Votate per cosa e chi volete, ma votate

Di Fabio Folisi

Leggendo qua e là su web e giornali le varie posizioni sulla questione politica del momento, è lecito o meno non votare al referendum, ci si può imbattere in interessanti analisi di natura costituzionale. Vi sono appelli in un senso e nell'altro, da parte di fini giuristi, ci sono poi le posizioni piroettanti di chi, a seconda del tipo di referendum, passa da una sponda all'altra delle fazioni pro o contro la leicità dell'astensionismo. Certamente a questa categoria, duole dirlo, appartiene, non certo solitario, l'ex presidente Giorgio Napolitano che nel pieno del suo ruolo presidenziale, non secoli fa, ma all'epoca del referendum sull'acqua bene pubblico, del lodo Alfano e del nucleare, aveva lanciato dal Quirinale il suo saggio monito in favore del voto considerato, “un dovere morale”. Ma si sa, referendum che vai astensionismo che trovi e poi allora governava Berlusconi, oggi c’è il suo cromosoma specchio Renzi, ma basta il nome più che la sostanza per fare una giravolta. Ma ovviamente è lecito per un ex presidente cambiare opinione, non ha più un ruolo istituzionale e magari, quello che ieri aveva detto, lo aveva detto in quanto prima carica dello Stato. Ma invece il premier Matteo Renzi i è in carica, ha un ruolo istituzionale importante, ma piuttosto che suggerire agli elettori di esprimersi sul merito del quesito referendario su cui lui non è d'accordo, visto che gli piace vincere facile, ha lanciato l'invito a disertare direttamente le urne al fine di impedire il raggiungimento del quorum. Se si fosse limitato a sostenere una posizione contraria allo stop alle concessioni “trivellifere”, francamente non ci sarebbe stato nulla da ridire. Il problema sorge quando una carica istituzionale, in una fase storica in cui la malattia più grave che affligge il nostro sistema democratico è la disaffezione al voto della parte maggioritaria del Paese, esorta i cittadini all'astensione. Forse lui, da cattolico, si è lasciato convincere dalla strampalata teoria che, all'epoca del referendum sulla procreazione assistita, propinava gran parte del mondo ultra integralista cattolico per convincere che l'astensione fosse una legittima azione contro il “male”. Dicevano allora gli astensionisti: “dal punto di vista etico ogni cittadino è tenuto a contribuire al bene comune, a configurare una società moralmente buona. Abdicare a questo contributo è una forma di disimpegno grave. Questo dovere di produrre una società buona determina il dovere di votare se e quando col voto si può contribuire al bene comune; ma comporta altresì il dovere di non votare quando il proprio voto (quale che sia) rende una società più ingiusta. Perciò, quando l’astensione dal voto è motivata, quando è frutto di una riflessione e di una ponderazione, e quando costituisce proprio il mezzo per configurare una società buona o meno ingiusta di quella che si determinerebbe votando, essa non rappresenta una forma di disimpegno e di abdicazione dalla propria responsabilità, bensì è proprio la scelta moralmente migliore, anzi doverosa se consente di evitare un aumento di ingiustizia”. Teoria suggestiva ma che se applicata alla lettera porterebbe alla conclusione che il concetto debba valere per ogni consultazione elettorale, non solo per quella referendaria sgradita. E allora per dirla alla Andrea Camilleri o meglio alla commissario “Montalbano” non rompeteci mai più i “cabbasisi” con appelli al voto, perchè se la scelta di non votare è legittima, anzi “cosa buona e giusta”, lo è sempre, soprattutto quando il cittadino è convinto che il suo voto farà aumentate “l'ingiustizia”. Del resto guardando oggi il quadro della politica questa convinzione è per molti una certezza. Se invece si pensa, come noi pensiamo , che il voto vada espresso, anche quando il premier non è d'accordo, perchè per darci questo diritto in molti ci hanno rimesso la vita, allora l'invito a votare è la logica conseguenza.