L’ipocrisia del dibattito sull’uso delle basi Usa in Italia. Il bullo di Mar-a-Lago non chiede permesso
Ma davvero il problema è dare l’autorizzazione al bullo Donald Trump di usare le basi Usa sul territorio Italiano. L’impressione è che tutto sia dannatamente ipocrita e non solo nella destra. La realtà è che Donald non ha alcuna necessità di chiedere, perché lui, le basi, le usa a suo piacimento senza chiedere. Aviano, Sigonella, Ghedi, ma anche Camp Darby, in Toscana, e Camp Ederle, in Veneto, con la caserma Del Din sono strutture in fermento da giorni, per non dire settimane, così come sono operative le basi navali di Napoli e Gaeta, per non parlare delle installazioni Muos (Mobile User Objective System) a Niscemi, in Sicilia. Certo sono le strutture militari utilizzare dagli Stati Uniti in Italia, con giurisdizione teorica italiana, che Washington, che non pare essere delicata nei rapporti con gli alleati, potrebbe chiedere di utilizzare per ulteriori azioni militari in Iran e sul Medio Oriente. Non tanto perché vi sia cautela o delicatezza nei confronti di un Paese, pardon nazione sovrana, ma altresì per marcare il territorio e per riaffermare che la propria “amicizia particolare” con la Giorgia e simile a quella del monarca con i suoi vassalli. Giorgia è (politicamente) prona e non sa come raddrizzare la schiena, così dopo aver scatenato la sua personale rete del clan di commentatori fedeli, ha capito che questa volta non basterà, perché la maggioranza degli italiani non vogliono essere “fratelli di Trump” in una guerra d’aggressione. Così lei. Giorgia, resta quasi del tutto silente, in stato di catalessi comunicativa, perché teme come il fuoco l’acqua, l’eventualità di dover rispondere alle domande della stampa libera (quel poco che è rimasta) e dell’opposizione impertinente. Altrettanto ipocrita è la tesi che le basi potrebbero essere chieste in funzione difensiva, come se un gruppo di “maranza” chiedesse il sostegno della polizia perché incalzati da chi avevano aggredito additandoli come brutti e cattivi. A dimostrazione che è tutto un miserabile teatrino, sono in realtà state registrate molte “missioni”, non certo umanitarie, partite da Sigonella. Come avevamo già scritto due giorni fa oggi è confermato da testimonianze che sarebbe decollato un velivolo da pattugliamento marittimo Boeing P-8 Poseidon, utilizzato anche per attività di intelligence e guerra elettronica con il compito, non certo difensivo o pacifista, di individuare obiettivi strategici e trasmettere informazioni ai cacciabombardieri impegnati nell’operazione. Stesse funzioni per un drone da ricognizione Northrop Grumman RQ-4 Triton, che è tornato a Sigonella dopo essere stato impiegato per diversi giorni in operazioni di monitoraggio e raccolta immagini, verosimilmente finalizzate all’individuazione dei bersagli poi colpiti. In realtà non solo Sigonella ma l’intera rete militare in Italia (oltre 13000 effettivi) è in fibrillazione non certo di routine. Sempre in Sicilia in massima attività è il sistema di telecomunicazioni satellitari MUOS (Mobile User Objective System), presente a Niscemi non lontano dall’area della ben nota frana. Quella del MUOS è una rete composta da satelliti e terminali terrestri che consente alla Marina militare statunitense di trasmettere ordini, piani operativi, flussi video e comunicazioni criptate in qualsiasi area del mondo. Una imponente macchina tecnologica che però non ha impedito durante il primo giorno dell’offensiva l’uccisione di almeno 150 bambine nella scuola elementare Shajareh Tayyebeh di Minab, nel sud dell’Iran. Secondo la ricostruzione, l’attacco è avvenuto sabato mattina, mentre le lezioni erano in corso. In Iran la settimana scolastica va dal sabato al giovedì e intorno alle 10 del mattino, quando la prima ondata di bombardamenti statunitensi e israeliani ha colpito diversi obiettivi nel Paese, gli studenti erano regolarmente in classe. Tra le 10.00 e le 10.45 un missile ha colpito direttamente l’edificio della scuola Shajareh Tayyebeh, demolendo la struttura in cemento armato e travolgendo le aule dove si trovavano bambine tra i sette e i dodici anni. Commentando il dramma il segretario di Stato, Marco Rubio, ha affermato che gli Stati Uniti «non colpirebbero deliberatamente una scuola», aggiungendo che il dipartimento della Difesa «indagherà se si è trattato di un nostro attacco». Nadav Shoshani, portavoce delle Forze di difesa israeliane (IDF), ha dichiarato che l’esercito israeliano «non è a conoscenza di alcuna operazione delle IDF in quell’area» dove si trova la scuola. Nelle ultime ore però l’agenzia Reuters, citando due funzionari statunitensi, ha riferito che gli investigatori militari statunitensi ritengono «probabile» che l’attacco alla scuola sia stato condotto da forze degli Stati Uniti, pur precisando che l’indagine è ancora in corso e che non è stata raggiunta una conclusione definitiva.




