Le invasioni barbariche non sono finite. Ambiente violentato da motoseghe, ruspe e betoniere

Torniamo a parlare della cementificazione di rogge e canali . Quella operazione milionaria (netto contrattuale di € 3.231.621), che passa sotto il titolo di “Ammodernamento dei ‘Canali di Santa Maria e Gonars’ nei Comuni di Udine, Pradamano, Pavia di Udine e Santa Maria La Longa e Bicinicco, finalizzato al risparmio della risorsa idrica e la riduzione delle perdite” ad opera del Consorzio di Bonifica Pianura Friulana. In realtà l’unica perdita che vediamo è quella nella coscienza ambientale.  Così, in nome del progresso, dopo 1574 anni si vuole che non cresca più l’erba naturale e ogni pianta, albero o arbusto che nei decenni si era insediato a protezione di canali e rogge nelle campagne è stato spianato.  Sono tornate le orde barbariche di Attila nella pianura friulana?  Vedendo alcune devastazioni ambientali si potrebbe sospettarlo, alberi abbattuti, cespugli sradicati e cemento armato come se piovesse. Ma facciamo un passo indietro, il prossimo 18 luglio sarà l’anniversario del sacco di Aquileia. Infatti secondo una parte delle fonti antiche, più leggendarie che storiche, Aquileia fu assediata, conquistata e distrutta da Attila, re degli Unni, nell’invasione dell’Italia nel 452. Inutile dire che anche la pianura friulana fu interessata dalle scorribande devastatrici del re degli Unni, tanto che nel tempo, nei secoli successivi, numerose leggende fiorirono facendo accrescere la fama demoniaca di Attila come “flagello di Dio”. Ebbene fra le leggende più interessanti c’è quella del Puteum aureo, un leggendario pozzo in cui sarebbero stati nascosti nel 452 d.C. tutti i tesori della città di Aquileia per evitarne la cattura da parte di Attila che stava avanzando con le sue orde. Sempre secondo credenze popolari il pozzo potrebbe non essere ad Aquileia ma celato in qualche altro luogo della pianura friulana in area vasta compresa fra Udine e Aquileia. Più che nella certezza storica siamo ovviamente nella remota possibilità, ma di certo il mitico tesoro non venne mai rinvenuto e, particolare curioso ma significativo, fino a qualche anno fa, ci viene raccontato che nei contratti di compravendita dei terreni nella città di Aquileia, era regola inserire una voce che faceva riferimento proprio al tesoro e a eventuali rivalse del precedente proprietario nel momento della sua scoperta. Leggende a parte, di certo, c’è il dubbio che la nomea di Attila il distruttore possa essere un mito, ma i miti a volte fanno più rumore dei fatti storici. La prova è nell’espressione popolare che dice che dove passa Attila non cresce più l’erba, espressione diventata di uso comune per indicare la devastazione che seguiva sempre il passaggio delle orde degli Unni. Detto questo arriviamo ai giorni nostri, curiosamente esattamente come nel 452 abbiamo un Papa Leone sul soglio pontificio, coincidenza a parte, non bande di popoli germanici, ma altri soggetti hanno operato “legalissime” devastazioni ambientali sistematiche. Una esagerazione? Forse, ma di certo il risultato per l’ambiente è simile, orde di incolpevoli operai ubidienti all’ordine dei capi, hanno azzerato a colpi di motosega e ruspe quanto in decine, se non centinaia di anni, la natura aveva costruito a ridosso degli argini di rogge e canali, per poi arrivare alla cementificazione degli alvei dei corsi d’acqua nella mera logica dell’utilizzo per lucrosi scopi irrigui ma che erano un valore ambientale e paesaggistico innegabile, ormai perso. Per non parlare poi dello sfratto dato agli animali selvatici che lungo le sponde di quei canali trovavano rifugio e ristoro e che ora troveranno probabile morte per annegamento data l’impossibilità di risalire le sponde cementificate e la velocità maggiore dell’acqua non più frenata dalla vegetazione e naturalità degli argini. In questi giorni dopo alcuni mesi dalla conclusione del nuovo “sacco” la vicenda è emersa dall’oblio (come FriuliSera avevamo lanciato l’allarme a dicembre),  una inutile riemersione temiamo, perché ormai il danno è fatto, ovviamente tutto è stato compiuto in forza di Legge, una legge, udite udite, che trova iniziale attuazione  da un Regio Decreto del 25 luglio 1904, n. 5283,  122 anni fa, un tempo dove la salvaguardia di paesaggio, ambiente e benessere animale erano sconosciuti. Quello che duole che non solo il tutto è stato fatto con la colpevole indifferenza di sindaci e amministratori locali, ma che il novello Attila è soggetto anch’esso pubblico e che proprio di questo status si fa scudo per agire nelle sue scorribande devastatrici. La loro tesi è quella della “perdita dell’acqua” considerata evidentemente per loro una merce preziosa e non una fonte naturale di benessere per l’ambiente, facendo spallucce a quanto affermato, ad esempio negli studi del Cnr che dicono che le maggiori cause delle calamità idrogeologiche sono da attribuirsi alla cementificazione selvaggia, alla cementificazione di canali, alla deviazione dei fiumi che hanno fatto scaturire una reazione della natura in quasi tutti i territori italiani.  Insomma ancora una volta c’è la dimostrazione che le società partecipate sono spesso una sciagura perché facendosi forte del loro status “pubblico” si pongono in posizione di superiorità per tutelare un teorico interesse collettivo tutto da dimostrare, mentre di certo si tutelano interessi di nicchia che vengono espressi in gare e appalti. Intendiamoci, niente di illegale, ma si tratta di quella questione che potremmo chiamare rispetto e moralità nei confronti della natura.

Fabio Folisi
Nella gallery fotografica sottostante troverete l’esempio dell’evoluzione di questa “modernizzazione” della rete delle acque.