Qual è lo stato di salute delle montagne? La risposta dal Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente

La Giornata Internazionale della Montagna (11 dicembre), istituita dall’ONU nel 2003, serve a ricordare l’importanza delle montagne, spesso sottovalutata. Esse forniscono risorse fondamentali come acqua dolce, energia e cibo, sempre più preziose per il futuro.

Le montagne coprono il 27% della superficie terrestre e garantiscono sostentamento a 1,1 miliardi di persone, soprattutto nei Paesi in via di sviluppo, dove molte popolazioni vivono in povertà e soffrono l’insicurezza alimentare.

Le montagne rappresentano, dunque, una grande risorsa ambientale, ma anche economica, grazie al turismo e all’agricoltura di montagna che è sostenibile e a basso impatto ambientale.

Inoltre, le montagne forniscono circa il 60-80% dell’acqua dolce mondiale, indispensabile per la vita e per l’agricoltura, e svolgono un ruolo chiave nella produzione di energia rinnovabile, soprattutto quella idroelettrica e solare.

Il Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente è impegnato quotidianamente in attività di monitoraggio e ricerca per studiare le dinamiche climatiche e comprendere meglio i fenomeni che influenzano le nostre montagne, anche nell’ottica di offrire strumenti e informazioni utili per la stesura di piani di adattamento e mitigazione.

Il bilancio Snpa dell’ultima stagione invernale
L’inverno 2024-2025 sulle Alpi italiane è stato complessivamente povero di neve. In Piemonte il deficit nivometrico ha raggiunto il 20–40%, collocandosi tra i meno nevosi degli ultimi 60 anni, soprattutto alle basse quote e nei settori meridionali. Anche in Valle d’Aosta le precipitazioni nevose sono risultate inferiori rispetto all’anno precedente, con forti differenze tra settori orientali e occidentali. In Lombardia l’innevamento è stato ridotto, con avvio tardivo, temperature miti e minore persistenza del manto sotto i 1800–2000 m, non completamente compensata dalle nevicate primaverili. In Veneto, analizzando tutto l’inverno, è mancata la neve a novembre e ad aprile e la stagione si è conclusa con un bilancio di precipitazione nevosa negativo, con le conseguenti ripercussioni sugli spessori della neve al suolo e sulla risorsa idrica nivale.

Durante l’inverno 2024-2025 si sono verificati numerosi incidenti da valanga in Piemonte e Valle d’Aosta, con persone coinvolte, feriti e alcuni decessi. Le cause principali sono state legate alla scarsa stabilità del manto nevoso e a periodi di pericolo marcato. In Lombardia la criticità è risultata mediamente moderata e complessivamente inferiore rispetto alla stagione precedente, con minore frequenza di situazioni ad alto rischio. Anche in Veneto sono noti diversi incidenti da valanga, tra cui uno mortale, per le stesse condizioni di instabilità del manto nevoso delle Alpi occidentali.

Anche nel 2024-2025 si registra la costante tendenza al ritiro dei ghiacciai. Le perdite risultano più contenute per i ghiacciai di maggiori dimensioni e più marcate per quelli piccoli, più vulnerabili al riscaldamento. Nonostante alcuni apporti nevosi, il bilancio complessivo resta negativo, con progressivo arretramento delle superfici glaciali.

Neve
Per il Piemonte l’Inverno 2024-2025 è stato nuovamente avaro di nevicate con un deficit del 20-40%, che lo colloca tra i 4 inverni meno nevosi degli ultimi 60 anni, maggiormente evidente alle quote inferiori dei settori meridionali. Il numero di giorni con neve al suolo rispecchia questa tendenza, con una notevole carenza soprattutto sui settori meridionali, tra il -20 e il -50%: soprattutto ad inizio anno la copertura nevosa è stata breve e soggetta a fusione completa a causa di temperature miti ed eventi di pioggia su neve. Sui restanti settori il numero di giorni con neve al suolo si è mantenuto pressoché nella media, solo nei settori occidentali di confine si è registrato un surplus. Le cumulate di neve fresca sono in linea con la tendenza degli ultimi anni con poche nevicate da inizio stagione ai mesi centrali dell’inverno (gennaio e febbraio) e soprattutto concentrate sui settori di confine settentrionali e occidentali. Successivamente, con l’arrivo dei mesi primaverili, si assiste ad un cambiamento importante con episodi nevosi più intensi e diffusi su tutta la regione alpina piemontese e con la conseguente attivazione di siti valanghivi che interessano zone antropizzate di fondovalle. A causa delle temperature elevate del mese di giugno, la fusione del manto nevoso è stata rapida anche a quote elevate portando ad una fusione completa di circa un mese in anticipo rispetto alla stagione precedente. Tra le stazioni in più in quota, dove la neve è scomparsa più tardi, vi è Macugnaga passo Moro (2820m) con la fusione completa il 27 giugno e Pontechianale Monviso con la fusione completa il 28 giugno.

Anche in Valle d’Aosta la stagione 2024-2025 ha mostrato un quadro nivologico sensibilmente diverso rispetto all’inverno precedente. Dopo la stagione nevosa del 2023-2024, con nevicate mediamente più abbondanti, quella del 2024-2025 ha registrato un calo delle precipitazioni, con una diminuzione compresa tra il 20% e il 40% su base regionale. Il deficit non è stato uniforme: i settori orientali sono risultati i più penalizzati, mentre nelle zone occidentali e nord-occidentali le nevicate sono state relativamente abbondanti, pur rimanendo comunque inferiori ai valori dell’anno precedente. Le nevicate primaverili del 2025 hanno compensato solo in parte la carenza di neve accumulata durante l’inverno. Sui ghiacciai del Timorion e del Rutor l’accumulo nevoso stagionale è risultato leggermente superiore alla media degli ultimi vent’anni, ma comunque inferiore ai valori eccezionali osservati nel 2023-2024, quando il Timorion aveva raggiunto il massimo della serie storica dal 2000 e il Rutor il secondo valore più elevato degli ultimi vent’anni.

Dinamica simile anche in Lombardia, con una stagione invernale 2024-2025 caratterizzata da innevamento ridotto rispetto all’inverno scorso, sia in termini di accumulo nivale sia per quanto riguarda il volume di acqua di fusione a lento rilascio del periodo tardo-primaverile ed estivo. L’avvio è stato piuttosto tardivo alle quote medie, mentre in alta montagna non sono mancate alcune fasi di precipitazioni nevose significative. I mesi centrali dell’inverno (dicembre e parte di gennaio) sono stati caratterizzati da condizioni più miti e da un innalzamento della quota neve che hanno limitato la persistenza del manto nevoso, soprattutto sotto i 1800–2000 m. La parte finale della stagione e l’inizio della primavera hanno invece beneficiato di nuovi apporti nevosi e precipitazioni più frequenti, ma il volume di neve fresca cumulata è al di sotto delle medie storiche. La riduzione risulta particolarmente evidente nelle Orobie e Retiche Occidentali.

Nella montagna veneta, la stagione invernale da dicembre ad aprile è stata calda e classificabile come evento raro rispetto alla media climatica. I soli mesi di gennaio e marzo sono stati nella norma, seppure caratterizzati da alcune decadi miti. Le giornate più fredde sono state osservate in novembre. Alle basse quote, per il periodo da dicembre ad aprile, la copertura nevosa è durata 20 giorni in meno rispetto alla media climatica 1991-2020, mentre in quota, seppur con spessori ridotti, è rimasta per un numero di giorni nella media. Analizzando tutto l’inverno, è mancata la neve a novembre e da aprile in poi, specie alle basse quote.

La stagione invernale si chiude con un bilancio di precipitazione nevosa in deficit con le conseguenti ripercussioni sugli spessori della neve al suolo e sulla risorsa idrica. A 2200 m sono caduti quasi 2 metri di neve in meno e 1,50 m a 1600 m nelle Prealpi. Nei fondovalle delle Dolomiti il deficit di neve fresca varia dal 45% al 75% pari a circa 150 cm di neve (periodo di riferimento 1991-2020). E’ stata anche una stagione poco ventosa, con rare giornate con vento forte (il 23 dicembre è stato la giornata più ventosa). I venti occidentali sono stati i prevalenti, soprattutto da novembre a febbraio seguiti dai flussi orientali. Nei mesi di marzo e aprile si sono fatti sentire i venti orientali.

Valanghe
In Piemonte, nella stagione invernale 2024-25 sono stati registrati 11 incidenti in valanga con 21 persone coinvolte, di cui 5 feriti e 3 persone decedute. Sette incidenti sono avvenuti con grado di pericolo 3-Marcato. La prevalenza degli incidenti (8 casi su 11) è attribuibile al problema valanghivo degli strati deboli dovuti alla scarsità di neve al suolo di inizio stagione. Nella stagione non sono mancati gli eventi intensi che hanno causato disagi e criticità nelle aree antropizzate di fondovalle anche con fenomeni di slushflow (colate composte da un misto di neve, acqua e detriti vari). Questa tipologia di valanga, finora inconsueta alle nostre latitudini, ha una evoluzione parossistica e un potere altamente distruttivo.

In Valle d’Aosta sono stati registrati 12 incidenti da valanghe, con 24 persone coinvolte, di cui 14 illese, 9 ferite e 1 persona deceduta. Da sottolineare che nella scorsa stagione il maggior numero degli incidenti è avvenuto prevalentemente nel mese di marzo, e con grado di pericolo 3-Marcato, cioè con condizioni di instabilità particolarmente diffuse.

In Lombardia la stagione invernale 2024-2025 è stata caratterizzata da una criticità mediamente moderata (grado di pericolo 2 nel 40 % dei bollettini emessi, su una scala che va da 1 – debole a 5 – molto forte). Sui settori Retici, Adamello e Orobie il grado di pericolo maggiormente utilizzato (con una percentuale pari o superiore al 50%dei bollettini) è stato il 2 – moderato. A seguire, il grado 3 – marcato, con percentuali comprese tra il 35 e il 39 %. Anche per quanto riguarda le Prealpi Lariane, il grado di pericolo più frequente è stato il 2 – moderato (48%), seguito però dal grado 1 – debole (43%). Sulle Prealpi Bresciane e Bergamasche il più ricorrente è stato invece il grado 1 – debole (rispettivamente 53 e 70 %), seguito dal 2 – moderato. Alle quote delle Prealpi Varesine e dell’Appennino Pavese, lunghi periodi dell’inverno sono stati caratterizzati da assenza di neve: rispettivamente il 45 e il 59 % dei bollettini emessi. Il grado 4 – forte è stato utilizzato 2 volte (su 136 bollettini) in ciascuno dei settori alpini. In quelli prealpini e appenninici non è mai stato utilizzato. Rispetto alla scorsa stagione, quella del 2024-2025 ha mostrato una criticità sensibilmente inferiore, con una minore incidenza di giorni classificati con grado di pericolo 3 marcato e 4 forte, in tutti i settori.

Nel Veneto sono noti 8 incidenti da valanga che hanno coinvolto in totale 17 persone, con 2 decessi avvenuti nell’incidente del 16 marzo 2025 sulle pendici dei Lastoi del Formin (Val Boite) nelle vicinanze della Forcella Giau. In generale hanno avuto bisogno di assistenza sanitaria 3 persone e 12 sono rimaste illese, che da un punto di vista medico non hanno riportato conseguenze significative oppure hanno rifiutato l’ospedalizzazione. La categoria degli sci alpinisti è stata la più numerosa con 4 incidenti, 2 avvenuti in salita e 2 in discesa, con 10 travolti, seguono gli sciatori fuori pista con 3 incidenti e 6 travolti e infine un incidente su pista da sci chiusa in quanto era in atto la produzione di neve programmata.

La struttura del manto nevoso è stata caratterizzata dalla poca neve di inizio inverno (novembre-dicembre), completamente trasformata in forme di brina di profondità e cristalli sfaccettati già nella prima decade di gennaio. Questa neve, è stata la base di molti distacchi di valanghe nelle settimane successive. Il grado di pericolo maggiormente utilizzato sulla montagna veneta è stato il 2 moderato, seguito dal 1 debole. Questi due pericoli rappresentano l’80% delle situazioni invernali. Il grado di pericolo 3 marcato solo il 19% e il 4 forte circa 1%.

Ghiacciai
In Piemonte, i dati negativi confermano il trend in atto di deglacializzazione delle Alpi, con particolare effetto per i ghiacciai (o le parti di questi) poste sotto i 3100-3200 m di quota. La contrazione complessiva della superficie glaciale piemontese è stata pari a 15,3 ettari dal precedente rilievo avvenuto tra il 2022 e il 2024.

Nonostante gli apporti nevosi primaverili abbiano in parte attenuato la fusione estiva, i ghiacciai valdostani mostrano anche nel 2024-2025 un bilancio di massa negativo. Perdite più contenute sono state osservate negli apparati di medio grandi dimensioni, mentre apparati di ridotte dimensioni continuano a manifestare una regressione molto più marcata, confermando come quest’ultimi siano maggiormente vulnerabili al rialzo delle temperature medie.

Anche in Lombardia il trend è negativo e il 2025 ha registrato valori di riduzione della massa glaciale simili al 2024, anche se lontano dai valori estremi del 2022, anno peggiore della serie. In seguito a una stagione invernale e primaverile caratterizzata da scarse precipitazioni, è seguita una fase estiva con temperature in quota non eccessivamente elevate nel mese di luglio che hanno permesso ai ghiacciai delle quote più elevate di preservare buona parte del manto nevoso invernale. Nel settore Retico sono state misurate riduzioni di spessore medie intorno ai 2 metri a 3000 m di quota, con variazioni frontali negative che evidenziano la tendenza in atto, con conseguente contrazione e arretramento delle lingue glaciali, ormai sempre più assottigliate e arroccate.

I piccoli ghiacciai del Veneto, hanno proseguito la loro riduzione di massa, pur rimanendo coperti di neve fino alle metà di luglio 2025. I processi di fusione sono stati ampi e mitigati in parte da periodi con temperature fredde. L’estensione dei 6 ghiacciai guida (Antelao, Popera, Cristallo, Marmolada, Fradusta, Sorapis ) ricadenti nel bacino Piave, è inferiore a 1.81 km2 che rappresenta il 55% in meno rispetto alla superficie del 1980 pari a 4.11 km2. Anche il permafrost dolomitico ha subito un degrado importante con una riduzione significativa nei siti campione .