50° anniversario del sisma in Friuli: Ora per allora… occasione persa tranne che per alcuni soliti noti
Vergogna! A guardare tutti gli eventi programmati per il 50enario dal sisma che devastò il Friuli il 6 Maggio del 1976 e poi ancora l’11 e il 15 settembre quando nuovi forti scosse colpirono, una domanda, anzi molte domande, sorgono spontanee: ma davvero era il caso di celebrare i 50anni dal sisma del Friuli con una serie di autocelebrazioni alcune delle quali imbarazzanti, per i costi sostenuti e per la natura stessa delle lodi espresse alla classe politica (e non solo) di ora per allora? E’ comprensibile il senso di vergogna e la frustrazione che può nascere di fronte a certe dinamiche, ma anche l’arrabbiatura legata ai palesi sprechi e successive parole nauseabonde spese per giustificare alcune scelte e chi le ha fatte. Al netto che vi siano stati sprechi e forse casi di vera e propria malversazione, i fatti restano moralmente censurabili. Chi ha frequentato i social in questi settimane ha potuto costatare il dilagante senso di nausea espresso come sentimento condiviso da molti. Anniversari così dolorosi e significativi sono stati trasformati in una vetrina, una passerella, con tanto di abbondanti libagioni per i vip, per la classe politica attuale — che spesso non ha alcun legame storico con quegli eventi. Questo fa storcere il naso a chi ha vissuto il dramma sulla propria pelle o ne custodisce la memoria autentica per di età, familiari o semplicemente per appartenenza territoriale. Si è arrivati a mercificare, non certo per volontà dell’incolpevole cardinale Matteo Zuppi, perfino la Messa in suffragio dei quasi 1000 morti, trasformando la liturgia in lucroso evento (poco meno di 300mila euro per l’organizzazione), in operazione godereccia con catering per i soliti noti, e presa per i fondelli resa ancora più stridente dalla scritta “buon divertimento” nel foglio di conferma della prenotazione per partecipare all’evento.
E’ chiaro che il dibattito sull’opportunità e sullo stile delle commemorazioni per il 50° anniversario del sisma del 1976 tocca corde sensibilissime nel territorio ed è sorprendente che i media locali che (forse ormai locali non sono più) per storia temporale erano in rotativa all’epoca, non abbiano colto questo malessere e si siano invece lanciati in vere è proprie stucchevoli cronache celebrative, inserti e mostre, utili ad appuntarsi medaglie di latta e ad intestarsi un modello Friuli che oggi non esiste più e che proprio il patetico provincialismo infantile delle celebrazioni dimostra essere stato cancellato. E’ evidente come soprattutto i cosiddetti grandi eventi e i discorsi ufficiali che li hanno accompagnati, hanno messo in secondo piano i veri protagonisti: le 990 vittime, i sopravvissuti, i volontari e la straordinaria forza del popolo friulano che si rimboccò le maniche. Tutto è finito sotto il tappeto della propaganda becera e forse di innominabili interessi. Così il timore si è fatto certezza e il “Modello Friuli” oggi è sbandierato dalla politica e da taluni ambienti economici, clericali e culturali (o presunti tali) come un successo proprio, quasi a voler capitalizzare un merito storico. Un merito che invece appartiene esclusivamente alla gente di allora e alla lungimiranza di amministratori d’altri tempi. Oggi in spregio alla storia si è arrivati alla mercificazione vera e propria del dolore e della paura di allora, arruolando perfino l’Orcolat. Intendiamoci non parliamo del valore delle cerimonie istituzionali come quelle che hanno visto la presenza delle massime cariche dello Stato, Presidente della Repubblica Sergio Mattarella in testa. La seduta solenne di Gemona, ci poteva stare ed era atto di rispetto dovuto e serviva a sancire a livello nazionale il valore di una ricostruzione, caso rimasto unico, basata sul celebre principio “prima le fabbriche, poi le case, poi le chiese”. Ma non è stato evidenziato il limite enorme che quella tragedia prima che sulle cose (le fabbriche, le case e le chiese) ebbe sulla tenuta sociale che si resse non solo per la resistenza caratteriale delle genti, ma anche perché la solidarietà nazionale si palesò non solo con la paccata di miliardi che giunsero, ma con una vera e propria corsa umana alla solidarietà che diventò, quella sì, la scintilla dalla quale scaturì il concetto di Protezione Civile. Un ruolo dei volontari che oggi è stato dimenticato, inquadrato in una sorta di piccolo esercito. Ed allora fra i tanti contributi che ci sono arrivati in redazione o rimbalzati nelle condivisioni social, anche a seguito della nostra inchiesta sullo scandaloso sperpero di denaro per il concertone Bocelli, abbiamo pensato di pubblicare la riflessione di un non più giovane di allora.
Scrive Filippo G.
“Scrivo queste considerazioni da osservatore esterno. Non appartengo alle vicende politiche del Friuli, né alle contrapposizioni locali di oggi. Ma appartengo, nel mio piccolo, alla storia di quei giorni. All’alba del 7 maggio 1976 ero sulla spianata di macerie di Gemona, militare volontario insieme a tanti altri ragazzi arrivati per scavare, soccorrere, cercare vite sotto le pietre. Per questo, seguendo le iniziative organizzate per il cinquantesimo anniversario del terremoto, ho avvertito fin dall’inizio una sensazione che, con il passare dei mesi e con la conoscenza del programma, si è trasformata in convinzione: una ricorrenza così importante è stata interpretata soprattutto come celebrazione del “modello Friuli”, anziché come una grande occasione nazionale di memoria, partecipazione e formazione civile. Il terremoto del 6 maggio 1976 non appartiene soltanto a Gemona. Non appartiene soltanto al Friuli. Appartiene alla storia d’Italia. Eppure si è preferito dare grande risalto agli eventi celebrativi, al concerto di Andrea Bocelli, ai monumenti, ai raduni…… Ma il terremoto fu molto, molto di più. Dove sono, in questo cinquantesimo, i valori che vennero fuori dalle macerie insieme ai corpi martoriati delle vittime? Dove sono gli applausi e le lacrime quando da un cumulo di pietre emergeva un sopravvissuto? Dove sono gli occhi smarriti di chi era rimasto vivo ma non aveva più una casa, una strada, talvolta una famiglia? Chi ha organizzato le celebrazioni ha mai provato davvero a entrare dentro quelle storie? A leggerle non soltanto come documenti, ma con partecipazione umana? A immergersi nella straordinaria e dolorosa umanità che popolò il Friuli dal 6 maggio in poi? Perché, se lo si fosse fatto, probabilmente il cinquantesimo sarebbe stato pensato in maniera diversa. Da quelle macerie nacque qualcosa che avrebbe cambiato l’Italia. Giuseppe Zamberletti riuscì a coordinare militari, Vigili del Fuoco, forze dello Stato, amministrazioni locali, associazioni e migliaia di volontari. Quell’esperienza contribuì in maniera decisiva alla costruzione di ciò che negli anni successivi sarebbe diventato il moderno sistema italiano di Protezione Civile. Ma soprattutto accadde qualcosa di ancora più semplice e straordinario: un Paese intero si mosse verso il Friuli. Arrivarono giovani, soldati, operai, studenti, volontari, associazioni. Persone che non conoscevano Gemona, Venzone, Osoppo o gli altri paesi distrutti. Molti non avevano mai messo piede in Friuli. Eppure partirono. Quello fu forse il valore più grande emerso dal terremoto: la solidarietà come partecipazione. Ed è qui che vedo la grande occasione perduta del cinquantesimo. Perché non cercare i volontari di allora e portarli nelle scuole? Perché non farli incontrare con i ragazzi di oggi, non per raccontare nostalgicamente “come eravamo”, ma per spiegare cosa significhi accorrere quando qualcuno ha bisogno, sporcarsi le mani, condividere la paura, la fatica, il pane, il sonno e la speranza? Perché non trasformare il cinquantesimo in un grande progetto nazionale che, partendo dal Friuli, attraversasse l’Italia, dal Piemonte alla Sicilia, portando nelle scuole le testimonianze dei sopravvissuti, dei soccorritori, dei militari, dei volontari e delle famiglie? Sarebbe stato il modo più autentico per spiegare alle nuove generazioni parole che oggi rischiano di diventare astratte: partecipazione, solidarietà, responsabilità, comunità. Si discute dei milioni spesi per Bocelli e per altre iniziative celebrative. È legittimo chiedersi se quelle risorse potessero essere impiegate diversamente. Ma persino la questione economica, per me, viene dopo. Il vero spreco non è soltanto quello dei soldi. Il vero spreco è l’occasione perduta. L’occasione di prendere una delle più grandi tragedie dell’Italia repubblicana e trasformarla, cinquant’anni dopo, in una straordinaria lezione collettiva. Non soltanto per ricordare i morti, ma per parlare ai vivi. E soprattutto ai più giovani. I monumenti restano. I concerti finiscono. Le celebrazioni passano. Ciò che avrebbe potuto restare davvero era un ragazzo di sedici anni che, uscendo da una scuola di Palermo, Torino, Napoli, Milano o Gemona dopo aver ascoltato la testimonianza di chi c’era, avesse compreso una cosa molto semplice: quando una comunità viene colpita, nessuno può considerarsi estraneo. Questo ci insegnò il Friuli del 1976. Ed era questo, forse, il patrimonio più prezioso da celebrare cinquant’anni dopo”.




