Oggi vada come vada sarà un giorno bellissimo, o forse no. Forse per qualcuno finirà la pacchia, o forse no

Oggi sarà il gran giorno. Per qualcuno potrebbe finire la pacchia ed essere l’inizio della fine. Per altri la possibilità di smarcarsi dalla stretta mortale che li stava soffocando, per altri ancora l’insperato riscatto, non per meriti propri intendiamoci, ma per demerito palese di qualcuno al quale non bastava il potere gentilmente concesso dagli alleati, voleva tutto il cucuzzaro. Comunque vada si realizzerà la profezia di Giuseppe Conte, il 2019 sarà un anno meraviglioso. Forse lui non intendeva questo, ma per noi che per mestiere e destino siamo costretti a commentare le mosse della politica, questa estate e l’autunno che ne seguirà, potrebbero essere occasione ghiotta per affilare la penna ed affondarla nelle carni vive di una classe politica incompetente e arrogante, fattori che spesso purtroppo coincidono e si cristallizzano in personaggi a metà fra la macchietta e la cattiveria. Una situazione mai vista, dove tutto appare talmente surreale e imprevedibile che neppure la magistrale penna di giganti della letteratura avrebbe potuto immaginare e descrivere. Verrebbe da pensare di essere al gioco dell’oca della politica dove si litiga perfino per tirare i dati. C’è una sola certezza, per fortuna, i dadi alla fine li prenderà in mano e tirerà l’unico che per intelligenza politica e ruolo istituzionale si è tenuto fuori dalle polemiche lasciando che a rosolare sul carbone del barbecue agostano fossero tutti i convitati al picnic imbandito da Matteo Salvini che, per palese incapacità, è riuscito a bruciare pietanza, fornello e anche le sue dita. Ovviamente a tirare i dadi, o meglio a decidere sarà il Presidente Mattarella.
Pur sapendo che gli scenari potrebbero variare, perchè in questo momento di disordine istituzionale, con i giocatori che non conoscono le regole o fanno spallucce perfino alla Costituzione, cerchiamo di arrampicarci sull’albero della vita democratica di questo paese sperando che nessuno trami nell’ombra per abbatterlo o che altri seghino il ramo dove sono seduti.

Primo scenario: la sfiducia al Senato e l’uscita di Conte.
Domani (martedì 20) il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte svolge le sue comunicazioni al Senato sulla crisi di governo e come prassi vorrebbe, aspetta che vengano votate le risoluzioni presentate dai gruppi politici e quando viene approvata quella contraria all’esecutivo si reca al Quirinale per rassegnare le dimissioni.
A quel punto il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, avvia un rapido giro di consultazioni con le forze politiche per verificare se in Parlamento ci sono i numeri per dar vita a un nuovo esecutivo. Nel frattempo il governo Conte dimissionario resta in carica per gli affari correnti. Con il rischio che qualcuno per affari correnti intenda i ropri affari magari in tema “porti chiusi” e odio contro le ong. Questo scenario rende impossibile il taglio dei parlamentari tanto agognato dai pentastellati perchè in assenza di esecutivo l’iter si blocca. Infatti dopo le dimissioni del governo, il disegno di legge costituzionale per il taglio dei parlamentari non verrebbe più posto in votazione per la quarta e definitiva approvazione alla Camera il 22 agosto, a meno di una decisione in tal senso presa all’unanimità dalla conferenza dei capigruppo, cosa che appare improbabile. Con le dimissioni del governo, come abbiamo visto, naufraga la riforma del taglio dei parlamentari, cara ai 5 Stelle, ma questa potrebbe tornare in gioco se si creassero le condizioni per ricucire l’alleanza tra la Lega e i 5 Stelle. Il voto della riforma, previsto ora per il 22 agosto, verrebbe solo rinviato.

Secondo scenario: Governo di garanzia per andare alle elezioni e urne in autunno.
Se Mattarella dovesse constatare l’insanabilità della rottura tra Lega e 5 Stelle e l’impossibilità di dar vita a una maggioranza diversa (tra M5S, Leu e Pd) potrebbe indicare un governo di «garanzia del Presidente» formato da tecnici con il solo scopo di accompagnare il Paese al voto anticipato tra la fine di ottobre e i primi di novembre. Questo risolverebbe uno dei problemi sul tappeto, eviare che Matteo Salini, abbarbicato al Viminale, faccia la campagna elettorale con il suolo di concorrente e giudice di gara.

Terzo scenario.

Il premier Conte, fatte le sue comunicazioni al Senato, non attende il voto delle risoluzioni ma va subito al Quirinale per dimettersi. In questo modo, non avendo ricevuto un voto di sfiducia dalla maggioranza del Parlamento, si lascia aperta la porta per un possibile nuovo incarico di formare il governo.
A quel punto Mattarella potrebbe rimandare Conte in Parlamento per chiedere la fiducia, ma più probabilmente accetterà le dimissioni del presidente del Consiglio, chiedendo anche in questo caso al governo di restare in carica per gli affari correnti, e convocherà le forze politiche per le consultazioni.

Nel caso in cui Lega e 5 Stelle dovessero confermare a Mattarella la volontà di proseguire nell’alleanza di governo potrebbe nascere un nuovo esecutivo non più guidato da Conte oppure un Conte bis con una diversa squadra di ministri per dare più peso al Carroccio, tenendo conto dei risultati delle Europee.

Quarto scenario.
In parallelo al voto contrario della Lega dopo le comunicazioni di Conte domani in Senato potrebbero andare avanti i contatti riservati tra i 5 Stelle e il Pd per costruire una nuova maggioranza “giallorossa”. In ogni caso il premier non avrebbe altra scelta che rassegnare intanto le dimissioni del governo gialloverde er poi trovare nuova collocazione magari con il “contentino” di essere indicato come Commissario Europeo, sarebbe una uscita di scena dignitosa.

Come è facilmente comprensibile mai come in questa occasione il ruolo del Quirinale diventa centrale nella verifica di scenari con altre possibili maggioranze
Mattarella non doverebbe semplicemente prendere atto della fine o della rinascita della maggioranza gialloverde, ma verificare se l’ipotesi del governo giallorosso sia percorribile in una logica che non potrebbe essere solo una questione di numeri, ma di prospettive di stabilità per la legislatura.
La strada è in salita perchè anche nel caso si quagliasse una volontà di nuova maggioranza PD, Leu M5s, vi sarebbe il primo immediato scoglio del taglio dei parlamentari contro il quale il Pd si espresso in ogni votazione. Sarebbe necessaria una trattativa non semplice anche se da parte della sinistra si è già indicata una possibile soluzione. Sial tagli ma condizionato all’immediata riforma elettorale in senso proporzionale puro.
Insomma l’ipotesi di un accordo tra 5 Stelle e Pd si presenta difficile da compiere. Tante le questioni aperte, dalle differenze programmatiche su temi fondamentali come lavoro, pensioni e tasse a quelle tecniche non ultimo il particolare del nuovo premier. Chi guiderebbe l’esecutivo? Facile pensare che difficilmente potrebbe essere Luigi Di Maio, la soluzione potrebbe essere quella di un premier di “gradimento” per ambedue gli schieramenti, un nuovo Giuseppe Conte.

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