L’esercito più “morale” del mondo. Ed i suoi effetti…

Così si definisce Tsahal o IDF, in pratica le forze armate israeliane. E meno male, che sono così umani, altrimenti di chissà di quali altri crimini avrebbero potuto macchiarsi. La scusa è sempre quella, almeno per ciò che concerne i bombardamenti indiscriminati che producono i danni che chi ha la volontà di farlo, può tranquillamente verificare attraverso alcune televisioni, social o media internazionali. Lasciamo perdere la nostra povera italietta e i suoi organi di informazione (a parte rare eccezioni) a dir poco pietosi per la povertà della loro attenzione di fronte ad un dramma come quello Palestinese. “Hamas e i terroristi si nascondono in mezzo ai civili!”, questa la scusa sia per IDF che per l’informazione. Vorrei far notare che Hamas e i suoi rappresentanti non sono tutti parte delle formazioni armate, ma formano la struttura portante di ciò che rimane dell’amministrazione e della politica palestinese soprattutto a Gaza, ma non solo. Magari approfitterei per definire con una maggiore precisione la definizione di chi, Hamas o La Jihad Islamica, combatte l’aggressione israeliana che perdura da decenni e puntualmente ogni tot di anni decide di intervenire con il suo, appunto, esercito ad invadere la Palestina e ridurre intere aree di ciò che resta di quella terra e dei suoi abitanti in macerie e cadaveri. Ottant’anni di occupazione, di soprusi ed espulsioni, di furto del territorio e di colonizzazione illegali si diceva; riusciremmo noi a sopportare una violenza del genere senza rassegnarci a reagire? Riusciremmo a digerire il fatto che una quindicina di sentenze del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite emesse contro Israele venissero completamente ignorate? Personalmente e per ciò che mi riguarda, direi assolutamente di no; anche alla sopportazione c’è un limite e quel limite è stato abbondantemente superato lasciando spazio solo alla ricerca di una qualsiasi giustizia che altrimenti viene negata. Nessuna simpatia per Hamas e le sue idee, ma di fronte alle ingiustizie perpetrate dallo Stato ebraico, la reazione delle milizie armate mi sembra del tutto giustificata e definibile come resistenza.
Poi ci sono fatti come quelli del 7 Ottobre 2023 e delle violenze gratuite nei confronti di civili israeliani, su cui sarebbe necessaria un’indagine internazionale che ne definissi con esattezza i dettagli e le dinamiche, inchiesta che Israele respinge con decisione, che vanno decisamente oltre il concetto di resistenza e difesa, ma che non si possono condannare senza tenere conto del pregresso e delle condizioni in cui i palestinesi sono costretti a vivere. Mi spingo forse addirittura oltre immaginando dei paralleli davvero al limite e in contesti differenti con quanto avvenuto qui vicino dopo la fine della seconda guerra mondiale, quando una vendetta sommaria ha portato al fenomeno delle cosiddette “foibe”. Come l’azione del 7 Ottobre 2023, anche questa fase della nostra storia ha bisogno di definire con precisione sia le dimensioni di quei fatti che le dinamiche storiche che hanno portato a quelle vicende e dunque a considerare i motivi per cui si è potuti arrivare a quella violenza. Villaggi interi bruciati e la loro popolazione uccisa, repressione durissima nei confronti degli “slavi” da parte dei nazi fascisti, a quali conseguenze pensiamo avrebbero potuto allora e possano oggi in Palestina, portare? Pensiamo davvero che vivere in cattività come succede ai Gazawi da decenni subendo ogni sorta di soprusi e violenze non abbiano come effetto lo scoppio di una rabbia troppo a lungo repressa? E come giudicare i quasi 100.000 morti ammazzati, intere città rase al suolo, infrastrutture, scuole, ospedali, tutto disintegrato dall’esercito più morale del mondo. Cosa diciamo di fronte ai circa 270 giornalisti assassinati sempre dalle stesse truppe solo in Palestina e in soli due anni e mezzo? E alle migliaia di operatori della sanità sterminati affinché alla popolazione venissero a mancare anche le cure di base e provocare altre morti?
Oppure ridurre la gente alla fame e sete rendendo la popolazione sempre più debole e vittima delle conseguenze della denutrizione. Forse non tutti hanno avuto modo di vedere le scene di quei poveri disgraziati ridotti in cane (poca) ed ossa dalla chiusura dei valichi (che avrebbero secondo la tregua essere aperti) che andavano a mendicare un po’ di cibo da quei delinquenti della GHF (Gaza Humanitarian Fundation) che assieme a quel poco d cibo distribuivano abbondanti fucilate. E non si tratta di un’opinione, ma un fatto conclamato e dimostrato da video girati in quelle circostanze che hanno permesso anche di dimostrare con chiarezza che centinaia di persone sono state assassinate dai cecchini e dai soldati di quello stesso osannato esercito.
Allo stesso tempo e approfittando dell’attenzione su Gaza e più recentemente della guerra che in maniera unilaterale è stata decisa e condotta da IDF (Israel Defense Force, sempre loro), e stavolta con l’appoggio degli USA (anche qui, sempre loro), contro l’Iran, le violenze dei coloni e di Tsahal in Cisgiorndania si sono moltiplicate ed esacerbate bruciando case e proprietà, rubando terreni e bestiame, uccidendo (altre 1.500 persone) chi osa provare a difendersi. Come peraltro avviene in Libano dove Israele ha deciso di annettersi il sud di quel Paese indipendente con la scusa di combattere Hezbollah, per certi versi la replica di Hamas nel Paese dei cedri. Anche lì, villaggi distrutti, 2.000 civili assassinati, un milione e mezzo di sfollati, giornalisti eliminati, sempre in nome della moralità si suppone.
La prima fase della tregua a Gaza prevedeva il rilascio degli ostaggi israeliani, tutti vivi o morti che fossero, in cambio di qualche migliaio di prigionieri palestinesi “ospiti” delle carceri di Tel Aviv. Tutti quelli israeliani consegnati ai loro connazionali, quelli palestinesi, liberati, ma rimpiazzati velocemente dalle migliaia di nuovi arresti che sempre quell’esercito decide di effettuare quasi sempre senza una motivazione specifica ed in assenza di reati. Detenzione amministrativa, così vengono definiti quei sequestri. Sono centinaia non solo le testimonianze delle torture subite dai detenuti e delle disumane condizioni delle carceri israeliane in cui decine di prigionieri vengono trattenuti e delle decine di coloro che a causa delle violenze escono dalle carceri solo da morti.
Anche quando le accuse di omicidi e di torture vengono dimostrate e sostenute da prove schiaccianti e dalle immagini, i colpevoli subiscono al massimo qualche rimbotto o al massimo qualche settimana agli arresti domiciliari. Poi, si rientra nei ranghi e si ricomincia da capo.
Da segnalare la coraggiosa presa di posizione dell’Italia e della patria delle libertà e della democrazia che immaginiamo sia l’Europa, che di fronte a questo macello non solo delle persone, ma soprattutto dei valori che si proclamano come inviolabili, non va oltre la morigerata condanna verbale o al massimo alla richiesta di punizione nei confronti dei coloni “particolarmente” violenti.
Ben cantata, Von der Lyen, Kallas, Meloni! Chissà cosa farebbero senza di voi i palestinesi, i libanesi, i siriani e gli iraniani.

Docbrino

Questa la definizione dell’esercito israeliano secondo uno dei redattori della famosa moralità. 

Secondo Asa Kasher, filosofo, tra i redattori del codice morale dell’Idf, sono due i valori fondamentali che contribuiscono all’unicità dell’esercito israeliano: la priorità della vita umana e l’etica degli armamenti. La concezione della vita umana come prioritaria è generata dalla convinzione che ogni individuo ha diritto alla propria dignità e impone a ciascun soldato il dovere di rispettare e proteggere il diritto di ognuno alla vita. Il valore dell’etica degli armamenti scaturisce invece dall’idea che, anche quando necessario, l’uso della forza deve essere contenuto e giustificato. Kasher afferma che questi due valori sono fondamentali nel formare uno standard etico particolarmente elevato all’interno dell’esercito.