Un Giorno del Ricordo, personale e politico
Una piccola folla si è presentata ieri 10 febbraio a Cervignano, nella Piazzetta dedicata all’Esodo istriano, giuliano e dalmata, alla commemorazione annuale. Esposte al vento e al sole due immense bandiere italiane di proprietà comunale: peccato che il 25 aprile non vengano spiegate. È per questo diverso, sfrontatamente diverso, atteggiamento verso due date, che non ho mai partecipato, fino a ieri, al Giorno del Ricordo.
Eppure ricordo. Porto in me da sempre entrambe le memorie, entrambi i dolori, dei miei genitori, mamma esule istriana, papà partigiano comunista della Divisione d’assalto Garibaldi Natisone. Lei soffrì l’esilio, la fuga da casa con nulla, un trauma che la segnò in modo visibile per tutta la vita. Lui soffrì su di sé l’anticomunismo, che questa giornata avrebbe poi certificato (lui era già morto da tempo): il sospetto, la diffamazione, gravarono sull’uomo che era stato partigiano ed era comunista a che, nonostante questo clima, riuscì ad essere presenza autorevole, generosa e amata nella comunità. Maestri, entrambi, intrecciarono il proprio dolore.
Per questa memoria genetica sopporto poco la prevedibile falsità di questo giorno e l’imbroglio del racconto. Ma, nel silenzio, nella breve preghiera che il parroco intona, rispetto le persone uccise. Non meritano invenzioni strumentali sui loro corpi, non meritano che si dica, e che si ripeta, con l’ossessione e la soddisfazione tipiche della menzogna, che per questi morti non si accettano giustificazioni: queste poche parole cancellano l’unico brandello di senso che la legge istitutiva del Giorno del Ricordo possiede, quando sottolinea la “più complessa vicenda del confine orientale”, che significa non trascurare il macigno della parola fascismo, e con essa il fango con cui avvolse queste terre. Ma tant’è: la parola non compare, il discorso è, come la data e come chi ha voluto la legge, rivendicazionista, e perciò volutamente monco. Non gli manca un dito, ma l’anima intera capace di guardare in modo alto alla Storia. Via libera quindi ad anni, i nostri, in cui si parla di “quegli assassini dei partigiani comunisti di Tito”, di “pulizia etnica” che si scatenò contro gli italiani, via libera ad un imbroglio storico che nel linguaggio, nei numeri inventati, nei film vergognosi che sono stati costruiti sul nulla, trova tanto comodi quanto menzogneri alleati.
Sarebbe bello prendere alla lettera il discorso commemorativo quando dice che non sono ammesse giustificazioni: il fascismo non ne ha alcuna infatti, per aver trascinato l’Italia nella violenza, nella sopraffazione, nelle leggi razziali, nell’olio di ricino, nel confino, nel colonialismo invasore, nella guerra, in mano ai nazisti tedeschi a cui questa terra venne venduta. Fu la Resistenza a renderci credibile come popolo, furono i partigiani comunisti (lo fu la maggior parte nella nostra regione), chiamati allora banditi e oggi assassini, a salvarci a prezzo altissimo, con le torture subite, indicibili nella loro atrocità, dispensate nella Caserma Piave di Palmanova, con partigiane gettate vive nel crematorio della Risiera di San Sabba. Non voglio confronti, ma nemmeno silenzi.
È per questo che, quando i labari delle diverse associazioni d’Arma si alzano, io alzo il mio labaro di carne, il pugno della mia doppia memoria: il pugno di chi si dissocia in modo radicale da guerra, morte, esilio, ma non dalla lotta, fatta di segni, parole, progetti, presìdi, costruzione di spazi di condivisione, di comunità, di solidarietà, intrecci, esperimenti di vita democratica insomma. Il pugno che significa essere e costruire assieme. Da quel pugno chiuso, parte di tutto l’antifascismo, nasce la Costituzione del ’48, di cui si vuole fare carta straccia, anche attraverso una memoria disattenta.
Dianella Pez




