Guerra regolamento di conti come nel mondo del crimine

Come nel mondo del crimine,  la guerra è il peggiore dei crimini, si aspetta il momento migliore per sistemare alcune questioni pendenti ed in attesa di essere appianate. Che la guerra in Ucraina non potesse considerarsi delimitata all’interno dei confine del Paese aggredito, è immediatamente risultato chiaro, anche perché quel conflitto è stato fortemente cercato e voluto da attori esterni e da esigenze che con gli interessi degli ucraini hanno poco a che vedere. Loro sono le vittime che sia da una parte che dall’altra dei veri contendenti, si possono sacrificare; dove le parti in causa sono la Russia che non riesce proprio a rinunciare al suo sogno di ridiventare potenza mondiale e gli USA che non riescono a fare a meno del ruolo di unica superpotenza che per ora hanno ma che è evidentemente in via di esaurimento.
Al di là di questi ruoli centrali, ci sono altri soggetti che cercano di approfittare della situazione e del proprio ruolo complementare, per portare a casa il massimo dei risultati possibili essendo pedine geostrategiche a cui non si può impedire di interferire e di rivendicare i propri interessi.. Il più evidente tra questi, appare chiaro, è la Turchia. Altro paese con una tradizione imperiale che sogna, al pari della Russia di cui è nemico/alleato, pare un ossimoro ma non lo è affatto, di rinverdire un passato che con ogni probabilità è destinato a rimanere un miraggio. Tant’è che come in altre occasioni, Ankara rimane uno snodo cruciale se si vuole dipanare una matassa così complicata come quella attuale. Erdogan non è un personaggio troppo dissimile a Putin, ma dalla sua parte ha il vantaggio di essere socio dell’alleanza atlantica e, oltre ad avere il secondo esercito della Nato, è situato in una posizione strategica indispensabile a garantire il predominio di quell’alleanza, ma soprattutto del vero suo vertice e capo assoluto; gli Stati Uniti. Del fatto che Svezia e Finlandia possano entrare nella Nato, alla Turchia interessa ben poco; la pretesa di legare la propria approvazione alla consegna dei rappresentanti della minoranza kurda ospiti, e in alcuni casi parte del Parlamento stesso, dei due paesi scandinavi in quanto esponenti del gruppo terroristico (sia per la Turchia, che per gli Usa e la UE) del PKK, rimane solo un pretesto per far digerire le sue mire. Secondo il neo sultano turco, più o meno tutti i kurdi sono terroristi, o almeno quasi tutti. Infatti con il KRG (Kurdistan Regional Government) iraqeno la Turchia ha ottimi rapporti commerciali vitali sia per l’economia turca in profondo affanno, che per quella dei kurdi iraqeni che hanno nella Turchia il principale sbocco del commercio del petrolio, maggiore fonte delle finanze di quella Regione.
Se per quanto riguarda l’Iraq la questione è tutto sommato più semplice, in quanto l’esercito e l’aviazione turca da tempo entrano in territorio iraqeno e bombardano tranquillamente le basi (reali o presunte) del PKK nelle montagne del Qandil e nella regione Yazeeda del Sinjar, nel nord est della Siria la questione è decisamente diversa.
Fino ad oggi e negli anni recenti, la Turchia ha invaso una bella fetta delle aree della Siria oltre il confine, generalmente a maggioranza kurda. Dal 2016 in poi e fino al 2019, in diverse operazioni militari, di ciò che si definisce Rojava, sia ad ovest dell’Eufrate, sia ad est del fiume, che facevano riferimento al PYD, partito di maggioranza kurda in Siria che si ispira alle idee di Ochalan, rimane ben poco. Ed è qui che scatta il ricatto turco all’occidente e alla Nato, con cui peraltro è già da tempo ai ferri corti; in questi giorni Erdogan ha apertamente dichiarato che troverà una soluzione finale per sistemare i problemi con il PKK in Siria, cioè PYD e le sue milizie di YPG e YPJ (combattenti kurdi maschili e femminili) che secondo I turchi non sono altro che un’appendice del PKK (Partito Kurdo Turco dei Lavoratori). Ciò non significa altro che, almeno a parole, si prepara ad invadere gli unici territori rimasti sotto il controllo dell’Amministrazione Autonoma Kurda ancora al di fuori del controllo, direttamente o attraverso i “proxy”, di Ankara, che confinano con la Turchia. Da queste parti la tensione è ovviamente forte e le raccomandazioni di tenersi lontani da potenziali obiettivi militari o di uffici pubblici si sono fatte insistenti. Ormai da mesi gli attacchi con i droni e i bombardamenti di artiglieria nelle zone di Tel Rafiat (enclave kurda nell’area di Afrin), Kobane ma anche più a est da Ras el Ain fino su al confine dell’estremo nord est (Derik) si sono moltiplicati, spesso colpendo obiettivi civili, non si capisce bene se per errore o per seminare panico. Anche quella è strategia di guerra. E giusto per avere un’idea di come la Turchia gestirebbe, usiamo il condizionale per ora, le aree che si appresta, anche qui per ora a parole, ad invadere, possiamo buttare un occhio in quelle che già sono sotto il suo controllo da qualche anno. A parte Idlib, che rappresenta un caso diverso dagli altri, da Afrin a Menbij, da Tel Abyad a Ras el Ain e per una profondità di una trentina di km, le aree sono governate da una miriade di gruppi e gruppuscoli che in comune hanno solo l’interpretazione fanatica del Corano e sono perennemente in lotta cruenta tra di loro. Ankara sta cercando un terreno comune sul quale mettere d’accordo questi tagliagole e magari far loro trovare un’intesa che pero’ appare piuttosto lontana dalla realta’.
Inoltre, sempre secondo l’illuminata visione di come dovrà essere il futuro di quei territori, il presidente turco ha in mente un piano di ritorno, per il momento, di un milione di profughi siriani in quelle zone che secondo la sua interpretazione sono o saranno liberate. Ovvio che quel milione di poveracci non saranno gli stessi che abitavano da quelle parti prima delle invasione, ma gente che arriva da altre regioni. Si chiama pulizia etnica. Naturalmente ancora nemmeno è chiaro chi dovrà pagare i costi di un’operazione del genere che si stima possa costare almeno un paio di miliardi. Probabilmente ancora l'Europa che altrimenti ed in alternativa, potrebbe affrontare una nuova emergenza relativa all’espulsione di quelle persone che nelle principali città turche è già cominciata. Se non potranno tornare in Siria, da qualche parte dovranno pur andare… Per ora nè gli Usa, che in teoria sono lì a rintuzzare la sempre più organizzata ripresa dell’ISIS ma in realtà a controllare i pozzi di petrolio, nè la Russia che finora si è fatta garante di stoppare le pretese turche, si sono pronunciati. E’ però ovvio che molte delle decisioni verranno prese sulla base dell’evoluzione del conflitto ucraino. Come al solito Ankara sfrutta le debolezze dei suoi alleati che rimangono tali fino a che c’è convenienza, e diventano avversari quando invece fa più comodo. Lascio ad altri immaginare chi possano essere coloro che pagheranno il prezzo di questa situazione. Intanto qui in NES la gente non sa più né cosa fare né immaginare quale sarà il proprio futuro; sempre ammesso che gliene venga concesso uno. Docbrino