Terremoto e Ricostruzione. Qualche spunto di riflessione
Abbiamo tutti ricordato, qualche giorno fa, il 50° anniversario del Terremoto ed è stato inevitabile, per ogni friulano e per ogni persona che abbia vissuto quei tragici momenti, venire colti dalla commozione.
Riservato il doveroso omaggio alle mille vittime e alle sofferenze e ai sacrifici di tanti, è giusto però mettere da parte una certa dose di retorica che ha accompagnato le celebrazioni del 6 maggio e sottolineare alcuni aspetti e fare delle precisazioni.

Ospedale Gemona mai operativo
1 – Comincio con un ricordo che mi è rimasto impresso. Alla fine di aprile del 1976, sulla prima pagina del Messaggero Veneto, apparve l’annuncio dell’imminente inaugurazione del nuovo Ospedale di Gemona (non credo, però, che essa faccia parte della Mostra allestita dal quotidiano a Gemona e visitata dal Presidente Mattarella e da Giorgia Meloni in occasione della loro visita). La foto, pubblicata a corredo dell’articolo, mostrava l’edificio, ricoperto da mattonelle verde scuro, sviluppato in altezza, non ricordo se su sei od otto piani. Inutile dire che, dopo le scosse del 6 maggio, la costruzione risultò fortemente danneggiata, non venne più inaugurata e fu presto abbattuta. Con essa andarono in fumo le ingenti risorse finanziarie impiegate dallo Stato e dalla Regione. Mi sono sempre chiesto se esistessero delle responsabilità a cui risalire per la realizzazione di un edificio nuovo, ma privo di caratteristiche antisismiche. A Tolmezzo, dove vivo, l’Ospedale di sei piani non ha subito particolari danni, nonostante disti in linea d’area solo una quindicina di chilometri da Gemona. Una spiegazione dovrebbe esserci. L’alto Friuli è sempre stato interessato in passato da significativi eventi sismici. Dopo il forte terremoto del 1928, con epicentro a Verzegnis, che provocò una decina di vittime, il carnico Michele Gortani (geologo, docente all’Università di Bologna, parlamentare prima dell’avvento del Fascismo e in seguito membro dell’Assemblea Costituente e Senatore nella Prima Legislatura) studiò il problema e si battè per includere una vasta zona del Friuli nelle aree classificate a rischio sismico, dove erano in vigore precise norme, sia relative alle caratteristiche costruttive degli edifici che ai limiti delle loro altezze. A Tolmezzo queste disposizioni furono applicate. Ho letto, invece, da qualche parte, che le indicazioni del prof. Gortani furono disattese nella zona a Sud della Carnia, dove un suo collega di partito, anche lui Senatore e Sindaco di Gemona, pensò bene di fare l’interesse dei propri cittadini, evitando di imporre vincoli e costi che avrebbero frenato lo sviluppo edilizio.
2 – Parlando del “modello” Friuli, che permise un’esemplare opera di Ricostruzione dopo il Terremoto, si è sentito in questi giorni parlare spesso della “lungimiranza” del Governo nazionale, che, all’epoca, decise di affidare ampie deleghe e responsabilità alla nostra Regione Autonoma a Statuto Speciale. Credo che in questa valutazione si dimentichi un dettaglio tutt’altro che trascurabile, che fu anche la nostra fortuna. A Roma, nella primavera del 1976, era in atto una grave crisi che portò nel mese di giugno a nuove elezioni politiche anticipate, dopo quelle, di poco precedenti, del 1972. Ai principali partiti ed esponenti politici, in tutt’altro indaffarati, non parve così vero di poter scaricare su altri – la Regione Friuli Venezia Giulia e i Comuni – attraverso il Commissario Straordinario Zamberletti, il compito di gestire una faccenda piuttosto complicata, come aveva dimostrato il caso del Belice.
3 – Un altro elemento importante che va sottolineato e assegnato al merito dei Parlamentari friulani è quello di aver posto come obiettivo per l’utilizzo delle ingenti risorse assegnate dallo Stato, non solo la “ricostruzione” fisica degli edifici e delle infrastrutture, ma anche quello dello sviluppo dei territori, che erano in gran parte quelli montani e segnati dallo spopolamento e dall’emigrazione. Basti ricordare, come esempio di questa impostazione, il Piano Comprensoriale di Ricostruzione e Sviluppo redatto, ai sensi della L.R. 63/1977, dall’arch. Luciano Di Sopra per la Comunità Montana della Carnia. Uno studio che oggi ci sogniamo, vedendo anche come sono state ridotte e rese “inoffensive” nel corso degli anni queste istituzioni.
4 – Come ben si comprende visitando le sale del Museo Tiere Motus a Venzone, l’elemento fondamentale su cui si incentrò il modello friulano e che ne determinò il successo fu indubbiamente il ruolo assegnato alla Regione e agli enti locali (Comuni, con la enorme responsabilità attribuita ai Sindaci e Comunità Montane, da poco istituite). Ogni decisione, però, prima di diventare definitiva, passava al vaglio di un’opinione pubblica (assemblee popolari, comitati delle tendopoli) quanto mai attenta, competente e poco inclina a concedere indulgenze. Quello della partecipazione popolare è l’elemento che è mancato ad esempio in occasione del Terremoto de L’Aquila, quando il Governo Berlusconi aveva addirittura imposto una specie di coprifuoco per evitare contatti tra gli abitanti dei diversi quartieri. Nell’estate del 1976, l’esperienza, spesso conflittuale, dei Comitati delle Tendopoli e del loro Coordinamento, fu decisiva per allontanare il progetto di trasferire i terremotati in una nuova città, che avrebbe dovuto sorgere a nord di Udine, e per ricostruire i paesi dov’erano e alcuni di essi anche com’erano. Ricordo di aver partecipato a molte assemblee, alla manifestazione di protesta che si tenne a Trieste nel mese di luglio e ad un volantinaggio sulla strada statale 13 nel mese di agosto, che, con le norme attuali introdotte dal Governo, il Ministro Piantedosi ed il Prefetto di Udine avrebbero represso duramente come “blocco stradale”, mettendo in galera i dimostranti. Ricordo poi la protesta nei confronti di quello che oggi definiremmo un provvedimento demagogico: probabilmente capace di creare consenso, ma poco responsabile. La Regione aveva infatti approvato una legge con la quale venivano concessi facili contributi per “rattoppare” le case, senza però renderle anti-sismiche. Fortunatamente fece marcia indietro, perché la forte scossa del 15 settembre avrebbe potuto provocare altre vittime.
4 – Riguardo agli esiti concreti a cui giunse la ricostruzione dei centri terremotati, appare evidente una chiara differenza tra i casi “esemplari”, ammirati in tutto il mondo, come fu ad esempio il “restauro” del borgo medievale di Venzone e del suo Duomo trecentesco, rispetto agli interventi di completa demolizione e costruzione di edifici anonimi (simili a quelli delle periferie di una qualsiasi città) realizzati altrove, anche a pochi chilometri di distanza. A Gemona, poi, rimane il dato del notevole consumo di suolo provocato dalle molte edificazioni consentite nella piana, con la conseguente sofferenza e abbandono del vecchio centro storico.
5 – Nella “ricostruzione” degli avvenimenti fatta in questi giorni da molti organi di informazione, uno degli elementi che è stato particolarmente esaltato è stata la presenza dell’esercito e l’azione svolta dagli alpini attraverso la loro associazione. In quegli anni circa 2/3 dell’esercito italiano era di stanza nella nostra regione. La sua presenza, con le varie servitù militari imposte al territorio, non poteva essere considerata una “fortuna”, ma era causa di conflitti con la popolazione e gli enti locali. Nel 1967, ad esempio, una delle rivendicazioni che portarono alla proclamazione dello “Sciopero Generale” della Carnia e fecero scendere in piazza a Tolmezzo 5000 cittadini fu la richiesta di una loro drastica riduzione, per i vincoli che ponevano allo sviluppo e all’utilizzo del territorio. Cosa sarebbe successo se, per assurdo, all’indomani del 6 maggio, le autorità avessero ordinato ai vari reparti di rimanere chiusi nelle loro caserme? Certo nell’immediata emergenza i militari furono fondamentali (per soccorrere la popolazione, erigere tende, installare mense, etc.), ma scavavano a mani nude e dovevano anche recuperare i loro commilitoni rimasti sotto le macerie. Ben diverso sarebbe stato se, al loro posto, ci fossero stati più Vigili del Fuoco o una Protezione Civile che ancora non esisteva. Quanto agli alpini congedati che prestarono gratuitamente il loro lavoro a partire da giugno, se va indubbiamente riconosciuto il ruolo dell’ANA (un’organizzazione solida e capillare) si dimentica di dire che si trattava di muratori, carpentieri, geometri, ingegneri, che non avevano certamente appreso il mestiere durante l’anno o più trascorso per il servizio militare! Non a caso i Parlamentari friulani chiesero e ottennero subito, per la prima volta a causa di un evento naturale, l’esenzione dei giovani dell’area terremotata dall’obbligo di prestare il servizio di leva. In seguito i giovani dell’intera regione furono inseriti tra i Vigili del Fuoco o alle dipendenze degli enti locali. Fu un’anticipazione del servizio civile alternativo.
6 – Per finire. “Il Friuli ringrazia e non dimentica”: così aveva scritto una mano ignota su un muro semi diroccato dopo il terremoto del 1976, immagine diventata subito – come si dice adesso – un’icona di quei tragici momenti e del carattere fiero del popolo friulano. Non so se le cose siano andate esattamente così. Certamente qualche dubbio viene, soprattutto constatando, a partire dagli attuali amministratori della Regione, una certa ritrosia (per non parlare di grave, insopportabile indifferenza) nell’esprimere solidarietà a chi, a Gaza, in Cisgiordania e nel Libano … ha perso la propria casa, ha visto morire parenti ed amici e non certo per colpa di un terremoto. Per fortuna un segnale di speranza viene dal Comitato spontaneo “Carnia per la Pace”, che, con un gesto di rispetto e umana pietà, coinvolgendo decine di volontari, ha trascritto a mano su un enorme “sudario” i nomi degli oltre 18.000 bambini e minori uccisi a Gaza dall’esercito israeliano. Questo simbolo, dopo aver girato in varie località della regione, è adesso richiesto in tutta Italia, suscitando ovunque forti emozioni e dando vita ad iniziative concrete di solidarietà.
Marco Lepre




