Piovono pietre, ma in Iraq, sui poveri, e non solo, piovono missili, bombe, si fanno esplodere kamikaze

Secondo un vecchio detto inglese che dava il titolo ad un film di Ken Loach, quando piove sui poveri, piovono pietre. In Iraq, sui poveri, e non solo, piovono missili, bombe, si fanno esplodere kamikaze. Pare che il mondo si sia dimenticato che anche in Iraq la guerra seppur non piu’ combattuta apertamente, non e’ mai di fatto finite; ci pensa comunque qualcuno a ricordarcelo tra una distraziojne e l’altra. La situazione del paese e’ drammatica, anche se uno che vive nelle citta’, non so tipo ad Erbil, a Dohuk, generalmente anche a Baghdad, normalmente fatica ad accorgersi di quanto sia calda l’atmosfera e di quanto possa ancora riscaldarsi.
Dicevamo di Bagdad, dove recentemente due kamikaze si sono fatti esplodere in un frequentato mercato portandosi dietro nel macabro viaggio 32 poveracci che erano li’ per coincidenza. L’attentato e’ stato rivendicato dall’Isis; Isis che negli ultimi tempi si sta facendo di nuovo minaccioso e che periodicamente fa capire attraverso attentati o attacchi alle forze armate o a civili, che se la sua guerra e’ stata persa, e’ tutt’ora in grado di provocare danni e terrore. Pare anche che pur attaccando sporadicamente e con azioni isolate, ai barbanera non manchino le risorse per organizzarsi. In Iraq, ma anche ultimamente in Siria, dove sta dando parecchio filo da torcere sia, soprattutto, ai governativi e suoi proxy, che all’SDF, le forze armate del NES.
Alcuni giorni fa, ad Erbil, capoluogo del Kurdistan Iraqeno, sono invece, appunto, piovuti alcuni missili. Anche questa non e’ una novita’ in assoluto, attacchi a convogli e basi della coalizione sono frequenti, ma che Erbil venga colpita e’ abbastanza inusuale. Ancora piu’ strano che i missili riescano a provocare danni nella zona dell’aeroporto in cui si concentrano le forze armate straniere (tra cui gli italiani). Questa volta pero’, l’Isis non c’entra, i maggiori indiziati sono le milizie sciite che sono dispiegate nella zona ad ovest di Erbil e dell’Iraq in genere. Queste milizie non fanno riferimento ai comandi delle forze armate iraqene (anche se in teoria dovrebbe essere cosi’), ma sono piuttosto autonome e controllate principalmente dalle Guardie della Rivoluzione Iraniane e dunque a Teheran. Al di la’ di un discreto fanatismo che le contraddistingue, queste formazioni si sono rivelate determinanti nella riconquista dei territori che l’Isis era stato capace di occupare nel 2014, formando la fanteria delle forze che hanno sconfitto i seguaci di Al Baghdadi. Con qualche differenza, ma sostanzialmente come hanno fatto I kurdi nel nord ewst della Siria.
Poco piu’ di un anno fa, il loro comandante Al Muhandis e’ stato assassinato assieme all’piu’ famoso ed influente eroe nazionale iraniano, il generale Soleimani. Da quel momento, queste milizie (anche loro divise e frammentate) hanno giurato che il sangue versato dai loro comandanti sarebbe stato vendicato. Non ci sono mai stati fatti eclatanti o clamorosi, ma gli atti di sabotaggio e qualche missilino lanciato contro le forze della coalizione e centrando a volte la zona della capitale, che dovrebbe essere di massima sicurezza, in cui dimorano ambasciate e personale addetto.
Ad oggi non si e’ mai registrata quella che normalmente uno si aspetta dopo le dichiarazioni forti dei miliziani, e cioe’ una “risposta adeguata” nei confronti degli autori degli attentati, probabilmente per evitare reazioni pesanti che minaccerebbero la loro posizione. Minacce molte, ma fatti concreti pochi a dimostrazione che quelle forze risultano evidentemente ben radicate ed altrettanto organizzate rappresentando per il futuro del paese un serio ostacolo alla “normalizzazione”. La maggioranza della popolazione iraqena e’ pur sempre sciita e fino a ieri (prima della nomina di Kadhimi a primo ministro) le alte cariche del governo sono sempre state sciite, chi piu’ chi meno vicine a Teheran.
Con Kadhimi, ex capo dei servizi segreti (INIS), le cose sono cambiate, oppure teoricamente dovrebbero esserlo; rimane il fatto che in seguito all’ultimo attentato a Baghdad, il Presidente del Consiglio iraqeno ha “licenziato” tutta una serie di personaggi dei servizi che facevano parte di una squadra eccessivamente indipendente e sospettata di essere legata a personaggi e dinamiche perlomeno poco chiari. E che probabilmente riuscivano a sfuggire anche al suo controllo. Insomma, non si riesce mai a capire chi sia che dirige veramente le danze. Kadhimi, poi, e’ considerato eccessivamente filo Usa e questo in un paese che e’ stato devastato proprio da loro e in cui il principale nemico degli USA (e Israele con i suoi nuovi soci del patto di Abramo), l’Iran, ha un’enorme influenza, significa non avere il controllo della situazione e che strappare il cordone ombellicale che unisce i due paesi confinanti, non e’, ne’ sara’ impresa facile. E non e’ escluso che i missili dei giorni scorsi siano un segnale in questo senso.
I problemi dell’Iraq non finiscono certamente qui; e’ ancora vivo il contenzioso proprio tra Erbil e Baghdad che si manifesta attraverso l’incapacita’ di trovare una soluzione al problema degli stipendi dei dipendenti pubblici di tutto il paese, e dunque anche del Kurdistan, che sono onere a carico del governo centrale e che le autorita’ kurde vorrebbero Baghdad onorasse. Dall’altra parte, Bagdhad vuole che da Erbil arrivino i proventi derivati dalla vendita del petrolio che spettano al governo centrale e che il Kurdistan non paga…
Al nord, nelle montagne del Qandil dove si trovano i “sopravvissuti” del PKK, la Turchia bombarda regolarmente le loro postazioni. Le cose si sono ulteriormente aggravate di recente quando 13 cittadini turchi (tra civili e militari) sono stati uccisi. Non si capisce bene da chi, visto che ovviamente le dichiarazioni sono contrastanti e mentre i turchi sostengono che sono stati giustiziati dal PKK, il PKK dice che sono stati vittime degli stessi bombardamenti turchi. Non e’ da oggi che la Turchia minaccia di entrare in forze nel nord iraqeno e se fino ad ora lo ha fatto solo attraverso “operazioni mirate”, Erdogan vorrebbe metterci una croce sopra ed eliminare una volta per tutte il problema.
Nel frattempo, e nel silenzio da parte di tutti, i giovani continuano le loro manifestazioni e mantengono i loro picchetti, nonostante la pandemia che anche in Iraq picchia forte, in tutte le citta’ soprattutto da Baghdad a sud. Sono centinaia le vittime stimate tra di loro e molte delle quali provocate dalla soppressione violenta da parte delle stesse milizie sciite da cui siamo partiti. Quasi tutti ragazzi giovani che ne hanno le scatole piene di un governo (di tutti quelli presenti e passati) che nonostante abbia le entrate derivate dalla vendita del petrolio, lascia i suoi cittadini nell’inedia, privi del sistema sociale e di diritti civili. Forse e’ proprio questa resistenza cio’ che rimane delle varie primavera arabe che tanto hanno fatto sperare, ma che hanno lasciato dietro a se’ al massimo una lunga striscia di sangue. Un’ultima speranza che nonostante tutto sopravvive. Speriamo che anche papa Francesco che da qui a poco visitera’ l’Iraq e che tra i vari incontri si vedra’ anche con il grande ayatollah Sistani, non trovi le parole per supportare questi ragazzi che ormai da piu’ di un anno continuano nonostante tutto a reggere e a manifestare per i piu’ elementari dei diritti. Meglio affidarsi a papa Francesco perche’ viste le dichiarazioni piu’ che di Biden del suo segretario di stato Blinken, sulla possibile svolta della politica estera degli USA (l’Europa da questo punto di vista latita) non pare ci siano eccessive novita’ e i venti di guerra da quelle parti continuano a soffiare impetuosi.

DocBrino