolo, il mondo dei miserabili, degli uomini “qualunque” ingrigiti dalla banalità del quotidiano urbano, dei fuori legge ancora “male organizzati” ma molto affamati. Un mondo che, grazie a quel paradossale slang “masticato” dall’anima del cantautore, come per magia è diventato agli occhi dell’Italia tutta lo stralunato universo delle esistenze dignitose e vive. Amate per le “scarp del tennis”, per aver “fatto il palo” con la banda degli Ortiga, o il rocchettè (il pappone) a malincuore. O solo per chiamarsi Giovanni e fare il telegrafista.
Con il sorriso sulle labbra, Jannacci ha però imposto alle menti pensanti del Paese anni Settanta un esame di coscienza. Facendo riconoscere colpe squisitamente classiste di cui, infondo, almeno per un po’, il tempo di una canzone, ci si poteva biasimare.

Humour spontaneo fuso a composizioni jannacciane irresistibili, questo e non solo promettono la coppia Burtone Barzan. Coppia che, dell’umorismo della “canzonetta colta” se ne intende, ma si intende anche di malinconia, di voci e vite di fuliggine e limatura di ferro, e di prospettive cupe tra cemento e rottami. Chi perché testimone diretto (Burtone emigrò con la famiglia dal Sud), chi per speciale empatia, come Barzan. Ma ci promettono anche musica come si deve, perché Enzo Jannacci sperimentò con curiosità e attenzione diversi swing ma, soprattutto, fu pignolo e impeccabile nei confronti della qualità, facendosi affiancare da arrangiatori del calibro di Luis Enriquez Bacalov, coautori come Chico Buarque de Hollanda, e musicisti quali il grande Lino Patruno, Tullio De Piscopo, Sergio Farina e Pino Sacchetti.

Ma parliamo ancora di Jannacci, che ricordiamo con piacere grazie all’iniziativa dei due artisti friulani.

Irripetibile, tragicomico, capace di raccontare, a volte con versi scarni e brevi, vicende capaci di crescendo travolgenti.
Chi ascoltava e ascolta Jannacci, non poteva e non può non partecipare alle storie narrate, viverle in prima persone, farne esperienza emotiva grazie al carisma del cantautore e alla sua interpretazione a volte sofferta. Ricordiamo, al proposito, “Sei minuti all’alba”, canzone ambientata durante la seconda guerra mondiale.
Ma Jannacci è stato anche il cantastorie di una Milano in mutamento. Ben presto scomparvero le “macchiette” del dopoguerra, i ghisa e i terroni, sostituiti da briganti veri. Dalla vera cattiveria. La città negli anni Ottanta si ammalò, anche di tossicodipendenza. Una malavita “ben organizzata” per una metastasi con i fiocchi, e dove più nulla faceva ridere. O tenerezza.
Era una Milano che correva e correva, che non guardava più in faccia nessuno, nemmeno il povero barbùn. Milano, simbolo della decadenza e di una nuova storia, nata già “battuta”: paranoie, depressioni, rampantismi, edonismi, yuppie e mani pulite. Milano era l’Italia tutta; era il mondo di “Mario”, canzone in cui molti si riconobbero. Mario il vinto, il soccombente, il depresso. Mario, folle e lucido, cinico, alienato, indifferente, emblematico. Annoiato. Piombato a brutto muso contro la tragica esistenza, e incline al suicidio. Mario era il nuovo tempo, che Jannacci ci ha raccontato con estremo realismo e salvifica fantasia.
E chissà come la canterebbe, la Milano di adesso, e il mondo di oggi. Di sicuro, nei centri di accoglienza troverebbe nuovi amici. O “antichi” eroi.
280 canzoni, 25 album. Non è questo lascito che ce lo fa ricordare.
Ce lo ricordiamo perché è stato tutti noi, amico dei nostri amici, compagni di viaggio maldestri come il cantante che è stato; poetico e compassionevole, e mai trombone populista.
Ce lo ricordiamo così, quello strampalato chirurgo per il cuore dei bimbi; proprio lui, che era “quello dal cuore urgente”.

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