Quadro pessimo per l’economia italiana, serve nuovo orientamento politico e nuovo “patto sociale”

Se tutto va bene siamo rovinati così recitava il titolo di un filmetto degli anni 80, non certo un capolavoro che però colpì per l’azzeccato titolo. Del resto anche la politica economica del governo Meloni è tutto tranne che un capolavoro. A dirlo oggi non solo l’opposizione politica, ma il mondo dell’economia e finanza e quello che più conta  la realtà di vita  dei cittadini. Certo la situazione non è facile, ma è proprio nelle difficoltà che si può valutare la bontà della classe dirigente ed invece ecco che la fotografia che ci restituisce la gestione meloniana della “Nazione” non è per nulla esaltante. Stendendo un velo pietoso di silenzio sulla questione cultura e sostituzione della presunta egemonia della sinistra, è sul tema economico che si schianterà il governo e con lui, purtroppo le fasce più deboli della società e non solo chi li ha colpevolmente votati. Siamo infatti dinnanzi ad un quadro di crescita debole nonostante le potenzialità date dall’ormai in esaurimento Pnrr. Inflazione in risalita e finanza pubblica sotto pressione, il tutto certo aggravato da incertezze geopolitiche e vincoli europei ma che non hanno visto ricette sbagliate soprattutto nella scelta delle allenze operate dal governo della destra italiana più impegnata a soddisfare le mire trumpiane che l’interesse effettivo di Italia e Europa. La fotografia disastrosa non è data solo da analisi dell’opposizione, ma anche dai ricercatori iniziando dall’Istat: “Il quadro economico italiano appare in rallentamento, con rischi legati all’incertezza internazionale e allo shock energetico” spiega senza mezzi termini presidente dell’Istat, Francesco Maria Chelli. In sostanza secondo l’Istat, la crescita acquisita per il 2026 si ferma allo 0,3%, dopo uno 0,5% nel 2025, con segnali di indebolimento diffusi: export in calo (-2,2% nel bimestre), produzione industriale negativa e consumi compressi dall’inflazione. A pesare è soprattutto il contesto internazionale, con il conflitto in Medio Oriente che ha riacceso le tensioni sui mercati energetici. Le simulazioni indicano che prezzi elevati di petrolio e gas potrebbero sottrarre fino a 0,3 punti di PIL nel 2026, mentre sul fronte sociale resta il nodo dei salari, scesi in termini reali del 7,8% tra 2021 e 2025.

Indicazioni analoghe arrivano dalla Banca d’Italia. Il capo del Dipartimento Economia e Statistica, Andrea Brandolini, ha avvertito che il conflitto potrebbe spingere l’inflazione al 2,6% nel 2026, circa un punto in più rispetto alle stime precedenti, con una crescita del PIL limitata allo 0,6%. Il rincaro dell’energia – petrolio a +45% e gas oltre il +40% rispetto ai livelli pre-bellici – ha già deteriorato “bruscamente” la fiducia delle famiglie. In questo quadro, Bankitalia invita a misure anti-crisi “mirate e temporanee” e sottolinea la necessità di mantenere avanzi primari elevati, segnalando anche la difficoltà di conciliare queste esigenze con l’aumento della spesa per la difesa richiesto in ambito Nato.
Sui rischi insiste anche la Corte dei conti, che ha avvertito come, in caso di persistenza dello scenario di crisi, le previsioni sulle entrate potrebbero essere riviste, mentre la restrizione dei margini di bilancio imporrà una selezione più rigorosa delle priorità di spesa, pur mantenendo tutele per famiglie e imprese. Fin qui una fotografia sull’esistente ma è soprattutto sul manifatturiero che è un asset primario dell’economia italiana che si gioca la maggiore partita partendo dal fatto che è ancora fortemente competitivo a livello internazionale. Ottava al mondo e seconda in Europa, con il 2,1% del valore aggiunto manifatturiero globale e il 13% di quello europeo, la manifattura italiana realizza il 50% della spesa privata in Italia in ricerca e sviluppo e presenta mediamente livelli di produttività superiori rispetto agli altri comparti. E la composizione del manifatturiero italiano, fortemente diversificata, ha contribuito alla tenuta del settore anche nei periodi di maggiore turbolenza”. Unica buona notizia non certo merito delle politiche governative è quanto emerge dal Rapporto di ricerca ‘L’impatto delle forze trasformative globali sul comparto manifatturiero in Italia e i pilastri di un nuovo patto sociale’, realizzato dal sindacato Ugl in collaborazione con Luiss Business School e presentato giorni fa nella sede della stessa Luiss Business School di Roma.

Lo studio rileva che “tra il 2021 e il 2024 il comparto è cresciuto sia in termini di fatturato (+15%) attestandosi a oltre 1191 miliardi di euro, sia di valore aggiunto (+17%), margine lordo (+26%) e investimenti lordi (+22%). Nel decennio 2014-2024 anche l’occupazione è cresciuta in modo significativo, arrivando a quasi 4,4 milioni nel 2024 e facendo segnare il secondo valore più alto in Europa. Sul fronte della competitività internazionale, le esportazioni hanno raggiunto quasi il 50% della produzione nel 2023, con un surplus commerciale di circa 120 miliardi di euro”.

“Sei- secondo la ricerca- i limiti che condizionano la crescita e la competitività, esponendo il settore a rischi determinati dall’attuale contesto economico ed extraeconomico. In primo luogo, la bassa produttività accompagnata da salari in calo: nel periodo 2015-2023 la produttività italiana è rimasta sostanzialmente ferma, mentre nell’ultimo decennio i salari sono diminuiti del 4% in termini reali, a fronte di un aumento di quasi il 5% in Germania e del 2% in Francia. Un secondo elemento riguarda il costo dell’energia: il prezzo medio dell’energia elettrica per le imprese in Italia è pari a 278Ç/MWh, contro i 242 della Germania, i 183 della Francia e i 171 della Spagna, risultando superiore di circa il 30% rispetto alla media Ue”.

“Sul fronte degli investimenti in innovazione- si legge ancora- l’Italia presenta una minore capacità rispetto ai principali partner: nel 2024 solo 21 grandi gruppi italiani hanno investito oltre 63 milioni di euro in ricerca e sviluppo, contro i 109 della Germania e i 53 della Francia.

Permane, inoltre, un significativo deficit di competenze: nel 2024 il 33,3% della popolazione non aveva raggiunto l’istruzione secondaria superiore, contro il 15-16% di Francia, Germania e Regno Unito. Le proiezioni al 2029, peraltro, indicano un fabbisogno di profili STEM superiore del 20% rispetto all’offerta disponibile. A ciò si aggiunge la modesta dimensione media delle imprese: nel 2023 solo il 42% del valore aggiunto manifatturiero è stato generato da grandi imprese, contro il 74% in Francia e il 75% in Germania. Negli ultimi dieci anni, tuttavia, le microimprese sono diminuite di quasi il 12%, mentre sono aumentate le medie e grandi. Infine, l’eccesso di burocrazia e l’inadeguatezza delle normative continuano a rappresentare un freno agli investimenti e alla competitività”.

“Tali criticità- si legge nella ricerca- si inseriscono in un contesto caratterizzato da sette grandi forze trasformative globali: dalla rivoluzione tecnologica (digitalizzazione, intelligenza artificiale, automazione e robotica) alla transizione energetica, dall’evoluzione demografica alla riorganizzazione delle catene globali del valore, fino ai nuovi equilibri geopolitici e alla crescente
concentrazione della ricchezza e del potere di mercato. Tali dinamiche accentuano le fragilità strutturali del sistema italiano, in particolare per le micro e PMI, aumentando il rischio di marginalizzazione e riduzione dei margini”. In questo scenario “emerge l’urgenza di un nuovo Patto Sociale, capace di rafforzare la competitività delle imprese attraverso un rapporto più efficace e collaborativo con i lavoratori a partire dai diversi ambiti in cui i loro interessi si incontrano.