Il Terremoto e il ruolo dell’Esercito

Devo ringraziare, innanzitutto il quotidiano Messaggero Veneto – che, da varie settimane, ha dedicato pagine e pagine e centinaia di articoli al 50° anniversario del Terremoto che colpì il Friuli, con testimonianze di chi intervenne a prestare soccorso e degli artefici dell’opera di ricostruzione – ed, in secondo luogo, le autorità istituzionali (compresa la Presidente del Consiglio, giunta inaspettatamente domenica scorsa a Gemona, per la seconda volta nel giro di qualche settimana, per partecipare al raduno triveneto degli Alpini), per avermi inaspettatamente “aperto gli occhi”.
All’indomani della scossa distruttiva del 6 maggio, sono stato, infatti, per lungo tempo a Gemona, prima come volontario, presso un punto di ristoro per i soccorritori allestito dai sindacati, e poi per realizzare un documentario e ricordo molto bene il ruolo fondamentale dell’esercito nel prestare i primi aiuti, quasi sempre scavando a mani nude tra le macerie, nell’erigere le tendopoli e nell’allestire le mense per tutti quelli che erano rimasti da un momento all’altro senza casa e privi di tutto. Ero però convinto che le migliaia di giovani che, all’epoca, prestavano obbligatoriamente il servizio di leva (come è noto circa 2/3 dell’esercito italiano era di stanza nella nostra regione) fossero qui fondamentalmente per fare tutt’altro: imparare ad usare le armi; addestrarsi a sparare, prendendo bene la mira nei poligoni di tiro (la presenza di alcuni dei quali è ancora adesso oggetto di contestazione da parte delle amministrazioni locali); effettuare lunghe ed estenuanti marce con pesanti zaini in spalla; abituarsi ad obbedire, senza discutere, gli ordini (anche quelli più assurdi) che giungevano dai superiori.
Scopro così adesso, che tutto questo – e la indigesta presenza delle “servitù militari”, che alimentarono non poche proteste in Friuli – sarebbe solo un dettaglio e che lo scopo degli “alpini”, dei “bersaglieri” (protagonisti, alla fine di maggio, di un raduno a Lignano Sabbiadoro costato ai contribuenti oltre 200 mila euro, per celebrare l’accoglienza in questa località degli sfollati dopo le scosse di settembre), dei “carristi”, dei “lagunari”, degli “aviatori” etc. era innanzitutto quello di compiere azioni “umanitarie” e gesti di solidarietà verso la popolazione. Difficile del resto, in quei drammatici momenti e scontando ancora l’assenza di una “protezione civile”, fare altrimenti. La incomprensibile alternativa sarebbe stata quella di rimanere consegnati in caserma. Trovo pure giusto che sia stato sottolineato (e non ho difficoltà a riconoscere) quanto l’Associazione Nazionale Alpini abbia fatto per organizzare “squadre” e cantieri di lavoro con i propri iscritti (quelli che, di mestiere e non per averlo imparato durante il servizio militare, facevano i muratori, i carpentieri, i geometri e gli ingegneri). Ho però anche dei ricordi personali, legati ad alcuni amici che hanno dato ugualmente un importante apporto. Il primo è quello di alcuni ragazzi di Tolmezzo, di soli diciotto anni, appartenenti al movimento studentesco carnico, che con un coraggio e un’abnegazione a me sconosciuti, andarono per giorni a recuperare cadaveri tra Gemona e Trasaghis (e chi ricorda le temperature elevate di quell’inizio di maggio, capisce in quali condizioni si dovesse operare). Il secondo è quello di Remo Cacitti, che, grazie alla sua visione culturale e alle relazioni che fu capace di intessere con esperti e amici del mondo accademico, ebbe un ruolo di primissimo piano per la ricostruzione esemplare di Venzone. Né i giovani studenti di Tolmezzo, né Remo Cacitti (figlio tra l’altro di un maresciallo degli alpini, che era stato partigiano) vestivano però la divisa o avevano un cappello d’alpino in testa.
Sì. In effetti c’è un altro dettaglio, di cui tutti sembrano essersi dimenticati. Uno dei primi provvedimenti che i parlamentari friulani riuscirono a far approvare, fu l’esenzione generalizzata dal servizio militare di leva per i giovani dell’area terremotata, mentre quelli residenti nel resto della regione furono inseriti nel corpo dei Vigili del Fuoco o alle dipendenze degli enti locali terremotati. Neanche chi l’avesse eventualmente voluto, poteva arruolarsi nell’esercito. Fu un’anticipazione del servizio civile alternativo e avvenne, per la prima volta, a causa di un evento naturale. Qualcosa avrà pur voluto dire….

Marco Lepre – Tolmezzo (UD)

Ps le due foto sono relative alla protesta di sindaci e cittadini a Tolmezzo nel 2017, contro il poligono di tiro dell’Esercito nei Rivoli Bianchi dell’Amariana.