Mio Dio come siamo caduti in basso.. Quando il giornalista si fa megafono del social, i giornali perdono dignità e funzione

Quella di ieri è stata una brutta pagina per il giornalismo del Friuli Venezia Giulia, l’ennesima, del resto ogni volta in cui si pensa si sia toccato il fondo, nuove voragini si aprono. Parliamo della “notizia” della presunta violenza familiare sbattuta nelle pagine di cronaca dei “maggiori” quotidiani regionali e rimbalzata in maniera acritica anche su alcuni magazine web. Non vogliamo entrare in merito alla vicenda familiare e non nomineremo neppure nomi e presunti reati per non alimentare la grancassa mediatica, perchè non sono certo le pagine della stampa il terreno giusto dove scaraventare vicende private contravvenendo fra l’altro ai più elementari principi deontologici. Non lo sarebbero neppure i social dove purtroppo si scaricano ormai con inquietante continuità le contraddizioni di una società che palesemente ha perso la bussola del buonsenso e dei limiti, scambiando una piazza sociale, per luogo di gogna quando non di patibolo, con un pubblico di tifosi che nonostante nulla conosca della completezza dei fatti, si arroga il diritto di giudicare e condannare o assolvere. Spieghiamo meglio gli antefatti, ieri mattina sul Messaggero Veneto e su Il Piccolo sono apparse due aperture da mezza pagina (stessa firma) dove si dava voce alla “denuncia” via Facebook di una figlia che accusava il padre (persona nota ma non pubblica)  di aver perpetrato in tempi più o meno remoti violenze familiari inaudite. Fra l’altro il Messaggero Veneto ha pensato di associare graficamente la vicenda all’arresto di Felice Maniero che nella piramide infinita della suo curriculum criminale omicida, ha pensato bene di picchiare la sua attuale compagna. Una scelta grafica che ha reso ancora più devastante la notizia “locale”. Ma grafica a parte, l’articolo scoop riporta accuse pesantissime, nulla di nuovo per Facebook che a propria insaputa le “racconta”, il problema è che un conto sono i social che sempre più spesso altro non sono che l’evoluzione del terzo millennio delle piazzate familiari che un tempo si svolgevano nelle corti e cortili o delle liti da osteria e che oggi trovano domicilio e cassa di risonanza digitale sul web. Ma un conto è Facebook  e un sono i  giornali “blasonati”. Raccogliere  la “notizia” e  spararla in assoluto sfregio ad ogni principio deontologico è  nella migliore delle ipotesi diventare emulatori delle logiche perverse dei peggiori blog, quelli senza controllo e professionalità e che puntano a creare pastura per leoni da tastiera e dispensatori di fake. Ma temiamo ci possa essere di più, spesso si tratta di scelte mirate, di cecchini mediatici che per ragioni più o meno oscure colpiscono senza alcun ritegno. Senza voler dare lezioni a nessuno dato che chi lavora sbaglia e solo chi resta immobile è esente da errori, ricordiamo sommessamente, innanzitutto a noi stessi, che esiste il testo unico dei doveri del giornalista, il Vangelo della categoria, che regola il comportamento da tenere nella delicata azione di racconto dei fatti di cronaca soprattutto quando in gioco c’è la dignità delle persone e il loro privato. All’Articolo 2 del testo unico si legge che “Il giornalista difende il diritto all’informazione e la libertà di opinione di ogni persona; per questo ricerca, raccoglie, elabora e diffonde con la maggiore accuratezza possibile ogni dato o notizia di pubblico interesse secondo la verità sostanziale dei fatti” ora che la verità sostanziale dei fatti sia raccolta da un post Facebook, non sembra proprio rispettare i principi sul controllo delle fonti come previsto anche all’Articolo 9 punto “d” che recita: il giornalista “controlla le informazioni ottenute per accertarne l’attendibilità”. A questo si aggiunge giurisprudenza consolidata che afferma che è fondamentale che la notizia pubblicata sia vera e che sussista un interesse pubblico alla conoscenza dei fatti. Il diritto di cronaca, infatti, giustifica intromissioni nella sfera privata laddove la notizia riportata possa contribuire alla formazione di una pubblica opinione su fatti oggettivamente rilevanti fornendo tutti gli elementi. Il principio di continenza, infine, richiede la correttezza dell’esposizione dei fatti e che l’informazione venga mantenuta nei giusti limiti della più serena obiettività.

Appare quindi chiaro che nel caso della messa in piazza per mano giornalistica di fatti privati delicatissimi, senza alcuna indagine giudiziaria e le cui verità si intersecano con sentimenti umani quali odio e amore mischiati a fatti economici, l’azione è temeraria se non completamente sbagliata. E’ palese che in questo caso non pare vi fossero le condizioni per poter invocare la scriminante del diritto di cronaca che per non essere considerato diffamatorio deve far riferimento a fatti realmente accaduti e comprovati magari da fonti più autorevoli che un post su Facebook, anche se viene da una presunta e in questo caso autoproclamata vittima. Non basta una chiamata alla controparte nella logica di “sentiamo le due campane” quando la seconda campana si sente “burocraticamente” solo partendo dalla pregiudiziale che è li la colpevolezza. La responsabilità del giornalista e del suo Direttore responsabile in questo caso è alta, perchè nel tempo dei leoni di tastiera, delle fake e dei social usati come tribunali sommari di piazza, si rischia non solo da fare danni enormi alle persone, ma allo stesso giornale che dovrebbe essere almeno una spanna sopra le logiche dei socialmedia. Si diventa infatti così solo megafono “analogico” cartaceo della distorta rappresentazione di una realtà vissuta da altri che dovrebbe restare narrazione familiare e che in assenza di altre fonti a supporto non può far sbattere il “mostro in prima pagina”. A quel punto titoli e testi diventano non notizie ma solo parole insensate, pastura per creduloni, odiatori o sempliciotti digitali che si fanno portatori di quel venticello impalpabile malefico che può avere anche il nome “calunnia”. Speriamo che in questo caso intervenga l’Ordine dei giornalisti che dovrebbe essere baluardo di correttezza verso i lettori, dimostrando così concretamente la propria utilità. Del resto se la libertà di stampa deve essere sempre garantita, questa non può essere usata come una clava ed è questa la differenza fra i giornalisti e i raccontatori senza regole in quel magma che è il web.

Fabio Folisi

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