Montagna: acqua e comunità. Forte il legame tra la comunità e la “sua acqua”.

Fontana Loibia a Mena di Cavazzo Carnico

La conformazione orografica e geologica del territorio del Friuli comporta presenze diversificate dell’acqua su di esso: nella zona montana scorre in superficie grazie alla pendenza ed al terreno per lo più roccioso, quindi scorre in falda nel Medio Friuli caratterizzato da terreni permeabili per poi riaffiorare con pressione in superficie nella zona delle risorgive del Basso Friuli. Condurre ad unità di governo e di gestione tali diversità è una forzatura. La buona legislazione è quella che parte dalla specificità del territorio, ciò che non fa la L.R.5/2016 istituendo l’Autorita ‘Unica per i Servizi Idricie i Rifiuti (AUSIR) e privando i comuni montani della gestione dei propri acquedotti centralizzandola in poche società, nonostante D.L.152/2006art. 148comma 5 e successive modificazioni prevedano la gestione autonoma per i comuni montani con
popolazione sino a 1000 abitanti. Tale diversificata presenza dell’acqua in Friuli comporta modi diversi di fornitura dell’acqua potabile. Infatti nel Basso Friuli essa avviene
mediante le cosiddette “pompe” o “fontane” installate nei cortili, costituite da un tubo calato nel terreno sino a pescare dalla falda da cui l’acqua sgorga spontaneamente in superficie: questo è un sistema “individuale” che non richiede la rete acquedottistica. Nel Medio Friuli la fornitura dell’acqua potabile avviene attraverso l’estesa rete del Consorzio Acquedotto Friuli Centrale (CAFC), costituito dai Comuni, che attinge l’acqua dalla sorgente di Molin del Bosso presso Artegna, da diversi pozzi dislocati sul territorio e, recentemente,

MONTAGNA: ACQUA e COMUNITÀ

Fontana a Forni di Sotto derivandola da alcune sorgenti in quota. Causa la mancanza dipendenza e la notevole estensione del territorio servito il flusso dell’acqua nelle
condutture è garantito da sistemi di pompaggio. Nella zona montana del Friuli la fornitura dell’acqua potabile si presenta con caratteri dovuti alla particolare orografia e, principalmente, alla presenza di numerose sorgenti a mezza costa e da notevoli dislivelli che permettono di disporre dell’acqua “a caduta”. Questi fattori hanno reso possibile l’insediamento di tanti abitati, anche piccoli, ognuno con il proprio acquedotto. Significativo è l’esempio del Comune di Ovaro dove su 14 frazioni si contano ben 13 acquedotti, la cui gestione, per semplice buon senso, può essere solo comunale e non già affidata ad una società esterna. I nostri antenati, nell’individuare il luogo
migliore per l’insediamento di un abitato, verificavano innanzitutto la presenza di una sorgente di portata adeguata e costante a quota superiore e sufficientemente vicina. In tale contesto portare l’acqua dalla sorgente all’abitato richiedeva lo scavo a pala e piccone di un tracciato, la posa di una conduttura e la costruzione della fontana che
impegnavano l’intera comunità locale. Così anche per la successiva manutenzione e gestione, il che stabiliva un forte legame tra la comunità e la “sua acqua”. Testimonianza di tale carattere comunitario erano le fontane che, collocate nella piazza dell’abitato, avevano una funzione identitaria del paese e anche di socializzazione, seconde solo alla chiesa. Un esempio è la targa apposta sulla fontana del borgo montano di Monteprato nel Friuli Orientale in occasione dell’inaugurazione dell’acquedotto: “Acquedotto Sociale. L’unione fa la forza. L’unità con giustizia fa di noi una frazione prospera e felice degna di rispetto e di stima. F: 12.9
1946”. In certi paesi, in particolare nell’Alta Val Tagliamento, le fontane sono monumentali. Anche in epoca successiva quando l’acqua potabile è stata fornita sino alle singole abitazioni, l’acqua dell’acquedotto ha svolto e tuttora un ruolo di forte collante della locale comunità. La politica centralizzatrice del servizio idrico di questi ultimi anni, che ha privato i Comuni montani della gestione di tale servizio, oltre a portare al fallimento di Carniacque, alla gestione del Cafc, al notevole aumento delle bollette,
ai disagi per l’accesso ai distanti uffici del Cafc, ha indebolito il senso di comunità negli abitati montani. L’acqua del rubinetto di casa non è più sentita come “la nostra acqua”, ma come “l’acqua del Cafc”. È inutile versare lacrime di coccodrillo davanti alla continua perdita di residenti in montagna e del senso di comunità. Se si vuole che la
gente resti a viverci occorre creare le condizioni complessive attraverso una legge organica nazionale e regionale sulla montagna che permetta di restarci degnamente. Il servizio idrico è solo un aspetto di tali condizioni, e lo Stato e la Regione devono contribuire attraverso i Comuni ai costi del servizio idrico in montagna anziché scaricarli interamente sugli utenti. Il servizio idrico nel territorio montano va considerato come un aspetto della montanità e del governo della stessa, che richiede non modelli urbani e accentratori (il fallimento di Carniacque insegni!) ma il decentramento del governo e della gestione in loco ai Comuni Fontana Loibia a Mena di Cavazzo Carnico
singoli o associati per vallata. Non è ammissibile che si continui a negare tale possibilità ai Comuni, che pur ne hanno titolo, in particolare a quello di Cercivento i cui abitanti hanno dimostrato grande compattezza e fermezza nella difesa del proprio acquedotto, tanto più che in altre parti d’Italia si prende semplicemente atto della volontà dei comuni montani. Se da un lato il “bene comune acqua” è un catalizzatore per il recupero edilrafforzamento della coscienza di essere “comunità” in ogni
paese della montagna, dall’altro lato tale coscienza è la solida base per la buona e responsabile gestione autonoma del “bene acqua”, sentito come “la nostra acqua” per
la quale l’utente paga volentieri il servizio, poiché le somme restano a disposizione del Comune quale espressione istituzionale della comunità. E ciò vale non solo per il servizio idrico. Utopia, penserà qualcuno, poiché il servizio idrico comprende anche quello della depurazione, spina nel fianco dei sindaci per possibili rischi giudiziari connessi, che richiede specifiche competenze non presenti nei singoli comuni montani. Preoccupazione legittima che si supera imparando dal Trentino-Alto Adige,
dove i Comuni provvedono all’intera rete idrica, alla rete fognaria interna agli abitati e alla fissazione della tariffa, mentre alla rete fognaria esterna ed al depuratore provvede la Provincia attraverso il “Servizio integrato di fognatura e depurazione”.

Fontana forni di sotto

Tale servizio è organizzato sulla base di ambiti territoriali ottimali delimitati dalla Giunta Provinciale tenuto conto dell’omogeneità idrogeografica (Legge Provincia Bolzano 18 giugno 2002 n.8). A conferma di tale autonoma organizzazione
del servizio idrico sono intervenute le sentenze della Corte Costituzionale n.233 del 23.7.2013, n.137 del 21.5.2014 e n.51 del 23.2.2016 favorevoli alla Provincia di Trento contro lo Stato in forza delle quali l’allora “Autorità per l’Energia Elettrica e il Gas e il Servizio Idrico” (AEEGSI), ora Autorità di Regolazione per Energia Reti e Ambiente
(ARERA), (agenzie funzionali alle grandi società multiutility) non hanno titolo per intervenire in Provincia di Trento. Un esempio da seguire per la nostra Regione se vuole essere veramente a Statuto di Autonomia Speciale. La montagna, l’acqua e la comunità sono strettamente legate alla gestione pubblica e partecipata del bene comune costituito dall’acqua, come deciso dal referendum del 2011. La proposta di legge n.52 “Disposizioni in materia di gestione pubblica e partecipata del ciclo integrale delle acque” presentata alla Camera dei Deputati il 23.3.2018 dall’on. Daga ed altri ribadisce e rinnova questi principi e pertanto va approvata senza ulteriori indugi. Per rimediare alla decadenza della nostra montagna non bastano un adeguato quadro legislativo e le disponibilità finanziarie, ma è fondamentale la ricostruzione di un forte
sentimento di appartenenza alla comunità del proprio paese. Come è stato nella ricostruzione post sismica in Friuli.

Franceschino Barazzutti,
già sindaco di Cavazzo Carnico.
Presidente del Comitato Tutela delle Acque del Bacino Montano del Tagliamento