Femminicidi è ancora emergenza: “Ogni volta sembra di fare i conti al mercato, ma stiamo parlando di donne uccise”
Tra i mesi di luglio e metà agosto 2026 si è verificata una preoccupante successione di eventi delittuosi con almeno 8 donne uccise in poche settimane. Questo picco ha giustamente riacceso l’allarme sociale non certo mitigato dall’entrata in vigore delle nuove norme di inasprimento penale che da solo non risolve il problema dei femminicidi, come confermano sociologi, criminologi ed esperti del settore. Le pene più dure, la classica ricetta della destra, non bastano perché quegli odiosi reati nascono generalmente in ambito relazionale: Oltre il 75% degli omicidi di donne continua infatti a consumarsi tra le mura domestiche per motivi passionali, liti o risentimenti affettivi e per questo non vengono limitati dall’idea della “punizione”. Chi commette un femminicidio agisce spesso in preda a impulsi distruttivi anche premeditati, ignorando la gravità della pena futura. In sostanza molti aggressori non credono che le loro azioni costituiscano un reato punibile con il carcere fino al momento dell’arresto. Bisogna aggiungere che il codice penale interviene a reato già consumato, quando la vita della vittima è ormai perduta. Sintetizzando la violenza di genere affonda le radici nel patriarcato, nel controllo e nel senso di possesso, dinamiche che nessuna legge può cancellare da sola. A questo si aggiunge, come la cronaca ci racconta, spesso la sottovalutazione del rischio da parte delle autorità. Le soluzioni alternative non possono essere solo “poliziesche” ma serve un processo di prevenzione attraverso l’educazione affettiva. Servirebbe introdurre percorsi obbligatori nelle scuole sull’educazione al consenso, al rispetto e alla gestione del rifiuto ma anche formazione delle forze dell’ordine attraverso la specializzazione di magistrati e agenti per riconoscere i segnali di rischio fin dalla prima denuncia di stalking. Servirebbe anche un potenziamento dei centri antiviolenza: Finanziare in modo strutturale le case rifugio per le donne minacciate, ma anche intervenire sull’uomo attraverso il monitoraggio e la riabilitazione degli uomini maltrattanti tramite centri di ascolto dedicati prima che la violenza diventi letale. Ovviamente tutto questo deve passare attraverso la protezione delle potenziali vittime, il braccialetto elettronico è uno strumento non certo la soluzione dato che i tempi di intervento nel caso di avvicinamento alla potenziale vittima non sono certo sufficientemente tempestivi. In taluni casi potrebbe essere inevitabile applicare le misure cautelari con maggiore rapidità per proteggere la vittima prima dell’escalation.
Sul tema da registrare l’intervento odierno di Serena Pellegrino, consigliera regionale Avs in Fvg, che con una nota chiede investimenti strutturali su cultura e prevenzione, non solo indignazione a intermittenza.
Spiega Pellegrino: “Ogni volta sembra di fare i conti al mercato, ma stiamo parlando di donne uccise, spesso in pochissimi giorni, in una sequenza drammatica che fa saltare il senso stesso di una comunità civile. Ancora una volta ci troviamo a contare le vittime, come freddi numeri annotati su un bollettino di guerra, quasi che la tragedia di vite spezzate debba attendere le ricorrenze o l’ennesimo efferato delitto per scuotere le coscienze.” “Il femminicidio non è mai un incidente casuale o un raptus improvviso, ma l’atto finale e irreversibile di un radicamento patriarcale che attraversa la nostra società a tutti i livelli. Continuare a pretendere che le politiche di contrasto alla violenza, il supporto ai centri antiviolenza, i consultori familiari siano a costo zero significa rendersi colpevoli di un’omissione istituzionale inaccettabile. Non servono – sottolinea la Consigliera di AVS – slogan di facciata o risposte repressive e muscolari che arrivano sempre ex post, quando il danno è irreparabile. È urgente e indifferibile – prosegue l’esponente RossoVerde – investire con coraggio nella prevenzione capillare, a partire dall’educazione sentimentale, affettiva ed emotiva nelle scuole e nei contesti sociali. Dobbiamo scardinare gli stereotipi e ripensare le relazioni alla radice. Senza un cambiamento culturale quotidiano e permanente, l’indignazione collettiva all’indomani di ogni ennesimo massacro rimarrà un esercizio sterile e ipocrita.” E conclude Pellegrino “Il contrasto al femminicidio passa inevitabilmente per una rivoluzione culturale e linguistica. Serve un profondo rispetto dell’altra, l’uso di un linguaggio di genere consapevole e il rifiuto di ogni retorica di possesso radicata in un patriarcato di prevaricazione e violenza.”




