Opinioni: Non multa sed multum (Proverbio latino che vuol dire non esser conveniente studiar molte cose, ma poche e bene)

 

Nata sulle macerie del terremoto del 76 per l’emancipazione del Friuli, l’Università di Udine è rimasta sotto le macerie della sua presunzione e di una autocelebrazione avulsa dal progresso e dalla
storia del popolo friulano: ora chiede aiuto, o forse solo più soldi...
Non è la prima volta che interveniamo sulla annosa questione della Università di Udine e delle sue deludenti prestazioni. Lo abbiamo fatto con rabbia e con la ferocia di un amante tradito, di chi si è illuso di trovare nell’ateneo un cuore pulsante, ovvero i fermenti della rinascita morale e culturale della nostra terra, non certo un deposito di poltrone.
Abbiamo inveito più volte contro la stagnazione, non ultima in occasione delle stucchevoli conferenze utilizzate per contrabbandare il cosiddetto Cantiere Friuli, che attraverso una serie di fantomatiche officine avrebbe dovuto sprigionare le filiere dello sviluppo del Friuli. Un cantiere di aria fritta, sufficiente a dar fiato alle trombe delle testate giornalistiche locali, ad intortare la Fondazione Friuli e a coinvolgere l’onnipresente direttore del Messaggero Veneto nella sua pur frivola funzione di moderatore.
“Una rivoluzione che parte dal basso” –l'aveva definita il Rettore Alberto Felice De Toni–, che creerà sinergie tra i dipartimenti dell’Ateneo e formerà i nuovi artigiani del sapere. Le sette officine vogliono costruire – aveva aggiunto De Toni – gli scenari che possano aiutare il Friuli a uscire dalla crisi, come 40 anni fa, quando dalle macerie del terremoto nacquero una nuova idea di Regione e la stessa Università”. Una sfilata delle belle statuine che nella fiera delle ovvietà ha preferito mettersi in posa per restare indifferente alla crisi di identità e alla decadenza dell’ateneo.
A nulla erano valse le sceneggiate acchiappa merli che alludevano a inverosimili successi e primati, a nulla gli ammiccamenti con la politica da parte di un Rettore convinto di essersi guadagnato l’usuale buona uscita di fine mandato e già pronto ad indossare la casacca del centrosinistra per qualche prestigiosa carica politica. Poco importa se i nodi erano arrivati al pettine e si era toccato il fondo con una università sempre più generalista e sempre meno autonoma, incapace cioè di farsi protagonista nel territorio che le ha dato i natali ma anche di cogliere quelle possibilità di relazione offerte dalla particolare storia e dalla posizione geografica del Friuli. Occasioni imperdibili, eppure mai sfruttate a dovere, anzi il più delle volte ignorate con buona pace del quieto vivere di docenti immersi nel tiepido pantano del corporativismo: ben felici di quello stato di grazia che permette loro di tirare a campare senza troppi grattacapi o di usare il titolo accademico per farsi strada in altre occupazioni. Arrivati in un vicolo ceco, come pretendere che un corpo accademico non motivato e dilatato oltre misura riscopra la meritocrazia e trovi una via d’uscita? Come pretendere che i suoi membri siano in grado di rianimare il Friuli e e di promuovere una società più giusta, coesa e prospera? E’ inutile nasconderlo: rettori e presidi sono per il più delle volte il frutto di compravendite e gli ostaggi di basi elettorali in cui gli interessi personali prevalgono sulle motivazioni istituzionali. A ciò si è aggiunta la decisione di raggruppare tutta una serie di dipartimenti che per essere strategici avrebbero potuto e dovuto vivere di luce propria, agendo in autonomia e con rinnovato spirito d’iniziativa a beneficio di tutta una serie di istanze territoriali e di peculiari esigenze legate al riequilibrio delle opportunità, ovvero a beneficio del patrimonio culturale e identitario, nonché della
tutela ambientale, della sicurezza e della manutenzione del territorio.
Anziché elevarsi ed assumere un ruolo autonomo, l’Università di Udine ha finito per dispiegare la sua subalternità alla politica regionale con incarichi finalizzati ad assecondare indirizzi precostituiti; vere e proprie marchette e complicità volte a sanare errori programmatici della Pubblica Amministrazione, quando non addirittura ad avvallare interessi privati. E allora come pretendere di essere credibili agli occhi della cittadinanza e in particolare dei propri studenti che di fronte a simili esempi non potranno mai diventare la classe dirigente in grado di rifondare la Società e di
combattere la furbizia, la corruzione... In occasione di seminari e conferenze ho trovato insopportabile vedere gli studenti dell’ateneo udinese con il capo chino, attenti a non contraddire i loro docenti, o solo a porre delle domande che avrebbero potuto metterli in cattiva luce.
L’educazione non può che essere partigiana e ognuno è chiamato a prendere posizione, a segnare differenze, nei pensieri e nelle azioni, in ogni luogo, tanto più nell’ambito della vita universitaria.
Non vi è occasione migliore della elezione del nuovo rettore per segnare una svolta, per suscitare le necessarie autocritiche e un fattivo dibattito sugli errori commessi e sulle possibili linee programmatiche alternative. Ecco allora il rettore uscente esibirsi in una paradossale apologia:
insomma, avanti tutta con la caccia ai finanziamenti pubblici, con il suo fantomatico “Cantiere Friuli” e con la necessità di fare gruppo con gli atenei regionali! Una cura -diciamo noi- fatta apposta per trasformare l’università di Udine nel dipartimento anonimo di una struttura eterodiretta
Di mettere in discussione i corsi di laurea disertati dagli studenti e le plateali difficoltà in cui versa la Scuola Superiore nemmeno a parlarne.
E’ l’università dei palazzi prestigiosi, che costano una cifra e al solo scopo di offrire lussuosi spazi agli uffici di rappresentanza e ai burocrati, non certo alla docenza. Che gli studenti vivano sparsi per la città e abbiano difficoltà di movimento e di relazionarsi è una grave limitazione e nessuno si preoccupa di dare vita a spazi sociali e culturali, nei quali le persone possano incontrarsi, confrontarsi con la cittadinanza, animando veri e propri laboratori politici per il cambiamento. Eppure i tre candidati pronti a contendersi lo scettro del rettorato sembrano ben poco disposti a modificare lo status quo e le sacche di inefficienza. Chi più chi meno non sembra avvertire la necessità di una rifondazione dell’Ateneo e per questo si rifugia nelle ovvietà al solo scopo di non alienarsi il voto dei colleghi. In fondo siamo ancora una volta di fronte al gattopardismo del “Tutto cambia perché nulla cambi”.
Ciononostante alcuni benintenzionati hanno colto l’occasione per rilanciare la necessità di un ripensamento, di correre ai ripari lanciando un appello e una raccolta di firme per promuovere un manifesto guida per il futuro dell’ateneo. Cosicché il 14 marzo ne è seguita una assemblea
pubblica presso il salone d’onore del Comune di Udine e un dibattito che ci ha permesso di capire come i motivi della crisi non risiedano soltanto nell’ateneo udinese, bensì nella cosiddetta società civile che da troppi anni è stata a guardare. Se da una parte siamo fermamente convinti della buona fede e dell’assoluto rigore morale di molti fra i promotori (quali Ferdinando Ceschia e Sandro Fabbro per citarne alcuni) dall’altra non possiamo non rilevare la inopportuna presenza di chi nel corso di questi lunghi anni non ha fatto nulla per scongiurare la crisi, anzi ne ha tenuto bordone e nel contempo ha pesantemente condizionato la vita politica della nostra regione. Non accorgersi di tale incongruenza sarebbe come mettere la faina a guardia del pollaio! Ebbene, noi che non siamo abituati a mandarle a dire non ci stiamo.
Non ci stiamo nel momento in cui vediamo che a presiedere il movimento e a farsene portavoce vi sia Giorgio Santuz. Ebbene, a beneficio degli smemorati, che sono la maggioranza in questo povero Friuli e insieme la causa della sua decadenza, il nostro è stato un pezzo da novanta della politica scudo crociata italiana: deputato dal 1972 al 1992, ha ricoperto la carica di sottosegretario agli esteri nei governi Andreotti, Cossiga e Fanfani, ai lavori pubblici nei governi Forlani, Spadolini, al tesoro nel governo Fanfani, all’industria, commercio e artigianato nel governo Craxi, nonché ministro, dapprima alla Funzione Pubblica nel governo Goria e successivamente ai Trasporti nel governo De Mita. Erano i favolosi anni di tangentopoli e il nostro finì per essere condannato dalla Corte dei Conti a sborsare una miliardata e fu anche inquisito da Di Pietro per una tangente da cento milioni, tanto da uscirne sgomento e quindi colto da provvidenziali amnesie. Con simili meritevoli precedenti e qualche condanna per aver finanziato la DC è tornato a casa e premiato, dapprima con la presidenza della gallina dalle uova d’oro che chiamano Autovie Venete, per poi passare nel 2010 alla non meno potente dispensatrice di appalti pubblici e di immeritate assunzioni: la Friulstrade.
Uscito di scena giusto in tempo per evitare le incriminazioni della Procura di Gorizia sugli appalti truccati e sulle irregolarità dei lavori stradali, non si è mai preoccupato dell’Ateneo, eppure non ha perso tempo per infilarsi l’abito del padre nobile del Friuli. Vederlo il 14 marzo accanto al campione mondiale di galleggiamento politico che risponde al nome di Pietro Fontanini è stata la riprova che i Friulani hanno bisogno del pifferaio magico: che non se ne esce, tant’è che il dibattito è subito scivolato sui soldi. Controcorrente, siamo intervenuti in lingua friulana a rimarcare la necessità di una presa d’atto identitaria; abbiamo indicato alcune prospettive, segnalato assenze e gravi colpe nei confronti del territorio... ma in mezzo ai troppi furbi c’è poco da sperare.
Tibaldi Aldevis