Piano natalità. Cgil: «Sbagliato concentrarsi solo sul sostegno alla maternità. Si punti a misure strutturali, estese ai 3 anni di età del figlio»
«L’attenzione dedicata dalla Giunta e dal Consiglio regionale al problema della denatalità è sicuramente un fatto importante e positivo, trattandosi di un tema con un enorme impatto sulle prospettive di crescita economica, sul mercato del lavoro, sulla coesione sociale e sulla tenuta del welfare. Non condividiamo però il messaggio culturale del piano natalità inserito nella Finanziaria, a partire dalla scelta di mettere al centro il concetto di maternità, senza fare invece riferimento alla genitorialità, cioè a una distribuzione condivisa dei carichi e delle responsabilità familiari». È quanto Daniela Duz, responsabile pari opportunità e politiche di genere della segreteria regionale Cgil, afferma in una nota condivisa con il Coordinamento regionale Politiche di genere della confederazione, relativa al piano natalità varato con la recente Finanziaria regionale.
«Ancora una volta – si legge nel documento – le donne vengono considerate prioritariamente per la loro funzione riproduttiva. In questo modo ci chiediamo come si possa seriamente poi giungere a dare piena attuazione a misure quali i congedi paritari, che vedono un preciso coinvolgimento della figura paterna. Si tratta di strumenti di cui i provvedimenti approvati con la legge di bilancio non fanno la minima menzione, nonostante siano fondamentali per la condivisione del lavoro di cura e degli impegni educativi nei confronti dei figli, favorendo concretamente una svolta anche culturale nella direzione di una piena emancipazione femminile e di effettiva parità di genere. Svolta che dovrebbe sempre rappresentare una priorità per la politica e le istituzioni».
Altre critiche riguardano aspetti specifici del piano natalità, a partire dalla scelta di circoscrivere i sostegni alla maternità al di sotto dei 30 anni di età: «Si tratta – commenta Duz – di una soglia che taglia fuori dal sostegno regionale troppe donne, impossibilitate a diventare madri prima dei 30 anni da tanti fattori legati al lavoro, alle condizioni economiche, al percorso di studi, alla salute. Nell’erogazione del contributo, quindi, andrebbero eliminati paletti di questo tipo, che creano differenze ed esclusioni ingiustificate».
Altra scelta destinata a limitare l’impatto e l’efficacia del piano, per la Cgil, l’interruzione del sostegno dopo il primo anno dalla nascita: «In un’ottica di conciliazione dei tempi di vita e di lavoro – commenta ancora Duz – ci chiediamo come si possano affrontare i due anni da coprire fino all’inizio della scuola dell’infanzia, se non ricorrendo a servizi spesso insufficienti e troppo onerosi. Bene quindi che si introduca un sostegno, ma bisogna porsi l’obiettivo di coprire i primi tre anni di infanzia».
Individuate le criticità, la Cgil chiede di «concentrare le risorse attuali e future su politiche strutturate che garantiscano un piano di servizi capillari, dagli asili nido gratuiti ai consultori, in grado di supportare la genitorialità in modo efficace ed efficiente e tali da permettere anche alle donne che non lavorano di poter entrare nel mondo del lavoro». Questo, conclude Duz, «anche attraverso normative che incidano concretamente sulla condivisione dei ruoli di cura, misure tese alla stabilizzazione del lavoro, al sostegno dei salari e del loro potere d’acquisto, perché la scelta di mettere al mondo un figlio è strettamente legata alla percezione di una condizione di sicurezza e stabilità delle proprie prospettive di lavoro e di vita».




