A 30 anni dalla legge sui parchi, Legambiente FVG propone di istituirne di nuove in regione

I 30 anni della legge nazionale sui parchi, la L. 394/91, è stata l’occasione per una riflessione di Legambiente sul tema delle aree protette anche in relazione alla strategia europea sulla biodiversità che prevede al 2030 il 30% del territorio e del mare protetto.
Nella nostra regione, si legge in una nota dell'associazione,  la superficie di parchi, riserve e biotopi raggiunge nel complesso circa il 7%, l’obiettivo da perseguire per adempiere alle indicazioni concordate a livello di UE è il 10%.  Nel loro insieme le aree protette comprensive dei Siti Natura 2000, designati specificamente per tutelare aree che rivestono un'importanza cruciale per specie e habitat ritenuti di rilevanza comunitaria, coprono il 20% del territorio e quindi dovranno aumentare al 30% per il 2030. Allargando lo sguardo, il declino della biodiversità è uno dei maggiori problemi ambientali che l’umanità si trova ad affrontare, insieme al cambiamento climatico e alle disuguaglianze sociali. L’impatto antropico ha trasformato il 75% degli ambienti naturali delle terre emerse e il 66% degli ecosistemi marini, messo a rischio almeno un milione di specie animali e vegetali dopo averne cancellato per sempre un numero imprecisato. Appare oramai evidente che la salute e il benessere umano, la produzione di cibo sono strettamente legati alla vitalità e alla resilienza dei sistemi naturali, per questo è importante considerare la salute come un unicum che riguarda la connessione tra la dimensione umana e quella ambientale. Legambiente FVG, ha messo nero su bianco alcune proposte che riguardano l’istituzione in Regione di nuove aree protette dove la tutela è parte integrante della sostenibilità declinata nella sua componente ambientale, economica e sociale e riproposto alcune traiettorie gestionali.
Le proposte di istituzione di nuovi parchi riguardano:
1. Parco regionale della Laguna di Grado e Marano. Soddisfa l’esigenza, sempre più presente, di una governance rafforzata per indirizzare, coordinare e razionalizzare al meglio le azioni di conservazione delle Riserve naturali e dei Siti Natura 2000 ivi presenti. Rappresenta un’importante opportunità di immagine coordinata dell’area e caratterizzata da una sccelta “green”;
2. Parco regionale del Carso, già previsto dalla L.R. 42/96; anche qui, come nella foresta di Tarvisio, l’area protetta può convivere con l’esperienza delle “Comunelle”, delle proprietà collettive e usi civici, diventandone quasi un fattore distintivo e originale della gestione;
3. Parco regionale delle Alpi Carniche, che può rappresentare, nel territorio, una opportunità di tutela rafforzata e di sviluppo di economie sostenibili fondata sulle molteplici esperienze di valorizzazione in atto e sulla bellezza dei luoghi; senza dimenticare la proprietà regionali su buona parte dell’area e le relazioni transfrontaliere;
4. Riserva regionale del Tarvisiano (comprensiva della foresta e delle proprietà regionali di Fusine), collocata all’interno della costruenda Riserva della Biosfera MAB UNESCO trinazionale (Triglav, Dobratsch, Alpi Giulie), mediante un accordo con lo stato. Tutela della biodiversità, gestione sostenibile della foresta, sua certificazione e mantenimento degli usi civici presenti ne costituiscono gli ingredienti essenziali.

Se i parchi concorrono anche allo sviluppo sostenibile del territorio, spiga Legambiente,  devono discendere dalle zone impervie dove sono attualmente confinati e coinvolgere nella loro gestione cittadini ed amministratori che già oggi guardano con favore ed aspettative crescenti a politiche territoriali di questo tipo. Ma ciò non basta. Bisogna fare in modo che la tutela della biodiversità, che ha importanti riflessi sulla salute, il benessere delle persone e la funzionalità degli ecosistemi (in città come nelle aree naturali) venga vista come politica trasversale nelle azioni del governo regionale e delle istituzioni locali. Di fatto una leva fondamentale per avviare, guidare, gestire e monitorare l’integrazione della sostenibilità nelle politiche, nei piani e nei progetti a diverse scale. L’estensione delle aree protette deve però andare di pari passo con la realizzazione della Rete Ecologica Regionale, delineata nel Piano Paesaggistico Regionale che concorre a salvaguardare la biodiversità connettendo le aree protette esistenti e future, togliendole dall’isolamento con uno sforzo congiunto e sinergico a livello regionale e locale. Maggiore attenzione va dedicata alle aree di pianura e ai corsi d’acqua, alle fasce perifluviali a una gestione attenta della vegetazione, che spesso risente di vecchie logiche imperniate unicamente sulla sicurezza idraulica e motivo di diversi conflitti territoriali.
Bisogna evitare il taglio delle piantagioni di pianura costituite con i contributi del regolamento 2080/92 che dopo 20 anni non godono più dei benefici economici comunitari ma trasformate in boschi veri o a boschi radi che condividono lo spazio con il prato sottostante.
Uno sforzo particolare dovrà essere rivolto ai prati stabili tutelati, i quali sono scrigni di biodiversità e rappresentano di frequente l’unica presenza naturale in contesti intensamente coltivati. Sono circa 8.200 i prati protetti dalla legge regionale per una superficie pari a 9.437 ettari di cui purtroppo una parte importante manifesta evidenti segni di declino qualitativo causati dalla progressiva riduzione delle specie caratteristiche. Questo fatto già preoccupante di per se stesso, in quanto strettamente legato al declino della diversità biologica, desta ulteriore allarme in quanto la metà della superficie prativa tutelata è interna alle aree Rete Natura 2.000 , cardine delle politiche comunitarie per la tutela della biodiversità. Non di minor importanza è la porzione presente all’esterno della rete natura 2.000 in quanto anche ad essa affidiamo, come previsto dalla rete ecologica regionale del Piano Paesaggistico Regionale, la fondamentale funzione di connessione ecologica degli ambiti di tutela. Non si può inoltre parlare di biodiversità, conclude la nota degli ambientalisti,  senza una norma che azzeri entro il 2030 il consumo di suolo, rafforzi le risorse umane dedicate al tema e il regime dei controlli sul territorio. Legambiente su ognuno di questi capitoli dedicherà i suoi sforzi di approfondimento, critiche e proposta, interlocuzione e ricerca di alleanze nei prossimi anni. È un contributo alla strategia regionale per lo sviluppo sostenibile che dopo il lancio iniziale è scomparsa dall’orizzonte delle strategie regionali.