Ma quanto ci costa lo sport più bello del mondo? Tanti soldi pubblici e tantissima pubblicità invasiva

E’ finito il campionato di calcio, ufficialmente il 24 maggio in anticipo in vista dei mondiali. Lasciamo ad altri, più competenti nello sport, la parte relativa a classifiche e risultati, ponendoci invece alcune domande su quanti denari pubblici vengono immolati sull’altare dello sport professionistico che sarà il più bello del mondo ma nel quale,  fra l’altro, l’Italia non brilla. Ebbene si sappia che la Rai spende circa 120-140 milioni di euro all’anno complessivi per i diritti televisivi del grande calcio, concentrando i suoi investimenti principalmente sulla Nazionale Italiana e sui grandi tornei internazionali (come Mondiali ed Europei), avendo rinunciato alle competizioni per club come la Serie A, la Champions League o la Coppa Italia. La Rai detiene l’esclusiva assoluta in chiaro di tutte le partite ufficiali e amichevoli degli Azzurri. Per un costo stimato di circa 26-30 milioni di euro all’anno corrisposti alla UEFA (che gestisce centralmente i diritti delle qualificazioni europee e della Nations League) e alla FIGC. Per i grandi Tornei Internazionali (Mondiali ed Europei) i costi variano in base alla portata della competizione e alla presenza di clausole di salvaguardia legate alla qualificazione dell’Italia. Ad esempio nei Mondiali FIFA 2026 la Rai si è aggiudicata in esclusiva i diritti in chiaro per una selezione di 35 partite (tra cui la gara d’apertura, tutte quelle dell’Italia, le semifinali e la finale). L’investimento stimato iniziale per l’intero pacchetto superava i 100-140 milioni di euro, ma grazie a una clausola di protezione attivata dopo la mancata qualificazione diretta dell’Italia in alcune passate edizioni, la spesa effettiva per i diritti d’antenna viene rimodulata, consentendo un risparmio che può aggirarsi sui 50 milioni di euro. Per scelta strategica e di budget, ma forse anche per lasciare un ricco bottino pubblicitario alle emittenti private la Rai non trasmette partite in diretta dei club. Bisogna però aggiungere i costi per la produzione delle trasmissioni anche se per la Serie A e la Champions League i diritti sono interamente in mano alle pay-tv (DAZN, Sky/NOW e Prime Video). La Rai acquista solo i diritti per i riassunti e gli highlights (per trasmissioni storiche come 90° Minuto o La Domenica Sportiva), spendendo una cifra stimata tra i 5 e i 10 milioni di euro a stagione. Per la Coppa Italia e la Supercoppa fino al 2027 i diritti televisivi sono esclusiva di Mediaset, che investe circa 58 milioni di euro all’anno.
Complessivamente di questa montagna di denaro ai club di Serie A vanno circa 887 milioni di euro netti a stagione complessivi dai diritti televisivi. Questo anche se la Lega Serie A incassa dai broadcaster (come DAZN e Sky) una cifra lorda superiore (circa 1,14 miliardi di euro), una fetta di questo denaro viene trattenuta per finanziare il sistema calcio (la mutualità per le serie inferiori, il “paracadute” economico per le squadre che retrocedono in Serie B e le tasse). La fetta netta rimasta viene poi spartita tra i 20 club del massimo campionato seguendo le regole fisse della Legge Melandri. I soldi in estrema sintesi vengono divisi tra i club. 50% in parti uguali.: Circa 443 milioni di euro vengono divisi geometricamente (circa 22 milioni a testa a prescindere dal blasone o dai risultati). 28% Assegnati a seconda della posizione finale in classifica nell’ultimo campionato, dei risultati degli ultimi 5 anni e della storia del club. 22% in base al radicamento sociale: Calcolati considerando il numero di spettatori paganti allo stadio, l’audience delle partite in tv e l’impiego di giovani calciatori. Sono tanti soldi ma da soli non basterebbero per pagare cifre lunari per e ai calciatori. In realtà i club di calcio riescono a pagare cifre astronomiche (tra cartellini e stipendi) perché i diritti televisivi sono solo una delle tre fonti di introiti che reggono i loro bilanci.
Il calcio di alto livello oggi non è più solo uno sport, ma un’industria globale dell’intrattenimento. I club finanziano le loro spese folli attraverso quattro fonti di guadagno principali:
La qualificazione alla Champions League è la vera svolta economica per un club. Partecipare al nuovo formato della Champions (che prevede più partite) garantisce un bonus di ingresso e il market pool assicurano circa 40-50 milioni di euro minimi. Andare avanti nel torneo e vincere le partite può far lievitare l’incasso oltre i 100-120 milioni di euro in una sola stagione. Senza questi soldi, quasi nessun club italiano può permettersi ingaggi top. Ci sono poi i denari che arrivano da , Sponsor e Merchandising. Le grandi squadre sono marchi globali. Vendono magliette e gadget in tutto il mondo e stringono accordi milionari. Basti pensare ad aziende come Adidas, Nike, Emirates o Pirelli che pagano decine di milioni all’anno solo per avere il logo sulla divisa. Quasi irrisorio è invece quanto si incassa al botteghino, squadre delle grandi città non vanno oltre i 5 milioni di euro a partita e complessivamente da biglietti ed abbonamenti difficile si possano superare i 70 milioni all’anno. Ci sono anche altri introiti come i nomi pubblicitari degli stadi e poi ultimo ma non certo per entità economica il Player Trading, in sostanza la compravendita dei calciatori. Molti club italiani autosostengono i propri stipendi costosi attraverso le plusvalenze. Comprano un calciatore giovane a poco prezzo (es. 5 milioni) e lo rivendono dopo due anni a cifre mostruose (es. 60 milioni). Quel guadagno pulito viene immediatamente reinvestito per coprire i costi di ingaggio di altri campioni.