Il 2 Giugno è la festa della Repubblica, non della nazione

Da prima gli Italiani a prima la Nazione il passo è stato breve. Così, fin dal primo giorno dell’era meloniana, l’uso insopportabile del termine nazione  è diventato ripetitivo mantra che, speriamo, non duri vent’anni, anche se le opposizioni sembrano mettercela tutta perché la maledizione si perpetui. Così dai canali istituzionali ad ogni presa di parola dei singoli membri del partito della fratellanza, lo stile comunicativo, non solo è aggressivo e spavaldo tipicamente bullesco in odore di squadrismo, ma utilizza motivi lessicali ricorrenti. Uno che spicca su tutti è appunto l’uso martellante del termine “nazione”, con la stampa anche “progressista” che ha ritenuto superficialmente la questione essere senza grande importanza, accettando senza opporsi minimamente, il cambio di passo comunicativo. Peccato che la questione non era certo banale e oggi rischia di essere abitudine linguistica consolidata accettata ideologicamente. Altro esempio che potremmo fare è quello di “governatore” riferito ai presidenti delle giunte regionali, carica che notoriamente esiste solo per il “governatore della Banca d’Italia” e  che però è piaciuta subito anche agli eletti a sinistra perché la riconoscibilità del potere è un privilegio personale al quale è difficile dire no.    Attenzione che non si tratta di cercare il pelo nell’uovo ma di capire che dietro queste manovre linguistiche ci sono precise indicazioni ideologiche che si palesano nella volontà di destrutturare la Costituzione repubblicana antifascista, una costituzione che gli antenati della Giorgia “nazionale” vedevano come fumo negli occhi, in primis il suo idolo Giorgio Almirante, recentemente rispolverato in funzione antivannacciana. Allora bisogna sapere che non a caso la parola “nazione” compare solo 3 volte nel testo della Costituzione della Repubblica Italiana. Quattro volte se aggiungiamo l’espressione “unità nazionale”. I padri costituenti hanno preferito utilizzare formule come “Repubblica” (75 volte) o “Stato” (63 volte) per definire l’assetto istituzionale dell’Italia e come detto non era un caso. Forse non tutti sanno, sicuramente temiamo lo ignorino molti colleghi giornalisti e quasi tutti i politici, che durante i dibattiti dell’Assemblea Costituente (1946-1947), la scelta delle parole non fu solo una questione linguistica, ma un profondo scontro politico e filosofico. I costituenti scelsero di limitare fortemente l’uso del termine “nazione”, preferendogli di gran lunga “Repubblica” per il semplice motivo, confermato proprio dal comportamento odierno di Meloni & c, che vi era una differenza nel loro significato giuridico e la necessità di una presa di distanza dal fascismo. Il motivo principale della diffidenza verso la parola “nazione” era infatti storico, infatti il fascismo aveva abusato del concetto di “nazione” e di “patria”, trasformandoli nel fulcro dell’ideologia nazionalista per giustificare il totalitarismo e la guerra. Per questo i padri costituenti, che avevano la vista lunga, vollero la discontinuità per evitare qualsiasi richiamo a quell’eredità. In sostanza i costituenti decisero di de-enfatizzare il termine. Volevano fondare il nuovo Stato sulla democrazia e sui diritti dei cittadini, non sul mito della nazione etnica. “Nella Costituzione, la nazione nei pochi casi utilizzati, non indica l’apparato di potere, ma la comunità di storia, lingua e cultura che unisce i cittadini attraverso le generazioni (passate, presenti e future). La parola “Repubblica” (usata 75 volte) è invece il vero motore della Costituzione ed esprime un concetto giuridico dinamico e inclusivo. La Repubblica infatti non coincide solo con gli organi centrali di Roma, come bene chiarito dall’Articolo 114, la Repubblica è costituita anche dagli enti locali e periferici, Comuni e Regioni compresi. Ma c’è di più, la Repubblica è l’insieme delle istituzioni e dei cittadini che collaborano per “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale” (Articolo 3) e rappresenta, o dovrebbe rappresentare, lo strumento giuridico per garantire i diritti, la giustizia sociale e la sovranità popolare. In estrema sintesi l’Assemblea Costituente ha voluto che l’Italia democratica si riconoscesse nel concetto inclusivo e istituzionale di Repubblica (il bene comune gestito attraverso le leggi) piuttosto che in quello potenzialmente escludente di nazione (il legame di sangue o identità etnica). Il problema semmai oggi non è affermare il primato della nazione come vorrebbe la destra, ma completare la Costituzione a partire dalla futura legge elettorale, magari, perché no, attraverso un ritorno temperato al passato.

Fabio Folisi