La Procura di Gorizia chiede il processo per alcuni funzionari Anas per la morte di Francesco Maria Tomasso

Ci sono voluti quattro lunghi anni e mezzo, ma alla fine la magistratura ha dato ragione ai familiari di Francesco Maria Tomasso e a Studio3A, che li assiste, chiamando in causa direttamente l’Anas: il possente tiglio contro il quale il 34enne di Monfalcone, dopo aver perso il controllo della sua Fiat 600, si è schiantato, perdendo la vita, e che oggi infatti, al solito troppo tardi, è stato tagliato, non ci doveva stare in quell’aiuola spartitraffico all’incrocio tra la Strada Statale 55, che la vittima stava percorrendo quel maledetto 25 luglio 2016, e la Strada Provinciale 13, a Savogna d’Isonzo. O, quanto meno, andava protetto. A conclusione di una lunghissima fase di indagini preliminari, il Pubblico Ministero della Procura di Gorizia titolare del relativo procedimento penale, il dott. Paolo Ancora, ha chiesto il rinvio a giudizio per un alto dirigente dell’Anas, Ente proprietario della Strada, L. N. N., 61 anni, di Roma, per una funzionaria del Compartimento per il Friuli Venezia Giulia di Trieste, S. L., 64 anni, residente a Ronchi dei Legionari (Go), e per una ingegnere triestina, C. T., 38 anni. E in relazione alla richiesta del Sostituto procuratore, firmata il 14 dicembre 2020, il Gup, dott.ssa Flavia Mangiante, con decreto dell’11 gennaio, ha fissato per il 20 aprile 2021, alle 10.30, in Tribunale a Gorizia, l’udienza preliminare.

All’indomani della tragedia, i congiunti della vittima erano subito stati tormentati da tanti interrogativi. Perché è vero che si è trattato di una fuoriuscita autonoma per una perdita di controllo dell’auto, di cui non si conosceranno mai le ragioni, ma è anche vero che con ogni probabilità le conseguenze sarebbero potute essere molto meno devastanti se Francesco Maria e la sua piccola utilitaria non avessero trovato sulla loro strada quel possente albero che troneggiava nell’aiuola spartitraffico e da cui anzi debordava, invadendo parzialmente la carreggiata, senza che vi fosse alcuna protezione e a dispetto delle norme del Codice della Strada, che imporrebbero distanze minime delle alberature dal ciglio stradale o barriere protettive. Anche perché quello di Tomasso non era il primo veicolo ad essere finito contro quel tiglio e gli abitanti della zona avevano spesso segnalato il pericolo che rappresentava.

LA VITTIMA FRANCESCO MARIA TOMASSO

Anche per questo, per fare piena luce sulle cause e le eventuali responsabilità dell’accaduto ed essere assistiti, i genitori e le sorelle della vittima, attraverso l’area manager e responsabile della sede di Udine, Armando Zamparo, si sono affidati a Studio3A-Valore S.p.A., società specializzata a livello nazionale nel risarcimento danni e nella tutela dei diritti dei cittadini, che, valutando con i propri esperti l’incidente, era giunto alle loro stesse conclusioni. La Procura di Gorizia, tramite il dott. Ancora, aveva subito aperto un procedimento penale per il reato di omicidio stradale, inizialmente contro ignoti, disposto l’autopsia sulla salma del giovane e, soprattutto, affidato una perizia cinematica per ricostruire la dinamica e le cause dell’incidente, incaricando a tale fine quale proprio consulente tecnico l’ing. Marco Pozzati: incarico conferito il 30 agosto 2016.

Da allora, però, il silenzio per lunghi anni, nonostante le svariate richieste di accesso agli atti presentate da Studio3A per ottenere qualche risposta e avviare l’eventuale procedura di risarcimento danni nei confronti dell’Ente gestore della strada, che adesso partirà subito, e nonostante una lettera aperta della sorella della vittima, Alessandra Tomasso inviata nel 2018 al Pubblico Ministero per sollecitare informazioni sull’iter del procedimento. L’unica notizia che si era potuta attingere, nel marzo 2020, è che il fascicolo, dal 2019 non era più un “modello 44”, cioè contro ignoti, ma era diventato un “modello 21”, ossia c’erano degli indagati, il che aveva ridato fiato alle speranze di giustizia dei familiari, così come il recente abbattimento dell’albero. Speranze ora corroborate dalla comunicazione, giunta il primo febbraio, della richiesta di rinvio a giudizio e della fissazione dell’udienza preliminare del processo.

L’inchiesta è stata lunga, ma va dato atto alla Procura goriziana di aver effettuato un lavoro certosino acquisendo innumerevoli fonti di prova. Ai tre imputati si contesta il reato di omicidio stradale in concorso per aver causato la morte di Tomasso “in cooperazione colposa tra loro, per colpa generica consistita in negligenza, imprudenza e imperizia nonché per colpa specifica, consistita nell’aver omesso di tenere condotte doverose che avrebbero portato all’abbattimento o alla protezione con barriere di un albero collocato all’interno di un’aiuola spartitraffico posta al centro della strada statale 55 km 13 +130”. In particolare, in violazione degli art. 2 e 3 del D.M. 223 del 18 febbraio 1992, che regolamenta le barriere di sicurezza e prevede, tra le zone da proteggere nelle nuove realizzazioni stradali, “gli ostacoli fissi, laterali o centrali isolati, quali pile di ponti, fabbricati; tralicci di elettrodotti, portali della segnaletica, ovvero alberature entro una fascia di 5,00 metri dal ciglio esterno della carreggiata, nonché le successive disposizioni in materia contenute nel D. M. 2367 del 21 giugno 2004, nella Circolare n. 62032 del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti del 21 luglio 2010, e infine l’articolo 14 del Codice della Strada, che impone una serie di obblighi generali agli enti proprietari della strade allo scopo di “garantire la sicurezza e la fluidità della circolazione”.

Tutte norme non rispettate, secondo la Procura, nei “Lavori di manutenzione straordinaria per l’adeguamento del raccordo in località Sablici e della SS55 mediante la messa in sicurezza dei piani viabili e delle opere protettive” realizzati da Anas. Più nel dettaglio, S. L., anche direttore dei lavori dell’opera, e C. T., quali progettiste del progetto esecutivo relativo alla perizia n. 4603 del 4 gennaio 2012 inerente appunto tali lavori, sono accusate di aver “redatto la perizia senza elaborare alcuna progettazione ed analisi sulla sicurezza delle zona da proteggete nella tratta considerata”, mentre L. N. N., che è anche un capo dipartimento regionale dell’Anas, “quale Dirigente dell’area tecnica di esercizio e responsabile unico del procedimento dell’intervento in questione, ometteva di vigilare sulla conformità della perizia”.