“boots on the ground” (stivali sul terreno) o ritirata strategica?

Credo che nemmeno il programma condotto qualche decennio fa da Raffaella Carrà potesse riservarci le stesse sorprese che quel gran mattacchione di Trump riesce a proporci. Sembra quasi di assistere ad uno scambio prolungato di una partita di ping pong dove entrambi gli avversari si producono in colpi che a noi che assistiamo alla partita appaiono definitivi e che invece vengono recuperati e proposti dalla parte opposta del tavolo. Ovviamente siamo noi che non conosciamo le caratteristiche di quel gioco e ci lasciamo prendere dalle semplici sensazioni personali.
Riassumendo; siamo ormai al 32mo giorno di guerra, definiamola con il suo nome e per quello che è. Le migliaia di tonnellate (abbiamo idea di quante siano?) di bombe che Israele e USA hanno scaricato sull’Iran non hanno prodotto il risultato che chi (soprattutto gli USA perché per Israele gli obiettivi erano e sono differenti) questo conflitto ha iniziato si immaginava di ottenere. Il regime, pur avendo subito contraccolpi che altri in Paesi sarebbero stati devastanti e probabilmente avrebbero provocato un tracollo è non solo ancora in piedi ma con praticamente il pieno controllo della situazione. Certo, le principali città sono state pesantemente colpite, le infrastrutture e i servizi pubblici devastati e, soprattutto, la maggior parte dei raid ha duramente bersagliato i complessi civili. Non si contano più le abitazioni private, gli ospedali, le scuole, gli impianti di estrazione e di distribuzione energetica di vario tipo che sono stati distrutti dalle armi degli aggressori. Secondo fonti iraniane, ma anche di giornalisti presenti in Iran, si stima che tra le migliaia di “obiettivi centrati “, quelli rasi al suolo e che nulla hanno a che fare con siti di interesse militare, siano la stragrande maggioranza. Pare che i morti siano circa 5.000, ma anche che queste stime siano abbondantemente sottostimate, e i feriti si contano in alcune decine di migliaia. Dimenticavo gli sfollati, circa due milioni!
In realtà, quando si parla di obiettivi che questa ennesima guerra avrebbe dovuto avere e centrare si rischia di parlare di tutto e di nulla. Come accennato, se quelli israeliani sono piuttosto chiari anche se poi riuscire ad ottenerli è diversa cosa, riuscire a capire cosa frulli nelle mente malata di Trump e dei suoi pittoreschi collaboratori risulta invece perlomeno oscuro. Una sola cosa è evidente; gli USA si sono stati fatti trascinare in questo casino dalla cricca di delinquenti (non lo dico solo io, ma anche la giustizia internazionale) che governano a Tel Aviv probabilmente pensando di risolvere la questione in poco tempo e ricorrendo a continui, ma di breve durata, bombardamenti a tappeto come è stato fatto. Ad Israele non interessa più di tanto il petrolio o il gas iraniano (a loro basta rubare dai giacimenti di gas nel mare di pertinenza di Gaza), cosa che invece alle grandi compagnie USA del settore fa parecchia gola. Si prenda ad esempio la situazione post bellica dell’Iraq dove i maggiori campi petroliferi sono sfruttati da imprese straniere anche se nominalmente sotto il controllo di Baghdad. La stessa economia di quel Paese è ostaggio della banca centrale USA che attraverso le sue politiche monetarie decide vita e morte della divisa iraqena. L’equilibrio che regge il governo di Baghdad è estremamente delicato e la presenza delle PMF (Popular Mobilization Forces) sciite che incessantemente prendono di mira obiettivi USA sia a Baghdad che a Erbil (Kurdistan iraqeno) in aiuto a Teheran mettono a dura prova la sua resistenza. Un’eventuale escalation militare anche in Iraq, da dove entro fine anno ogni presenza militare USA dovrebbe essere fuori dal Paese, sarebbe davvero un ulteriore disastro.
Altro elemento importante per gli USA, è che la Cina è il principale cliente di petrolio e gas di Teheran (e di Riyad) e privare Pechino di quella importante risorsa provoca qualche problema ai cinesi. Certo, nel frattempo Mosca provvede a sostituire l’interruzione del flusso dal Golfo, ma non in maniera sufficiente per colmare il gap. Non solo, ma radere al suolo l’Iran significa anche togliere alla Cina uno dei protagonisti della new silk road o “Belt and Road Initiative”, nonché di un partner militare del patto tra Cina, Russia e appunto Iran. Infatti, da ieri Pechino rende palese ciò che fino ad oggi teneva sottotraccia; il suo ministro degli esteri Wang Yi ha incontrato il suo corrispettivo Pakistano Ishaq Dar per “discutere” una possibile soluzione per la guerra in Iran chiarendo anche a Teheran che l’idea di tassare le navi di passaggio attraverso lo stretto di Hormuz, non è né una grande trovata nè percorribile, ma anche che “enough is enough” e che la crisi in cui il conflitto ha fatto precipitare mezzo mondo deve finire al più presto. Che ciò si tramuti poi in realtà è tutto da verificare, ma intanto la Cina ha messo sul piatto delle possibili trattative in corso a Islamabad tutto il proprio peso.
Ma a parte ciò, vediamo un po’ di ragionare su quanto sta succedendo sul campo. Nonostante il continuo piovere di bombe sulla testa degli iraniani, la guerra non fa grandi progressi, almeno secondo le mire di chi l’ha provocata e continua a farla. Il regime nonostante la mattanza dei suoi vertici politici e militari, tiene tranquillamente ed anzi risponde colpo su colpo sia nei confronti dei due aggressori che in quelli degli altri Paesi del Golfo cercando di mirare missili e droni su obiettivi strategici replicando parimenti a quelli subiti. Certo, da un po’ i suoi vicini si stanno stancando di subire e valutando la possibilità di rispondere agli attacchi iraniani a loro parere del tutto ingiustificati. Su questo punto ci sarebbe probabilmente qualcosa da commentare; sia i vari Emirati che i Sauditi, ma anche l’Iraq, ospitano un’ampia gamma di importanti basi USA sul territorio e questo fa di loro inevitabili bersagli in mancanza di altre possibili alternative. Sul fatto poi che da quelle basi non siano partiti attacchi verso l’Iran si dovrebbe perlomeno discutere. In particolare, ma non solo, gli Emirati Arabi Uniti (UAE) principali alleati di Israele e complici dei misfatti di Tel Aviv assieme a cui e da qualche tempo sta provando a realizzare basi sul Mar Rosso in Somaliland (l’intervento nel sud dello Yemen per ora è stato rintuzzato grazie all’intervento di Riyad che ha chiarito che quelle acque sono eventualmente di sua competenza) che di fatto permetterebbero il controllo su Bab Al Mandeb (il collo di bottiglia sul Mar Rosso) e, se l’Iran fosse davvero spazzato via o meglio spezzettato come vorrebbe Tel Aviv, dell’intera tratta che va dal Golfo (Hormuz) fino a Suez o quasi. Un progetto eccessivamente ambizioso e che non riscontra troppe simpatie da parte di altri attori della zona (Sauditi) che forse anche per questo e sino a ieri si sono astenuti da qualsiasi intervento armato (Houthi). Ecco, pare assodato che da Abu Dabi, Dubai e gli altri Emirati della “federazione” siano effettivamente partite molte delle incursioni contro Teheran e che proprio da quel territorio potrebbe iniziare quel malaugurato intervento via terra che nessuno vorrebbe ma che, conoscendo l’ignoranza di Trump e compagni, non si può neppure escludere. Sicuramente il recente protagonismo degli UAE che in combutta con Israele si spinge fino al Mediterraneo (Libia) e nel profondo Sudan, nonché i suggerimenti dell’intelligence russa, fa sì che l’ipotesi di un bombardamento o qualche altro intervento USA o israeliano partito dagli Emirati non sia eccessivamente frutto di fantasia.
Tornando un attimo allo stretto di Bab Al Mandeb, parte del quale è controllato dagli Houthi principali alleati (nonché finanziati e armati) dell’Iran, ciò che fino all’altro giorno si notava era l’assenza di interventi di Ansar Allah (Houthi) in appoggio ai loro “benefattori”. No problem, eccoci accontentati; sono recenti i lanci di missili balistici dallo Yemen verso Israele, segno che Teheran può contare su di loro in caso di prolungato conflitto. Non è di facile lettura questa improvvisa scomparsa dalle scene di un così importante alleato dei persiani che ha tenuto tranquillamente testa per anni alla tentata invasione de parte dei sauditi; si poteva addirittura supporre che ci fosse in atto un tentativo di avvicinamento tra Houthi e sauditi che garantisse in qualche modo una spartizione del territorio yemenita una volta scacciati definitivamente gli emiratini e ridotti all’ininfluenza i loro alleati locali. Se ci fosse o meno stata una qualche possibile trattativa del genere, l’entrata in scena di Ansar Allah mette definitivamente l’ipotesi fuori contesto.
Bene, i prossimi giorni saranno cruciali per capire che direzione prenderà quella guerra, se Trump sarà costretto ad interrompere la santa alleanza con Netanyhu e venire a più miti consigli oppure stia solo prendendo tempo per organizzare un’invasione in qualche modo (i marines potrebbero occupare solo l’isola di Kharg) via terra che difficilmente si può prevedere a cosa possa portare. Certamente a nulla di buono.
In tutto questo cerchiamo di non dimenticarci delle infamie che Israele sta compiendo, approfittando dell’attenzione dei più sull’Iran, in Palestina (sia Gaza che in Cisgiordania) e in Libano. Tutto è collegato, non dimentichiamolo.

Docbrino