Diamo i numeri
Siamo in pieno campionato mondiale di calcio e quindi è comprensibile che si scateni la passione per votazioni e classifiche. Un po’ meno comprensibile è che questo accada a proposito dei servizi per la salute della nostra regione. Con poche eccezioni in base allo schieramento di appartenenza in questo ultimo mese abbiamo avuto una serie di sentenze definitive del tipo “va tutto malissimo” o “siamo l’eccellenza”. In questa maniera si ignorano le basi del come funziona un Servizio Sanitario pubblico, equo e universale che, per definizione è un sistema complesso e assolutamente non riconducibile ad una classifica o valutabile con un solo indicatore. Che senso ha ad esempio ricondurre ad un unico indicatore di sintesi il tempo di pagamento delle fatture, le attese per un esame, le assenze del personale e la mortalità dopo un intervento chirurgico? Che informazione ci fornisce? Non è un caso che sistemi di questo tipo ci facciano cambiare di posizione in classifica anche di sette otto posti da un anno all’altro. Ma troppa pubblicistica e la politica amano le semplificazioni e gli slogan che finiscono così per annullare qualsiasi discussione approfondita e non affrontare i problemi. Ma quindi andiamo bene o andiamo male? Gli indicatori di misurazione del sistema attualmente disponibili e usati dal Ministero e dai vari gruppi di ricerca sono oltre 500 e di conseguenza la risposta non può che essere una: su alcune cose andiamo bene su altre no. Se ci confrontiamo con la media italiana andiamo e soprattutto con le regioni del Sud abbastanza bene, se ci confrontiamo con le regioni più performanti (Veneto, Lombardia, Toscana, Emilia-Romagna) siamo indietro. E la scelta della politica sta tutta qui: facciamo una continua battaglia mediatica sui numeri o cerchiamo di capire dove dobbiamo migliorare e che progetto mettiamo in campo per i prossimi 10-20 anni?
Forse bisogna, a partire dai dati, definire le priorità e decidere innanzitutto se il nostro progetto è ancora un servizio sanitario regionale pubblico, equo e universale. E allora iniziamo dai dati macro e riflettiamo sul fatto che negli anni la percentuale di cittadini che rinuncia alle cure è circa raddoppiata, che siamo la regione in Italia che spende di più di tasca propria per la salute (oltre 1.100 Euro /anno), che chi ha un basso titolo di studio ha una mortalità di 3,2 volte più alta di chi è laureato, che in montagna si muore di più per malattie prevenibili. Se tutto questo non ci interessa chiudiamo la discussione perché sono già pronte le assicurazioni private e i diversi welfare contrattuali che coprono già circa un cittadino su quattro. Così avremo un grande servizio di poliambulatori che sicuramente non metteranno tra le priorità l’occuparsi delle persone più fragili e malate perché sono quelle che costano di più.
Mi pare che, con poche eccezioni, nella scaramuccia quotidiano questi temi non ci siano e che si riempiano pagine e pagine di inaugurazioni, ambulatori spostati, servizi chiusi e cose simili.
L’auspicio è che questa regione riprenda con vigore, forza e visione lo spirito riformatore che l’ha caratterizzata in passato. Ci sono due condizioni da rispettare però: ascoltare e far parlare chi lavora, chi amministra le comunità e non procedere per piccoli disordinati e contradditori ritocchi senza alcun disegno generale. L’arroganza alimenta solo l’io di qualcuno, non la salute dei più.
Giorgio Simon già Direttore generale ASFO




