L’energia Green è bufala? Piccolo e grande idroelettrico, solare o biogas. Non è certo tutto oro ciò che luccica. Per non parlare della follia nucleare

Quanto sia importante la gestione dell’acqua e dei fiumi è certamente la madre di tutte le questioni. Il mix con l’energia è ancora più dirimente e da questo punto di vista nella nostra regione non c’è solo la questione del “grande idroelettrico”, anche il settore delle piccole centraline (mini-idroelettrico), così come a livello nazionale, sta vivendo una fase di profondo cambiamento, trainato da importanti novità normative europee, investimenti privati e lo sviluppo delle comunità energetiche. Non è però tutto oro ciò che luccica perché, se da un lato, l’energia prodotta è carbon free, dall’altra non è certo immune da impatti sul territorio. La svolta è comunque arrivata direttamente dalla Corte UE sulle concessioni (Settembre 2026 causa C-653/24). Infatti con una sentenza che in molti definiscono storica, i giudici europei hanno stabilito che la Direttiva Bolkestein non si applica automaticamente alle piccole derivazioni idroelettriche. Un liberi tutti o quasi, accolto con magno gaudio dal mondo delle imprese, come ben dimostrato dalle dichiarazioni di Gianna Cimenti, presidente di Assimpidro Fvg, l’associazione affiliata a Confartigianato Udine che comprende 45 società in Friuli Venezia Giulia per 60 concessioni di piccoli impianti di derivazione idroelettrica secondo cui la sentenza  «è un’ottima notizia, un risultato cui abbiamo direttamente contribuito e che permette di fare chiarezza dopo anni di grande incertezza che hanno pesato sulla vita e sugli investimenti delle nostre aziende, società che svolgono attività produttive sul territorio, garantendo occupazione e sviluppo soprattutto nelle aree montane.» Dichiarazione rafforzata da quella del presidente di Confartigianato Udine, Graziano Tilatti secondo cui la sentenza dei giudici europei è «motivo di soddisfazione perché testimonia l’ottimo e solido lavoro di sensibilizzazione svolto dalle nostre imprese anche a livello europeo e inoltre, essa apre finalmente la strada a nuovi investimenti per mantenere gli impianti aggiornati, sicuri ed efficienti. Un’opportunità importante per tante imprese che, in particolare in montagna, sono anche generatrici di importanti posti di lavoro». Ed in effetti la notizia non è  un fattore da poco, soprattutto per le piccole centraline (generalmente quelle sotto i 3.000 kW di potenza) dato che cade l’obbligo tassativo di fare gare pubbliche europee alla scadenza delle concessioni. Questo dà maggiore stabilità ai piccoli operatori locali, ai Comuni e ai privati che gestiscono impianti esistenti, evitando il rischio che le concessioni vengano rilevate da grandi multinazionali estere. Ma il problema è che c’è un rovescio della medaglia, non  solo relativo alle proprietà e alle possibili speculazioni, infatti i piccoli impianti di derivazione idroelettrica hanno un impatto ambientale, localizzato, ma significativo, che si concentra principalmente sulla salute dei fiumi, della biodiversità e sul paesaggio. Sebbene questa fonte offra il vantaggio di produrre energia rinnovabile riducendo le emissioni di gas serra, la sua diffusione capillare nei corsi d’acqua montani e torrentizi genera  forti preoccupazioni tra ambientalisti ed esperti e il loro insediamento e mantenimento dovrebbe essere valutato caso per caso e un liberi tutti non è mai una buona notizia. L’impatto ambientale di queste strutture infatti si articola in diverse criticità partendo dall’alterazione del regime idrologico e del Deflusso Minimo Vitale (DMV), e della riduzione della portata. In sostanza captando l’acqua per incanalarla nelle condotte, l’impianto lascia il tratto di torrente tra il punto di presa e la restituzione con pochissima acqua. Sebbene la legge imponga il rispetto del Deflusso Minimo Vitale (la quantità minima di acqua necessaria a garantire la vita del fiume), spesso i parametri minimi non bastano a preservare le funzioni ecologiche naturali del corso d’acqua soprattutto nei periodi di secca che oggi sono purtroppo una costante. Tutto questo provoca anche la frammentazione dell’habitat con seria minaccia alla biodiversità. Ci sono poi alcune barriere artificiali intorno alle opere di presa (briglie, traverse) che bloccano la continuità fisica del fiume. Tutti diventa un ostacolo per la fauna, primi fra tutti i pesci dato che le strutture impediscono la loro migrazione verso i siti di riproduzione, frammentando le popolazioni e rendendole sempre più geneticamente deboli. La diminuzione dell’acqua inoltre altera la temperatura e l’ossigenazione del torrente, danneggiando macroinvertebrati e vegetazione ripariale, per non parlare della alterazione del trasporto dei sedimenti. Le strutture d’alveo trattengono sabbia, ghiaia e ciottoli rendendo innaturale l’asta del corso d’acqua dato che mancando l’apporto naturale di sedimenti, il letto del fiume a valle si erode più facilmente, modificando la morfologia della sponda e aumentando il rischio idrogeologico. C’è poi l’impatto paesaggistico e infrastrutturale che i manufatti artificiali, che non sono certo belli, provocano rovinando la vista di alcuni tratti naturali. In sostanza centraline, canali di carico, condotte forzate e cabine elettriche deturpano l’estetica delle vallate per non parlare della fase, magari transitoria ma comunque impattante, di cantierizzazione. La costruzione richiede l’apertura di strade di accesso in aree protette o impervie, comportando disboscamenti e movimenti di terra. La domanda è se la strategia di produrre energia pulita sfruttando corsi d’acqua minori sia davvero green. Su questo sarebbe bene crescesse il dibattito ambientale, senza chiusure pregiudiziali e reticenze, ma con fermezza laddove la situazione non sia gestibile senza violentare del tutto la naturalità. Non è un caso che associazioni come Legambiente Fvg continuano a esprimere forti riserve sulla proliferazione di nuove piccole centraline (come i progetti discussi sull’Isonzo o nella zona del Vajont), denunciando il rischio di compromettere la biodiversità dei corsi d’acqua montani a fronte di una produzione energetica considerata ridotta per un beneficio collettivo ma forse monetariamente alto per qualcuno. In sostanza il gioco non varrebbe la candela, anche se a sparigliare tutto c’è la Regione, la cui maggioranza non è particolarmente sensibile ai temi ambientali e climatici.  Appare evidente che ogni scelta dovrebbe essere ben ponderata per evitare i disastri che si sono concretizzati in altri tipi di impianti energetici,  magari perché l’analisi, anche da parte degli ambientalisti,  è stata superficiale. Prendiamo ad esempio le centrali a biogas o biometano, sembrava l’uovo di colombo basato su modelli teorici di economia circolare. Produzione di energia, occupazione di suolo relativamente bassa e riciclo di scarti agricoli. Se non fosse che nel nostro paese gli  “scarti” agricoli di prossimità che le dovrebbero alimentare  i digestori delle centrali sono pochissimi. Il risultato negativo è doppio, il primo è che gli agricoltori finiscono per produrre direttamente il “combustibile” abbandonando le più impegnative e rischiose produzioni di qualità alimentare, mentre il grosso, assieme ai liquali degli allevamenti intensivi,  arriva da lontano ovviamente su ruote, con enorme consumo di carburanti fossili e intasamento delle strade. Per non parlare poi delle emissioni odorifere e del disagio per i cittadini che abitano intorno agli impianti. Probabilmente il sistema, dai danni ambientali considerevoli se non altro per l’emissione degli scappamenti di camion e trattori, andrà  in squilibrio economico quando termineranno i generosi contributi pubblici Ue. Quando questo avverrà avremo quasi certamente degli impianti dismessi e abbandonati perché tenerli in funzione sarà antieconomico.  Gli impianti a biogas e biometano infatti beneficiano di cospicui contributi dell’Unione Europea, erogati principalmente attraverso i piani nazionali dei singoli Stati membri (come il PNRR in Italia) e i fondi della Politica Agricola Comune (PAC). Questo perché il focus dell’UE negli ultimi anni si è fortemente spostato dal biogas “tradizionale” (utilizzato per produrre energia elettrica) verso la riconversione degli impianti in biometano, allineandosi con gli obiettivi europei del piano REPowerEU. Le principali forme di sostegno e i requisiti richiesti includono: fondi di matrice europea strutturati tramite il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica (MASE) e gestiti dal GSE (Gestore Servizi Energetici) che si dividono generalmente in due categorie: Contributo in conto capitale che copre fino al 40% delle spese ammissibili per la costruzione di nuovi impianti o la riconversione di quelli agricoli esistenti, ma soprattutto le cosiddette tariffe incentivanti. Si tratta di un incentivo “in conto energia” applicato sulla produzione netta immessa in rete, erogato generalmente per una durata di 15 anni. Il risultato che anche le associazioni ambientaliste non hanno valutato, plaudendo invece agli investimenti, è che si creerà speculazione, dato che le aziende che investono sono multinazionali e non certo piccole aziende locali. Ci sarà scarsa ricaduta occupazionale, stravolgimento delle produzioni agricole di qualità  ed inquinamento massivo da trasporti e chiudendo il cerchio non di virtuosa economia circolare ma abbandono finale del territorio.  Su tutti questi temi sarebbe il caso si aprisse una seria discussione ma temiamo sia tardi, perché l’intreccio malefico fra interessi miscelato con la miopia, l’incapacità e l’insipienza di gran parte della politica non lascia grandi speranze, sempre che la punizione non arrivi dai cambiamenti climatici.

Fabio Folisi