Caporalato “noi siamo Fvg”. A conclusione le indagini, iniziate nel 2023, sugli operai agricoli rumeni sfruttati in Friuli e Isontino
Già nel marzo 2023 aveva avuto una discreta rilevanza sulla stampa anche nazionale la notizia della scoperta da parte della Guardia di Finanza di un massiccio caso di caporalato nei vigneti delle province tra Udine e Gorizia. Allora era stato individuato un sistema fraudolento legato allo sfruttamento della manodopera nelle campagne e alla frode fiscale nel settore vitivinicolo portando alla luce l’impiego di 107 lavoratori “in nero”, sottopagati e costretti a operare in condizioni di grave sfruttamento tra i vigneti delle province di Gorizia e Udine. Di oggi il proseguo di quella operazione denominata “caravelle” con i finanzieri che hanno esteso gli accertamenti agli aspetti tributari e societari, svelando un classico schema di esterovestizione aziendale. La ditta individuale agricola era formalmente registrata in Romania, ma gestita ed eterodiretta a tutti gli effetti dalla provincia di Gorizia. Questa ditta al pari di altre simili sono registrate in Romania e forniscono manodopera per un costo totale inferiore ai 10 euro/ora, alla fine emettono una fattura che il committente paga senza alcun carico burocratico (assunzione, formazione, fornitura dpi…), con un notevole risparmio rispetto ad una squadra regolare (che supererebbe i 15 euro/ora) e con una disponibilità in termini di orari quasi assoluta. Ai lavoratori arrivavano quindi meno di a 3 euro l’ora. Grazie a questo espediente, l’impresa forniva manodopera alle aziende vitivinicole locali (conniventi) fatturando le prestazioni senza addebitare l’IVA e simulando la natura di ditta comunitaria, ci guadagnavano tutti, tranne ovviamente gli operai, ma anche gli stati italiano e rumeno, infatti la gran parte degli operai impiegati (107), tutti residenti in Romania, non risultava iscritta al sistema contributivo e fiscale né italiano né rumeno. Le posizioni risultavano totalmente sconosciute. Da quanto è emerso gli accertamenti fiscali condotti dai finanzieri isontini per le annualità dal 2019 al 2023 hanno consentito di constatare un reddito imponibile non dichiarato per oltre 1 milione di euro, un’IVA evasa per oltre 200.000 euro e ritenute non versate per circa 80.000 euro. L’amministratore dell’azienda è stato denunciato alla Procura della Repubblica per il reato di omessa presentazione delle dichiarazioni dei redditi e dell’IVA, avendo superato le soglie di punibilità penale previste dalla normativa tributaria. Contestualmente, la società è stata segnalata all’Ispettorato del Lavoro per l’irrogazione delle sanzioni legate all’impiego di personale irregolare.
In sostanza un caso eclatante ma non certo isolato. In Italia, il fenomeno del caporalato e dello sfruttamento del lavoro in agricoltura coinvolge infatti circa 200.000 lavoratori irregolari di questi circa 55.000 sono donne, esposte a una doppia vulnerabilità legata al divario salariale e a potenziali molestie o violenze. I dati più recenti estratti dai rapporti di settore, tra cui il Rapporto Agromafie e Caporalato dell’Osservatorio Placido Rizzotto e le rilevazioni dell’Ispettorato Nazionale del Lavoro (INL), delineano un quadro critico legato al lavoro nero, alla vulnerabilità sociale e all’infiltrazione della criminalità organizzata. Inoltre secondo il Report del Laboratorio sullo sfruttamento lavorativo e sulla protezione delle vittime, si è registrato un incremento del 50% dei casi di sfruttamento accertati. Nelle aziende agricole sottoposte a controlli mirati sulla base di indizi di rischio, il tasso di irregolarità riscontrato si attesta intorno al 64,8% (mentre l’incidenza dei singoli lavoratori trovati in posizione irregolare sul totale dei controllati è storicamente superiore al 26%). Il caporalato, come dimostra l’inchiesta goriziana, è diffuso su tutto il territorio nazionale, ma presenta picchi di intensità in precise aree agricole collocate prevalentemente nelle regioni meridionali. Le sanzioni e le violazioni penali per l’articolo 603-bis c.p. (intermediazione illecita) si concentrano principalmente in Puglia, Sicilia, Campania e Calabria. In Calabria, ad esempio, si stima una presenza stabile tra gli 11.000 e i 12.000 braccianti irregolari, soprattutto durante le raccolte stagionali.




