Nessuno tocchi l’imperatore…

E’ vero, Massimo Blasoni non è un personaggio amato e probabilmente non ha interesse neppure ad esserlo, non lo era come politico, neppure fra i suoi, e lo è ancora meno  come imprenditore. Lui è un parto della concezione imprenditoriale più estrema, quella che vede nel profitto smodato l’unico motore ideale della propria azione, quel liberismo sfrenato che ha conquistato gran parte del mondo imprenditoriale italiano negli ultimi 25 anni e che nessuno, ahinoi,  mette davvero in discussione in nome della libertà d’impresa, almeno finché, come spesso accade, non si invade il confine del codice penale per spregiudicatezza e avidità. Altro che etica dell’impresa. E allora tutti giustizialisti, palesi o striscianti, anche chi a parole giustizialista non è. Però, al di là delle responsabilità personali che  hanno portato in cella massimo Blasoni e gli altri dirigenti di Sereni Orizzonti, quello che questa mattina si vede scorrendo giornali, commenti e blog è davvero squallido. So che in molti non saranno d’accordo pensando che la gogna mediatica sia una forma di punizione ammissibile, ma l’immediato accanimento contro il potente decaduto, non è certo un buon servizio alla convivenza civile e ad una informazione che tenda non a far arrotare punte di lance e forconi ma magari ad un ruolo culturale e didattico che è l’unico viatico contro la barbarie. Se arrivare a giudizi sommari è comprensibile, ma non giustificabile, da parte delle persone comuni, diventa nauseante se a farlo sono giornali e Tv, quegli stessi media che il Blasoni lo inseguivano a microfoni e taccuini vellutati per narrane le gesta politiche e quelle imprenditoriali. I tanti che, magari per ragioni pubblicitarie o per servilismo al potere, fino a ieri, al suo passaggio, stendevano tappeti rossi e copertine patinate. Ricordiamoci tutti che quando una persona viene privata della libertà personale non si può gioire, ed è sconfitta. Ormai ci si dimentica che prima di tutto, un detenuto, è una persona e che la cultura giuridica italiana, ma ancora prima umanità, vorrebbe non strumento di vendetta ma di riabilitazione. Intendiamoci questo non ha nulla a che fare con la certezza della pena o la sua severità, o con la necessità di pensare anche e soprattutto alle vittime dei reati spesso dimenticati da tutti, ma con il fatto che concetti come “buttare via la chiave”, sono frutto di quel generare violenza dalla violenza che è tipica dei regimi autoritari ed è strumento di propaganda per le destre più estreme. Gioire per il tintinnar di manette o peggio per l’uso del “gabbio” è sbagliato e dovrebbe essere fuori da una concezione democratica della società. Certo, è umanamente comprensibile da parte delle vittime dirette, ma non è comunque accettabile mai, soprattutto in assenza di fatti di sangue. Certo si eccepirà che forse nei confronti del personale delle sue aziende e soprattutto nei confronti dei deboli assistiti nelle sue strutture (almeno leggendo sprazzi di intercettazioni) di umanità ve ne era poca nel “sistema Blasoni”, ma fosse anche così, il vomitargli addosso insulti generati magari dalle proprie frustrazioni, dalle proprie invidie striscianti e perfino dalla voglia di giustizia che diventa vendetta, è un errore soprattutto quando si commina la pena ancora prima che la macchina della giustizia compia i suoi passi. Il rischio della barbarie è in agguato. Ma non c’è da essere ottimisti, negli ultimi anni, sono salite al “disonore” della cronaca molte vicende giudiziarie che hanno riguardato personaggi politici più o meno affermati o imprenditori rampanti che, a scanso d’equivoci, non hanno certo le nostre simpatie, ma in molti casi, abbiamo assistito a un accanimento incondizionato da parte sopratutto dell’informazione,  e spesso a corrente alternata a secondo di chi era la parte politica colpita. Comunque si  è creato un clima giustizialista facendo danni culturali enormi, sopratutto alle nuove generazioni.  Così nell’immaginario collettivo un avviso di garanzia è una condanna e dove chi è semplicemente imputato, viene giudicato e condannato immediatamente in modo barbaro e indiscriminato con la  pena che viene di fatto comminata sbattendo il mostro in prima pagina  ancora prima del giudizio. E’ dal 1992, dopo Tangentopoli, che la presunzione di innocenza, nell’opinione pubblica e politica, è morta dando spazio alla cultura giustizialista e a tutti i suoi estremi e su questo  anche i mezzi di informazione  hanno gravissime colpe nell’avanzata di questa cultura politica.  Insomma il garantismo non esiste più ed invece  dovrebbe essere insegnato nei luoghi di socializzazione, come la scuola o la famiglia. Se in una intercettazione si viene semplicemente nominati, si diventa all’improvviso criminali senza scrupoli. E così verrai ricordato. Insomma c’è il rischio che non siano i giudici a decretare se sei innocente oppure colpevole, ma lo sono giornalisti in cerca di scoop e che considerano le inchieste, non la ricerca della verità, ma la veicolazione delle tesi delle Procure che, per altro,  non sono certo infallibili. Per non contare che il giorno in cui si viene imputati parte la macchina del fango ma, il giorno in cui, magari, si viene assolti nessuno, né rete e né sistema informativo, ne parlerà più. In questo modo si apre un cortocircuito nel quale chi è stato indagato è colpevole e rimarrà bollato per sempre. Per questo abbiamo oggi titolato “nessuno tocchi l’imperatore” non per affermare innocenza o colpevolezza di Massimo Blasoni e neppure pensando di mettere la mordacchia alle informazioni che la cronaca impone, ma per ricordare prima di tutto a noi stessi che nel tempo qualche involontaria scivolata l’abbiamo presa, che c’è modo e modo di dare le informazioni, magari facendo comprendere al lettore che intercettazioni telefoniche e ambientali, riportate a pezzi e de-contestualizzate dalla situazione e dai toni nelle quali sono state raccolte, non sono da prendere come oro colato, così  come l’autodefinizione di Blasoni data di se stesso di “imperatore” andrà compresa, ma spararla nei titoli farà vendere qualche copia in più, ma non è certo un buon servizio alla verità e alla giustizia.

Fabio Folisi

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