6 maggio 1976, giusto il ricordo ma niente meriti “ora per allora”

Oggi è il 50° l’anniversario del terremoto in Friuli ed era prevedibile, questa sarà la settimana della retorica e del tentativo patetico di una classe dirigente mediocre di prendersi dei meriti ora per allora. Speriamo passi presto. Per molti che quel periodo hanno vissuto restano le ferite nell’anima, il ricordo dei lutti, della paura. Non è la prima volta che l’epopea del terremoto che il 6 maggio del 1976 devastò il Friuli viene utilizzata maldestramente solleticando l’amor patrio friulano e strumentalizzando in maniera bieca una fase storica non nel ricordo del dolore immenso, ma per appuntarsi medaglie e spesso dimenticando che l’opera di ricostruzione fu possibile grazie alla solidarietà nazionale e ad una forza d’animo di un intero popolo. Certo il denaro venne speso correttamente e la ricostruzione divenne realtà, ma non ci si può meravigliare dell’ovvio perché in altre zone del Paese questo non avvenne. Quello che avvenne certamente fu una grande solidarietà fra la gente e una insperata capacità di gestire il dramma che solo i popoli che di tragedie ne hanno viste tante possono avere. Fin dalle prime ore e per mesi volontari animarono la vasta area colpita lenendo per quanto possibile il dramma di chi aveva perso tutto. Del resto è la drammaticità degli eventi catastrofici, oggi come ieri, pone le persone di fronte a precise domande che servono alla necessità di rendere il disastro culturalmente accettabile e socialmente comprensibile. Un disastro porta con se uno sconvolgimento del mondo naturale al quale si somma l’inevitabile stravolgimento del mondo interiore di chi vi rimane coinvolto, direttamente o indirettamente. Per questo cazzuola e cemento non erano la sola necessità. La catastrofe, causando una vera e propria crisi esistenziale e il collasso del quotidiano, fa emergere un grave senso di disagio e incertezza che si esprime in molteplici e differenti modi. Il senso di impotenza di fronte alla forza devastatrice della natura contrasta con la voglia di tornare alla “normalità”, alla vita di prima, e questa missione impossibile avvenne anche nel Friuli del 76 e questo fu il motore della ricostruzione. C’è solo un quesito che oggi si si può porre, se quanto avvenuto 50 anni fa avesse visto le classi dirigenti politiche ed imprenditoriali odierne, le cose sarebbero andate nella medesima maniera? Difficile crederlo.