Casa di comunità o della comunità?

La definizione corretta è Casa “di” comunità o casa “della” comunità? Spesso si usano le due dizioni in maniera indifferente e ciò non è privo di conseguenze. Va chiarito subito che la dizione del DM77 è “Case della comunità” anche se perfino alcuni documenti ufficiali di Agenas usano le due dizioni. Ma come declina il senso di questo “della” il DM77?
Il primo significato dell’uso di “della comunità” fa riferimento all’appartenenza, ovvero la Casa e i suoi servizi appartengono alla comunità in cui sono collocati. Il come lo si deduce nel testo del DM77 quando si scrive che i servizi territoriali sono “un sistema vicino alla comunità, progettato per le persone e con le persone” e ancora quando si afferma che il sistema va progettato “attraverso la valorizzazione della partecipazione di tutte le risorse della comunità nelle diverse forme e attraverso il coinvolgimento dei diversi attori locali (Aziende Sanitarie Locali, Comuni e loro Unioni, professionisti, pazienti e loro caregiver, associazioni/organizzazioni del Terzo Settore, ecc.)”. La partecipazione quindi è stata tradotta in norma al punto da diventare uno dei requisiti obbligatori delle CDC con la dizione “Partecipazione della Comunità e valorizzazione della co-produzione” (GU 22 giugno 2022). I concetti richiamati hanno riferimenti storici e normativi importanti quali: la partecipazione della L 833 1978 (“L’attuazione del servizio sanitario nazionale compete allo Stato, alle regioni e agli enti locali territoriali, garantendo la partecipazione dei cittadini” “Le associazioni di volontariato possono concorrere ai fini istituzionali del servizio sanitario nazionale nei modi e nelle forme stabiliti dalla presente legge”) e la sussidiarietà dell’art. 118 della Costituzione (“Stato, Regioni, Città metropolitane, Province e Comuni favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà”). Questo richiama al senso generale delle istituzioni pubbliche che, come scrivono Francesco Longo e Sara Barsanti, la “Community building, ovvero costruire comunità, è la finalità ultima delle istituzioni pubbliche, che attivano servizi, regole, meccanismi ridistributivi per rispondere a bisogni individuali e collettivi, con l’intento di riuscire a costruire la società.” (F. Longo S. Barsanti Community building: logiche e strumenti di management 2021). Semplificando potremmo dire che “la democrazia e la partecipazione fanno bene alla salute” e che la cittadinanza attiva può dare un contributo straordinario al buon funzionamento dei servizi, in particolare di quelli più vicini alla comunità. Come scrive Gregorio Arena “La certezza è che le persone sono portatrici non solo di bisogni, ma anche di capacità e inoltre che è possibile che queste capacità siano messe a disposizione della comunità per contribuire a rispondere, insieme con le amministrazioni pubbliche, alle esigenze collettive”. (G. Arena Cittadini attivi 2006)
Il secondo significato di “della comunità” è che i servizi non si limitano ad erogare prestazioni ma si preoccupano dei singoli, delle comunità, dei luoghi in si vive, delle disuguaglianze e delle risorse attive presenti ne territorio (il capitale sociale). In poche parole non si tratta di costruire edifici con poliambulatori attivi sulle 24 ore ma di ben altro.
La comunità è composta di chi si cura bene, accede facilmente ai servizi e sta bene e da chi si cura, accede con difficoltà ai servizi e non è curato bene (si pensi all’aderenza alle terapie farmacologiche, ai controlli necessari nelle patologie croniche non eseguiti, alle raccomandazioni non seguite per la prevenzione, ecc.).
C’è però un’altra parte della popolazione che un Servizio sanitario pubblico equo e universale non può ignorare ed è la popolazione che non si cura, che non accede ai servizi, che non fa prevenzione, che si ammala di più e muore prima. E’ noto ad esempio che il titolo di studio ad è un potente predittore del rischio di mortalità. In Italia il tasso di mortalità per 10mila abitanti passa nei maschi da 126 per chi ha una laurea e 195 per chi non ha nessun titolo di studio o la licenza elementare e nelle donne da 88 a 122 (ISTAT 2025). Quasi una persona su 10 rinuncia a curarsi a causa del reddito o dei tempi di attesa. Pensiamo ancora a che senso possono avere campagne per la promozione dell’uso di frutta e verdura sui quattro milioni di famiglie che non possono fare un pasto proteico almeno ogni due giorni a fronte di un aumento del 20% in tre anni del costo degli alimenti?
Una Casa della Comunità, un Distretto o un’Azienda sanitaria che non sanno cosa c’è fuori dalla loro porta sono semplicemente poliambulatori che erogano prestazioni non Servizio Sanitario Nazionale. Potranno anche soddisfare tutti gli standard strutturali di legge ma soffriranno di “cecità dei luoghi”. Le CDC in centro a Milano, in periferia della città, in Garfagnana, in Sila o a Palermo devono essere diverse, devono essere pensate, progettate e realizzate in maniera flessibile e “democratica” ovvero assieme a tutte le risorse formali e informali del territorio in cui sono collocate . Fanno sorridere le rilevazioni sullo stato di realizzazioni delle CDC pubblicate nei siti ufficiali in cui pare che in molte regioni si sia praticamente fatto tutto. Sappiamo tutti che in molti casi si sono ribattezzati servizi già esistenti senza analizzare cosa c’è appunto “fuori dalla porta”.
Come scrive Francesco Longo se ci si occupasse non solo di realizzare edifici e poliambulatori ma di realizzare veri servizi della comunità si “sposterebbero significativamente i target di pazienti prioritari, dando priorità ai non aderenti, ovvero i meno colti, più soli e più poveri” ovvero realizzando le finalità del servizio sanitario pubblico equo accessibile e universale (xii-rapporto-sulla-povertà-sanitaria.pdf)
Ma come fare? Credo che sarebbe utile ed interessante introdurre negli strumenti della valutazione dell’effettiva realizzazione delle CDC semplici requisiti quali: quali strumenti di partecipazione alla progettazione e alla gestione con la comunità sono stati messi in atto? Quali analisi del contesto sociale, economico, relazionale della comunità sono state realizzate? Che progetti e che strumenti sono stati messi in atto per ridurre le diseguaglianze ed affrontare la povertà sanitaria? Tre domande semplici ma darebbero senso compiuto alla Casa DELLA comunità”
Giorgio Simon già direttore generale ASS5 Friuli Occidentale